Bene il segnale di attenzione alla Sanità pubblica dimostrato dal governo con la manovra appena approvata, ma ribadiamo la necessità della misura della tassazione sulle sigarette quale misura strutturale a sostegno della salute dei cittadini”.
Lo afferma il presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), Franco Perrone, in merito alla manovra approvata dal Cdm. “Se nelle prossime settimane questa proposta potrà essere valutata all’interno della legge di bilancio saremmo soddisfatti, ma in ogni caso – sottolinea – riteniamo che, indipendentemente dalla manovra, questa sarà una battaglia che continueremo a portare avanti quale misura di sanità pubblica che riallinei l’Italia al resto d’Europa”. Nelle scorse settimane, in una conferenza stampa al Senato, l’Aiom aveva lanciato la proposta di aumentare il prezzo delle sigarette di 5 euro al pacchetto. Una tassa con due obiettivi: disincentivare l’abitudine al fumo, che è la causa del 90% dei casi di tumore al polmone, e al contempo sostenere con il ricavato il Servizio sanitario nazionale. In tal modo, rileva Perrone, si potrebbero generare oltre 13 miliardi di euro di ricavi da investire nel potenziamento del Ssn.
Con questa legge di bilancio, afferma Perrone, “c’è sicuramente un segnale di attenzione alla salute e alla sanità. Il fatto di recuperare, attraverso il coinvolgimento di banche e assicurazioni, una cifra significativa a favore del settore della sanità è ovviamente positivo, quindi esprimiamo apprezzamento”. Tuttavia, sottolinea il presidente degli oncologi, “voglio segnalare che quella che stiamo proponendo è una misura di salute pubblica da rendere strutturale, perchè la lotta al tabagismo è una sfida che dobbiamo tenere presente sempre e non solo in una legge di bilancio. E’ infatti riconosciuto a livello internazionale che l’operazione più efficace per ridurre il numero dei fumatori è proprio aumentare il costo delle sigarette”. Dunque, conclude, “chiediamo una misura strutturale che rappresenta una misura di sanità pubblica, e chiediamo che l’extragettito che se ne ricaverebbe vada a finanziare la sanità, pur apprezzando lo sforzo fatto con la legge di bilancio”.
“La nostra richiesta di garantire il servizio sanitario universale e assicurare risorse adeguate affinché non venga meno la gestione ottimale dei pazienti va di pari passo con lo sforzo di garantire appropriatezza”.
E’ quanto ha affermato ieri Massimo Di Maio, presidente eletto dell’Associazione italiana di oncologia medica (AIOM), a margine di un evento. “Negli anni – spiega – abbiamo spesso testimoniato disparità nell’accesso alle cure oncologiche tra cittadini di diverse regioni italiane. Quindi rispetto alle risorse previste per la sanità, il nostro interesse è non solo che ci siano sufficienti fondi ma anche che siano utilizzati in modo che le singole realtà non marcino a velocità diverse”. Come società scientifica, da anni AIOM cerca di garantire accesso ma anche appropriatezza delle cure, precisa Di Maio, che dirige l’oncologia medica universitaria delle Molinette di Torino, ma accanto a questo serve investire sulla sanità: “Molte spese sono in realtà investimenti, ad esempio investire in screening e programmi di prevenzione primaria permette di ridurre il numero di future diagnosi di tumori e aumentare le possibilità di guarigione tra chi si ammala. Allo stesso modo, ci sono strumenti moderni che permettono i monitoraggi di tossicità legate alle cure oncologiche: il software e il personale che deve interagire con i pazienti sono un costo, però è dimostrato che, alla lunga, porta a evitare accessi in pronto soccorso e ospedalizzazioni per tossicità severe. Quindi alla lunga consentono di risparmiare”. Va nella stessa direzione l’obiettivo di limitare i trattamenti oncologici, spesso costosi e tossici, ai soli pazienti che hanno chance di benefici. “Oggi trattiamo cento pazienti affinché solo una certa proporzione, variabile a seconda dei casi, ne abbia benefici. La biopsia liquida in fase molto precoce da effettuare post intervento, permetterebbe di capire chi ha bisogno di una ulteriore terapia e chi no. Ci sono molti tumori in cui questo ha avuto risultati promettenti – ha concluso Di Maio – ed è probabile che tra qualche anno diventi uno standard. Inizialmente sarebbe un costo, ma consentirebbe un’ottimizzazione enorme di risorse”.
