21 maggio 2024 – La dieta incide su circa il 40% dei tumori e l’alimentazione in relazione al cancro è un argomento sempre più sentito, infatti oggi più del 50% dei pazienti, dopo la diagnosi di tumore, chiede cosa può fare per favorire la guarigione, specie in relazione alla dieta.
Lo ha spiegato ieri Alessandra Longhi, oncologa dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna in occasione di un incontro. Centrale per la prevenzione del cancro, nonché anche per ridurre il rischio di recidive dopo un primo tumore, è mantenere un peso corporeo sano e fare esercizio. Per quanto riguarda la dieta è importante prediligere i cereali integrali, le verdure, la frutta, evitando i cibi ipercalorici, le bevande zuccherate, i cibi ricchi di sale, gli insaccati, le bevande alcoliche che incidono ad esempio sul tumore al seno. Diversi studi mostrano l’influenza della dieta sul cancro e sul rischio di recidive. La dieta, inoltre, deve essere ricca di fibre e povera di grassi e proteine di origine animale, povera di zuccheri e cibi che aumentano la glicemia. Gli zuccheri, spiega Longhi, favoriscono la presenza di un fattore di crescita – il fattore insulino-simile, che stimola la crescita tumorale; inoltre i tumori consumano tantissimo zucchero, quindi una dieta ricca di zuccheri ne aiuta la crescita. Uno studio ha dimostrato che più la glicemia è bassa, minore è il rischio di cancro al seno.
Anche il rischio di recidive è più alto per chi beve bibite zuccherate. Il diabete, quindi, è a sua volta un fattore di rischio per il cancro. Il fattore di crescita insulino-simile può essere ridotto mangiando meno, mentre la sua concentrazione aumenta nelle diete ricche di proteine di origine animale. Infatti il latte è sconsigliato nei pazienti oncologici. Non a caso il consumo di latte aumenta il rischio di tumore della prostata e dell’endometrio. Anche carni rosse ricche di grassi saturi sono collegate al rischio di cancro di prostata e seno, in quanto esercitano una azione pro-cancerogena. Infatti, sottolinea l’oncologa, vegani e vegetariani sono meno a rischio tumori. Il 40% dei tumori, inoltre, è in relazione all’obesità. L’alimentazione sana, conclude, è quindi un fattore fondamentale nella prevenzione del cancro, così come lo è per la prevenzione di malattie metaboliche e cardiovascolari.
Nel tumore della mammella metastatico il 30% delle pazienti presenta interazioni con farmaci assunti per patologie concomitanti, che possono ridurre in modo sostanziale l’efficacia delle cure anticancro. Lo dimostrano i risultati della sottoanalisi di uno studio tutto italiano (BioItaLEE), presentato al Congresso sul tumore del seno della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO Breast Annual Congress), che si è svolto recentemente a Berlino. Da qui l’importanza di adottare i principi della “riconciliazione terapeutica” da parte dei clinici, per ridurre le conseguenze negative di queste interazioni farmacologiche.
“L’ultima frontiera della medicina di precisione è lo studio delle interazioni tra ‘sistemi complessi’ – spiega Paolo Marchetti, Presidente della Fondazione per la Medicina Personalizzata -. Finora abbiamo affrontato il problema della complessità del cancro, con studi sempre più mirati sulla profilazione genomica, tralasciando, per difficoltà operative, l’integrazione con il contesto clinico complessivo del paziente. Con i nuovi sistemi di valutazione delle informazioni, basati sul machine learning e sull’intelligenza artificiale, oggi siamo in grado di analizzare ulteriori informazioni, come le interazioni fra i farmaci e i meccanismi di resistenza. Un aspetto poco considerato nella pratica clinica, infatti, è rappresentato dai possibili rapporti tra le terapie somministrate al paziente oncologico per altre patologie, da cui è spesso affetto, e la risposta alle cure anticancro, come i farmaci a bersaglio molecolare e l’immunoterapia. Da qui la necessità di piattaforme che siano in grado di valutare le interazioni negative tra i farmaci, con l’obiettivo di ampliare il numero di pazienti che possono trarre vantaggio da trattamenti innovativi. Per questo è stata realizzata, in stretta collaborazione tra l’Università La Sapienza di Roma e l’Università La Charité di Berlino, una piattaforma, Drug-Pin, che mira alla ‘riconciliazione terapeutica’, cioè a rendere compatibili le diverse terapie assunte dal paziente, con l’obiettivo primario di ampliare il numero di pazienti che possono beneficiare dei farmaci a bersaglio molecolare o dell’immunoterapia”.