Sempre meno italiani seguono la dieta mediterranea. La maggior parte la mette in pratica con moderazione (83,8%), l’11,3% registra una bassa aderenza, e solo il 5% degli italiani la segue pienamente, spesso per via del tempo trascorso sempre più fuori casa con pochi momenti a disposizione per la preparazione dei pasti. Sono i dati dell’indagine Arianna (Aderenza alla dieta mediterranea in Italia), condotta dall’Istituto superiore di sanità, diffusi in vista della giornata mondiale dell’alimentazione (16 ottobre) e pubblicati sulla rivista Frontiers in Nutrition. “La recente letteratura scientifica, mostra un generale allontanamento dai modelli alimentari tradizionali nelle popolazioni mediterranee, compresa quella italiana e un’aderenza alla dieta mediterranea da bassa a moderata nei Paesi del Mediterraneo negli ultimi 10 anni – spiega Marco Silano, direttore del Dipartimento malattie cardiovascolari, dismetaboliche e dell’invecchiamento dell’Iss-. Con i fenomeni dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione, infatti, si è assistito ad una vera e propria transizione nutrizionale, caratterizzata da un discostamento sempre più evidente da tale modello dietetico e, al contempo, un’occidentalizzazione delle abitudini alimentari”. La dieta mediterranea è un regime bilanciato per varietà e stagionalità e caratterizzata da alimenti in grado di fornire tutti i nutrienti necessari. Tuttavia, ancora oggi nel mondo circa 2,8 miliardi di persone non hanno accesso ad un’alimentazione adeguata ai propri fabbisogni per condurre una vita in salute. “Una delle più grandi sfide del nostro tempo è rappresentata dalla coesistenza di varie forme di malnutrizione, tanto da costituire un triplo onere per l’uomo (il cosiddetto triple burden of malnutrition)- conclude Marco Silano-. Negli ultimi decenni si è assistito ad un rapido incremento della malnutrizione per eccesso, con la conseguente crescente insorgenza di malattie croniche non trasmissibili e mortalità per tutte le cause. Infatti, in tutto il mondo, circa 2,5 miliardi di adulti e 37 milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni sono in sovrappeso. Si registrano poi circa 1,6 miliardi di donne e bambini che soffrono della cosiddetta “fame nascosta”, una terza forma di malnutrizione per carenza di micronutrienti (vitamine e minerali) che, sebbene non risulti così evidente come le prime due, impedisce di condurre una vita sana”.
14 ottobre 2024 – Oggi, lunedì 14 ottobre, ha inizio la sorveglianza epidemiologica delle sindromi simil-influenzali condotta dall’Istituto Superiore di Sanità attraverso la rete RespiVirNet. Comincerà invece l’11 novembre la sorveglianza virologica. I primi dati sono attesi tra due-tre settimane. La Sorveglianza RespiVirNet si avvale del contributo dei medici di medicina generale e pediatri di libera scelta; coinvolge inoltre i referenti presso le Asl e le Regioni e una rete di laboratori di riferimento regionali. Il sistema punta a monitorare almeno il 4% della popolazione, sufficiente a stimare l’andamento delle malattie respiratorie nella popolazione generale. Raccoglie le segnalazioni di sindromi simil-influenzali inviate dai medici sentinella e dunque non solo di quelle dovute ai virus dell’influenza. I campioni raccolti sono analizzati per individuare l’agente responsabile dalla rete di laboratori. Gli agenti monitorati sono i differenti virus influenzali (tipi A e B, nonché il sottotipo di appartenenza), il virus SarsCoV2, quello respiratorio sinciziale, i Rhinovirus, virus Parainfluenzali, l’Adenovirus, il Metapneumovirus, il Bocavirus e altri coronavirus umani diversi dal SarsCoV2. Nella scorsa stagione influenzale, 14,6 milioni di persone sono stati colpiti da sindromi simil-influenzali, con un picco registrato nelle ultime due settimane del 2023. 10,5 milioni, invece, le dosi di vaccino antinfluenzale somministrate.