Nello studio BioItaLEE sono stati arruolati 287 pazienti con tumore della mammella avanzato o metastatico positivo per i recettori ormonali e negativo per la proteina HER2, trattati in prima linea con lo standard di cura, costituito da un inibitore di CDK4/6 in combinazione con la terapia antiormonale. “L’obiettivo dell’analisi era valutare se le interazioni farmacologiche avessero conseguenze sull’efficacia della cura anticancro – afferma Andrea Botticelli, Responsabile della Breast Unit del Policlinico Umberto I Roma -. Il 30% delle pazienti ha presentato interazioni clinicamente significative, con una diminuzione dell’efficacia del trattamento standard di circa 8 mesi. Nelle pazienti con interazioni farmacologiche, infatti, la sopravvivenza libera da progressione ha raggiunto 20 mesi, rispetto ai 28 nelle altre donne prive di conflittualità fra terapie. Farmaci cardiologici, inibitori di pompa protonica e antipsicotici erano le principali classi farmaceutiche in ‘conflitto’ con le cure oncologiche. I risultati di BioItaLEE costituiscono un ulteriore tassello per la medicina di precisione e devono rappresentare uno stimolo per tutti i clinici a riconoscere le interazioni farmacologiche e a promuovere la riconciliazione terapeutica. La soluzione non consiste nell’interruzione delle cure per le altre patologie ma, a parità di principio attivo, nell’individuazione della terapia che non presenti conflittualità con il trattamento anticancro in corso”.
“Anche in altri tumori – continua il Prof. Marchetti -, come il melanoma o le neoplasie della testa e del collo, abbiamo osservato risultati simili, con una importante riduzione (6/8 mesi) del controllo di malattia in circa un terzo dei pazienti. Un dato che impone una profonda riorganizzazione dei percorsi terapeutici, inserendo al termine della discussione multidisciplinare di patologia la fase di riconciliazione terapeutica, come momento preliminare alla prescrizione di farmaci ad alto costo. Con i nuovi sistemi di raccolta delle informazioni ed analisi dei dati, basati su strumenti bioinformatici, sul machine learning e sull’intelligenza artificiale, potranno emergere ulteriori informazioni per valutare i meccanismi di resistenza, che possono dipendere da molti fattori, tra cui anche il ruolo del microbiota, del microambiente tumorale o la somministrazione di altri farmaci per malattie concomitanti”.
Inoltre, alla prima Conferenza internazionale sulla prescrittomica e sulla medicina di precisione (“1st International Caparica Conference on Prescriptomics and Precision Medicine”), che si è svolta recentemente a Lisbona, è stata presentata l’esperienza dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Sant’Andrea di Roma. “La prescrittomica consiste nell’utilizzo in pratica clinica di strategie per ottimizzare le scelte prescrittive, riducendo le interazioni negative fra i farmaci – sottolinea Maurizio Simmaco, Professore Ordinario di Biologia Molecolare all’Università La Sapienza di Roma e Direttore del Dipartimento di Scienze Diagnostiche all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Sant’Andrea di Roma -. Il 20% degli accessi delle persone anziane ai Pronto Soccorso è determinato proprio da problemi dovuti all’interazione fra terapie in atto, come sanguinamenti, eventi trombotici, cadute. Inoltre, vi sono farmaci che non devono essere somministrati dopo una certa età, a pazienti affetti da specifiche patologie. Ad esempio, le statine in prevenzione primaria, cioè per prevenire disturbi cardiovascolari in persone a rischio che non ne abbiano già sofferto, sono controindicate nelle persone con più di 80 anni, in particolare se fragili. Gli inibitori di pompa non devono essere assunti per più di 2 mesi, ma alcuni pazienti proseguono per anni. Sappiamo che questi farmaci impattano metabolicamente sugli altri trattamenti e provocano conseguenze negative nel paziente”.