10, ottobre 2024 – Se la presenza di due o più malattie caratterizza già il 75% degli over sessantacinquenni, questa condizione colpisce la quasi totalità degli ultraottantenni. La diretta conseguenza è l’utilizzo di un elevato numero di farmaci, tanto che un anziano su tre ne assume 10 o più al giorno, ma non sempre tutti necessari e spesso in interazione fra loro. Ad accendere i riflettori su “questo problema di salute pubblica” è l’Agenzia italiana del Farmaco, in occasione della presentazione, a Roma, del progetto ‘COSÌsiFA’, che ha l’obiettivo di rendere cittadini e operatori sanitari sempre informati sui medicinali.
Dai dati del Rapporto Aifa sull’uso dei farmaci negli anziani, risulta che nel corso del 2019 la quasi totalità della popolazione ultrasessantacinquenne ha ricevuto almeno una prescrizione farmaceutica (98%), con lievi differenze tra aree geografiche, con consumi giornalieri pari a tre dosi per ciascun cittadino. In questo scenario, la polifarmacoterapia, definita come l’utilizzo contemporaneo di più medicinali, “è un problema di salute pubblica, perché come noto è associata a una riduzione dell’aderenza terapeutica, nonché a un aumento del rischio di interazioni tra farmaci”, precisa Aifa. Si tratta di un problema, spiega il presidente di Aifa, Robert Nisticò, “che va affrontato fornendo strumenti anche di intelligenza artificiale che consentano al medico di orientarsi tra i numerosi rischi di interazione tra i vari medicinali. Magari per decidere alla fine di derubricarne qualcuno”. Per affrontarlo il gruppo di lavoro specifico produrrà materiale informativo ponendo particolare attenzione a interazioni tra farmaci, inappropriatezza prescrittiva, aderenza terapeutica, applicazione delle linee guida e coinvolgimento attivo del paziente e dei familiari nelle decisioni. Sarà anche messo a disposizione InterCheck-web, uno strumento di supporto alla prescrizione sviluppato dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri con l’obiettivo di fornire a medici e farmacisti informazioni per bilanciare rischi e benefici di una politerapia.
Il 13% dei tumori sono legati a infezioni batteriche o virali che possono prevenire evitate con i vaccini, le terapie e la prevenzione, grazie agli screening per la diagnosi precoce. E’ questa la conclusione del rapporto dell’Associazione per la ricerca sul cancro degli Stati Uniti, che indica in particolare quattro tipi di agenti patogeni collegati a un deciso aumento del rischio di sviluppare un tumore. Le infezioni causate da uno dei ben 200 tipi del papilloma virus, si legge nel documento, rappresentano la causa principale dei tumori del collo dell’utero e sono coinvolte nella formazione di alcuni tumori orali e dei genitali. Vi sono poi i virus responsabili dell’epatite B e della C. Entrambe queste forme di epatite causano un’infiammazione nel fegato che può cronicizzarsi e condurre al tumore.
Infine il rapporto sottolinea il ruolo dell’Helicobacter pylori noto per causare ulcera, che nell’ 1-3% dei casi in è stato messo in relazione con a formazione di tumori dello stomaco. Gli esperti ricordano che la prevenzione in questo caso è abbastanza semplice, in quanto una semplice analisi del sangue può diagnosticare l’infezione. “I progressi fatti nel trattamento di queste quattro infezioni, potrebbero rendere alcune forme di tumore, sinora comuni, malattie rare”, ha osservato uno degli autori del rapporto, Michael Pignone, della Duke School of Medicine.
Isola di San Servolo (Venezia), 27 settembre 2024 – Barriere linguistiche e problemi burocratici ostacolano l’accesso alla prevenzione oncologica degli immigrati. E troppe diagnosi avvengono in fase avanzata. Ad esempio, il 39% delle donne immigrate non esegue la mammografia (rispetto al 27% delle italiane), con la conseguenza che, in questa popolazione, il carcinoma mammario è diagnosticato in stadio precoce (I-II) in circa l’80% dei casi, rispetto a quasi il 90% nelle italiane. Problemi che sono avvertiti anche dagli oncologi: sei su 10 ritengono che la gestione dei pazienti extracomunitari sia complessa e il 91% è preoccupato di non poter comunicare adeguatamente con questi malati. Solo 4 su 10, infatti, hanno il supporto di un mediatore culturale durante la prima visita. Per l’81% la prognosi oncologica nei migranti è diversa (peggiore) rispetto ai risultati raggiunti nella popolazione residente e per l’86% questo è dovuto alle disparità di accesso alle cure in modo tempestivo. Sono i principali risultati del sondaggio promosso dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) per analizzare il livello di conoscenza degli specialisti sull’assistenza degli stranieri nel nostro Paese, presentati nel Convegno Nazionale “Oncologia e immigrazione”, al centro delle “Giornate dell’etica”, organizzate dalla società scientifica e da Fondazione AIOM, che si aprono oggi all’Isola di San Servolo (Venezia).
“È fuor di dubbio che ovunque nel mondo si registri frequentemente una condizione di disparità nella prevenzione, nella tempestività degli interventi terapeutici, nell’adeguato accesso alle cure – afferma il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un videomessaggio inviato agli oncologi AIOM riuniti a San Servolo -. La scelta di sviluppare una riflessione volta a valutare con rigore scientifico l’incidenza delle malattie oncologiche sulle persone immigrate e a rendere migliore la loro possibilità di accesso alle cure esprime una preziosa, e in realtà naturale, volontà di porre la persona, qualunque persona, al centro della riflessione e dell’azione sanitaria. A questo primario dovere di alto valore morale si affianca la ricaduta positiva per l’intera popolazione del nostro Paese in conseguenza delle conoscenze acquisite sulla condizione di questa parte delle persone che vivono in Italia”.
“Già nel 2020, l’allora Presidente AIOM, Giordano Beretta, decise di organizzare questo evento che, però, venne posticipato a causa della pandemia – spiega Francesco Perrone, Presidente AIOM -. Il Convegno è stato fortemente voluto dal Direttivo AIOM e rappresenta un’attività necessaria e naturale. Come evidenziato dal Presidente Mattarella, il tema delle cure oncologiche agli immigrati pone in evidenza l’intensa e irrinunciabile connessione tra medicina, profili etici e risvolti sociali. Vogliamo portare alla luce un fenomeno che riguarda tutti, ma ci trova impreparati. L’80% degli oncologi, infatti, ritiene di avere solo parzialmente o di essere del tutto privo di strumenti adeguati per la gestione del paziente immigrato colpito dal cancro. Al termine delle ‘Giornate dell’etica’ pubblicheremo un documento, uno statement, con proposte operative da proporre alle Istituzioni”.
“Le difficoltà comunicative ostacolano l’accesso alle cure e agli strumenti di prevenzione e hanno un peso rilevante nella gestione della malattia negli stranieri – afferma Antonella Brunello, membro del Direttivo Nazionale AIOM -. Basta pensare che solo il 40% degli oncologi, in occasione della prima visita oncologica di un paziente con barriera linguistica, ha la possibilità di avere un mediatore culturale: il 27% in presenza e il 13% al telefono. Gli ostacoli principali nella presa in carico di un paziente extracomunitario sono costituiti dalla difficoltà nella comprensione del percorso oncologico e nella comunicazione della diagnosi, dalla mancanza di un caregiver perché spesso si tratta di persone sole e da problemi nella prescrivibilità di farmaci”.