“A Lisbona, al Prescriptomics & Precision Medicine 2024, abbiamo presentato l’esempio virtuoso dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Sant’Andrea di Roma, sviluppato in collaborazione con la Regione Lazio – continua il Prof. Simmaco -. Da molti anni utilizziamo sistemi digitali integrati di prescrizione, per scegliere i trattamenti che presentino il minimo rischio di tossicità e la massima probabilità di efficacia. In questo modo, si ottiene un duplice vantaggio: da un lato benefici per i pazienti, dall’altro risparmi per il sistema. Questi strumenti bioinformatici, utilizzabili in qualsiasi ambito clinico, permettono di raggiungere la gestione ottimale del farmaco, con una precisione un tempo impensabile. Nel sistema vanno inserite informazioni sul paziente relative, ad esempio, a età, sesso, stili di vita, diverse patologie e, nei Centri in cui è possibile come il nostro, la profilazione dei geni che codificano per le proteine coinvolte nel metabolismo dei farmaci. Tutto, ovviamente, deve partire da una diagnosi corretta da parte del medico. Ad esempio, nel paziente politrattato psichiatrico, grazie a questi sistemi integrati, si ottiene un importante aumento delle terapie accettate dal paziente rispetto ai metodi tradizionali. Oltre alla riduzione del numero di farmaci prescritti, vi è anche un risparmio economico per il sistema, stimabile in circa il 20-25% del totale della spesa”.
“Con questa diversa sensibilità ad un tema apparentemente noto, ma trascurato nella pratica clinica anche a livello internazionale – conclude Paolo Marchetti -, si potrebbero ridurre sofferenze evitabili e spese inutili”.
20 maggio 2024 – In Europa nel corso del 2022, secondo i dati del Rapporto Horizon Scanning di Aifa, sono stati autorizzati 89 nuovi medicinali, di cui 48 contenenti nuove sostanze attive, 8 biosimilari, 23 equivalenti e 10 tra medicinali ibridi, sostanze attive note e farmaci autorizzati con la procedura del consenso informato. Gli antineoplastici e immunomodulatori – destinati al trattamento di alcuni tipi di tumori solidi (quali il tumore del polmone, della prostata e del fegato), del sangue (quali mieloma, linfoma e leucemia) e delle malattie autoimmuni – si confermano le categorie più rappresentate (complessivamente il 37,5%) tra i medicinali contenenti nuovi principi attivi autorizzati dall’Agenzia Europea per i Medicinali. “L’avanzamento delle tecniche di manipolazione genetica e cellulare ha aperto nuove frontiere nella ricerca farmacologica, soprattutto in quella oncologica che è la più attiva e produttiva. Sono oggi disponibili terapie contro il cancro, che hanno target molecolari specifici. I farmacologi sono ora in grado di personalizzare e studiare in modo più preciso i trattamenti per sfruttare le vulnerabilità specifiche delle cellule tumorali riducendo al minimo i danni ai tessuti sani. Inoltre, la farmacologia facilita lo sviluppo di terapie combinate che, oltre a migliorare l’efficacia della terapia, permettono meccanismi d’azione dei farmaci, utilizzando modelli sperimentali sempre più in grado di superare la resistenza garantendo che le nuove terapie mirate siano efficaci e sicure. In futuro sarà importante effettuare analisi genomiche complete del tumore al fine di individuare specifici bersagli molecolari nel singolo paziente, che consentano una migliore personalizzazione della terapia, indipendentemente dalla sede di sviluppo e crescita del tumore” spiega Giuseppe Cirino, presidente della Società Italiana di Farmacologia SIF – in occasione della XIX Giornata nazionale del Malato Oncologico che si è celebrata ieri.
“Sarà sempre più importante che i Molecular Tumor Board, formati da farmacologi, oncologi, anatomopatologi e biologi lavorino a stretto contatto per interpretare l’esito delle analisi genomiche e scegliere la terapia migliore nel singolo paziente. E’ fondamentale – continua Cirino – che soprattutto il paziente oncologico sia un ‘paziente esperto’, con l’obiettivo di coinvolgerlo attivamente nel processo di ricerca, sperimentazione e sviluppo di nuovi farmaci”.