La popolazione residente di cittadinanza straniera (al 1° gennaio 2024) è di 5 milioni e 308mila unità, in aumento di 166mila individui (+3,2%) sull’anno precedente. L’incidenza sulla popolazione totale tocca il 9%. Il 58,6% degli stranieri, pari a 3 milioni 109mila unità, risiede al Nord, per un’incidenza dell’11,3%.
“Oltre che nella società è sempre più rilevante la loro presenza anche nei reparti di Oncologia Medica – sottolinea Tiziana Latiano, membro del Direttivo Nazionale AIOM -. Siamo di fronte a un problema etico e non bisogna distinguere fra immigrati regolari e irregolari. Spesso curiamo immigrati regolari, che però non parlano italiano, per cui la barriera linguistica resta insuperabile. In questi casi, se non si riesce a comunicare, l’assistenza diventa qualitativamente diversa, anche se possiamo offrire le stesse terapie garantite ai pazienti italiani. Senza un mediatore culturale, molte fasi della malattia oncologica non possono essere gestite nello stesso modo in cui avviene per i pazienti privi di barriere linguistiche”. “Gli immigrati presenti, anche temporaneamente, sul nostro territorio hanno il diritto di accedere alle strutture sanitarie – spiega Filippo Pietrantonio, membro del Direttivo Nazionale AIOM -. Il riconoscimento formale però non sempre corrisponde ad una vera presa in carico per le difficoltà culturali, burocratiche, amministrative, di informazione, che rendono particolarmente difficile per gli immigrati l’accesso alle cure. Queste persone troppo spesso arrivano alla diagnosi quando il cancro è già in uno stadio avanzato, a causa di scarsa prevenzione ed informazione. Va poi considerato il dramma dell’immigrazione irregolare, che non riesce ad accedere ad alcun tipo di controllo preventivo”.
Alle “Giornate dell’etica” sono presentati da Manuel Zorzi (Direttore del Servizio Epidemiologico Regionale di Azienda Zero, Registro Tumori del Veneto) i risultati di uno studio sull’incidenza dei tumori nella popolazione immigrata in Veneto. Sono state considerate circa 4 milioni di persone dai 20 anni in su nel quinquennio 2015-2019, di cui 470mila provenienti da Paesi a forte pressione migratoria come Europa Orientale, Asia, Africa, America centro-meridionale. Gli stranieri provenienti da questi Paesi sono molto più giovani degli italiani e hanno un’età media di 40 anni (gli over 60 sono solo il 10%). L’incidenza dei tumori nei migranti è risultata significativamente inferiore (-26% nei maschi e -20% nelle femmine) rispetto a quanto osservato negli italiani. In particolare, il rischio di sviluppare la neoplasia della mammella è inferiore del 37% e il cancro della prostata del 29%.
“Nelle donne immigrate sono molto più diffusi i fattori protettivi nei confronti del carcinoma mammario, come la prima gravidanza in giovane età, un numero elevato di figli e l’allattamento al seno – afferma Alessandra Fabi, membro del Direttivo Nazionale AIOM -. Per quanto riguarda il tumore della prostata, la maggior incidenza negli uomini italiani deriva da un eccessivo ricorso al test del Psa, che porta a un numero consistente di sovradiagnosi, cioè all’identificazione di tumori molto piccoli, in prospettiva indolenti, che non avrebbero dato segno di sé in assenza di diagnosi”.
Il tumore della cervice uterina, che fra le italiane sta diventando un tumore raro grazie alla diffusione dello screening con il Pap Test e l’HPV test, presenta invece un’incidenza doppia fra le straniere. Negli ultimi 3-5 anni, il 78% delle donne italiane ha eseguito lo screening cervicale (all’interno di programmi organizzati o per iniziativa personale), questo valore si ferma al 67% nelle straniere.
“Nei migranti il tasso di partecipazione agli screening è significativamente più basso – continua il Presidente Perrone -. Non dobbiamo dimenticare la resistenza rappresentata dall’imbarazzo, dalla scarsa informazione, dal pregiudizio di gran parte della popolazione immigrata, che considera una violazione l’esplorazione del proprio corpo. Il Piano Oncologico Nazionale 2023-2027 riconosce al migrante lo status di fragile e identifica, tra gli obiettivi strategici, l’aumento della copertura vaccinale e l’adesione consapevole alle campagne di screening. Serve un Piano della Prevenzione che consideri le diversità dei migranti”.
“Nel 2023, AIOM ha costruito un ponte della ricerca con il Perù e il Sud America, condividendo le linee guida sui principali big killer. L’obiettivo è stato promuovere anche in questi Paesi l’oncologia di precisione – conclude Saverio Cinieri, Presidente Fondazione AIOM -. Nel 2025, una delegazione di Fondazione AIOM andrà in Tanzania, all’Ospedale Bugando Medical Center di Mwanza. L’Oncologia medica in questa città è operativa dal 1999, grazie a un’iniziativa del Prof. Dino Amadori, Past President AIOM. In questi anni la nostra società scientifica ha svolto un ruolo importante nella crescita culturale dei professionisti in Tanzania, attraverso il contatto diretto con oncologi italiani al Bugando Medical Center e grazie alla loro frequenza periodica in centri del nostro Paese. Una collaborazione che ha portato, nel 2022, all’inaugurazione del Mwanza Cancer Center. Vogliamo continuare a sostenere l’attività clinica e promuovere la ricerca scientifica, intensificando i rapporti con i professionisti tanzaniani”.
I vaccini si confermano tra i prodotti farmaceutici più sicuri. Nel 2022, con circa 19 milioni di dosi di vaccino somministrate, il sistema di sorveglianza dell’Agenzia Italiana del Farmaco, ha raccolto poco più di 9 mila segnalazioni di sospette reazioni avverse (47,8 segnalazioni ogni 100 mila dosi somministrate), con un calo del 39% rispetto all’anno precedente.
Oltre il 93,5% delle sospette reazioni sono di lieve entità mentre quelle gravi sono appena lo 0,003%. È escluso inoltre il legame con decessi. Sono i dati salienti di un dossier dell’Agenzia Italiana del Farmaco pubblicato questa mattina che confermano la sicurezza dei vaccini. Il rapporto mostra che la gran parte (93,5%) degli eventi avversi collegati ai vaccini sono di lieve entità: febbre, reazioni locali nella sede di iniezione; pianto; irritabilità, nervosismo e irrequietezza; diarrea, vomito e mal di pancia; reazioni cutanee generalizzate, esantemi, orticaria; sonnolenza, mal di testa, convulsioni. Il rimanente 6,5% è classificato come reazione grave, con un 1,6% che ha richiesto il ricovero. Gli effetti collaterali, tendono inoltre a risolversi in poco tempo: al momento della segnalazione il 78% dei sospetti aventi avversi si era già risolto senza nessuna conseguenza, l’8% era in miglioramento e lo 0,7% era in fase di guarigione con postumi. Vi è però un 3% che non era ancora guarito, mentre per un rimanente 10% non era stato riportato l’esito. Tra le segnalazioni, il dossier rileva anche 7 decessi dopo la somministrazione del vaccino: “In nessun caso le informazioni disponibili consentivano di individuare la causa del decesso nel vaccino”, precisa l’Aifa, che ricorda che la “valutazione della relazione causale tra un evento avverso e la somministrazione di un vaccino, è una procedura alquanto complessa”: “non è sufficiente, infatti, che l’evento si verifichi dopo la vaccinazione ma devono essere considerate anche altre possibilità”.
Da uno studio internazionale su 1.300 pazienti in età pediatrica, pubblicato su ‘eClinical Medicine’ (gruppo ‘The Lancet’) e coordinato dai pediatri di Fondazione Policlinico Gemelli Irccs-Università Cattolica del Sacro Cuore, emergono nuove evidenze sulle conseguenze dell’infezione da Sars-CoV-2 nei bambini e nei ragazzi. In alcuni, il “Long Covid può durare fino a tre anni con conseguenze sulla vita scolastica e sulle attività abituali. I vaccini sembrano avere un effetto protettivo (ma dipende dal numero di dosi somministrate e dall’età dei pazienti) sul Long Covid, sulle reinfezioni e sulle complicanze autoimmuni di questa malattia”. Condotto su circa 1.300 pazienti di età compresa tra 0 e 18 anni, seguiti presso l’ambulatorio del Post-Covid pediatrico del Gemelli.
La ricerca si è focalizzata sui casi di Long Covid pediatrico comparsi dopo la prima infezione o dopo le reinfezioni e sulla loro durata. Obiettivo del lavoro era “descrivere le caratteristiche del Long Covid nei pazienti in età pediatrica, di valutare la presenza di fattori in grado di predire il rischio di sviluppare Long Covid e di valutare il ruolo del vaccino nel prevenire il Long Covid, il rischio di reinfezioni o la comparsa di malattie autoimmuni”. “In questo lavoro – commenta Danilo Buonsenso, corresponding author, docente di Pediatria all’Università Cattolica e dirigente medico dell’Unità Operativa Complessa di Pediatria della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs – abbiamo documentato l’andamento dell’infezione da Sars-CoV-2 in età pediatrica fino a trentasei mesi successivi alla prima infezione”. ‘Il vaccino è in grado di proteggere anche dal dopo fase acuta dell’infezione’.
“Sul fronte Long Covid – prosegue Buonsenso – abbiamo confermato i dati dei nostri precedenti studi, aggiungendo però nuove informazioni. Da questa nuova ricerca infatti emerge che, sebbene la maggior parte dei pazienti guarisca dal Covid-19, alcuni continuano a presentare sintomi ascrivibili al Long Covid, fino a 3 anni di distanza dall’infezione iniziale. Questo conferma l’importanza delle potenziali conseguenze di questo virus nei bambini. Molti di quelli seguiti per 3 anni dopo l’infezione iniziale non sono riusciti a riprendere la routine di tutti i giorni, con conseguenze negative sulla capacità di frequentare regolarmente la scuola o di svolgere le classiche attività extra-scolastiche, a causa dei sintomi debilitanti riportati”. Il Covid, insomma, può avere conseguenze importanti e durature anche sui più piccoli. Ma il vaccino è in grado di proteggere anche dal ‘dopo’ fase acuta dell’infezione e cioè dal Long Covid e dalle altre complicanze? “Nel nostro studio – spiega Buonsenso – la vaccinazione si è dimostrata un fattore protettivo contro il Long Covid anche se, come abbiamo evidenziato, questo effetto ‘scudo’ varia a seconda del numero di dosi ricevute o dall’età del paziente e questo aggiunge ulteriori informazioni e offre materia di riflessione, rispetto a quanto noto finora”. Un altro dato emerso dallo studio è che il rischio di presentare una forma grave di Covid-19, nel caso di una reinfezione che compaia nei 24-36 mesi successivi alla prima infezione, è estremamente basso. “Va detto tuttavia – rimarca il pediatra – che, anche se raro, è possibile sviluppare il Long Covid anche a seguito di una reinfezione. Inoltre, i bambini con Long Covid sono a maggior rischio di presentare infezioni sintomatiche”. Come già evidenziato negli adulti infine, dallo studio pubblicato su ‘eClinical Medicine’ emerge anche che l’infezione dovuta al virus originale è risultata associata a un rischio maggiore di sviluppare malattie autoimmuni, nei mesi successivi all’infezione acuta