17 maggio 2024 – È stato scoperto un meccanismo che porta le cellule tumorali alla morte finora completamente sconosciuto e che, se confermato anche nei pazienti, potrebbe portare a nuovi trattamenti anti-cancro che sfruttano lo stesso percorso. Il risultato si deve allo studio pubblicato sulla rivista Science e guidato dall’Istituto olandese per il cancro di Amsterdam. “Questa è una scoperta davvero inaspettata”, commentano i ricercatori: “I pazienti affetti da cancro sono stati trattati con la chemioterapia per quasi un secolo, ma questo percorso verso la morte cellulare non era mai stato osservato prima”.
Molti trattamenti contro il cancro, come la chemioterapia, danneggiano il Dna cellulare e, dopo troppi danni irreparabili, le cellule si avviano alla morte. La responsabile di questo processo è la proteina p53, una sentinella cellulare che impedisce la divisione cellulare incontrollata e la formazione del cancro. Le cose, però, non sono sempre così semplici: “In più della metà dei tumori, p53 non funziona più”, afferma Thijn Brummelkamp, che ha coordinato la ricerca insieme a Reuven Agami. “Allora perché le cellule tumorali senza p53 muoiono comunque quando si danneggia il loro Dna?”.
Sottoponendo a chemioterapia cellule coltivate in laboratorio nelle quali erano stati spenti alcuni geni, gli autori dello studio hanno così scoperto che, quando p53 non funziona, entra in gioco un gene chiamato Slfn11, che spegne i ribosomi, le fabbriche di proteine delle cellule, facendole morire. Questo gene non è in realtà sconosciuto alla ricerca sul cancro: è spesso inattivo, infatti, nei tumori di pazienti che non rispondono alla chemioterapia, un meccanismo che ha ora finalmente una spiegazione. “Ma questa scoperta fa emergere molte nuove domande, come di solito accade nella ricerca fondamentale”, dice Brummelkamp: “Dove e quando si verifica questo percorso nei pazienti? Come influisce sull’immunoterapia o sulla chemioterapia? Influisce anche sugli effetti collaterali della terapia antitumorale?”.
Il Piano Oncologico Nazionale (PON) 2023-2027, a distanza ormai di un anno dalla sua approvazione, non è operativo. Le 125 pagine del documento, che dovrebbe rappresentare “la guida” istituzionale di riferimento per la strategia di controllo dei tumori in Italia, sono totalmente disattese. Innanzitutto, va istituita la Cabina di regia nazionale per monitorarne l’attuazione e individuarne i necessari incentivi come stimolo per le Regioni. Sono poi 4 le priorità su cui lavorare con urgenza, a partire dalle Reti Oncologiche Regionali, che devono rappresentare la prima porta di ingresso del paziente oncologico nel sistema per la sua presa in carico globale. Il modello di rete pone le basi per l’equità di accesso alle cure, la continuità assistenziale e la ricerca clinica diffusa. Ma solo in poche Regioni le Reti oncologiche sono totalmente performanti, anche in accordo con la loro organizzazione/governance di rete. Perché si raggiunga una reale efficienza in tutto il Paese, è indispensabile l’istituzione, non più procrastinabile, presso il Ministero della Salute, del Coordinamento generale delle Reti Oncologiche (CRO). La seconda priorità è rappresentata dalla realizzazione e diffusione dei Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali (PDTA), strettamente connessi alle Reti Oncologiche Regionali, di cui rappresentano l’elemento portante. La terza priorità è costituita dalla programmazione e valorizzazione del personale del servizio sanitario: entro il 2025 è previsto un ammanco di oltre 43.000 specialisti. Infine, è necessario attivare la Rete Nazionale Tumori Rari (RNTR), la cui attuazione è volta a superare le criticità nella cura dei pazienti colpiti da queste neoplasie e, soprattutto, a razionalizzare il fenomeno della migrazione sanitaria.
Le richieste sono contenute nel 16° Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, presentato oggi a Roma, nell’ambito della XIX Giornata nazionale del malato oncologico, promossa da FAVO (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) e dalle centinaia di Associazioni federate.
Subito dopo l’apertura dei lavori, l’On. Elisabetta Gardini, Presidente dell’Intergruppo parlamentare sulle malattie rare e oncoematologiche, ha sottolineato “il grande valore della collaborazione con il volontariato oncologico per rispondere concretamente ai bisogni dei malati, con appropriate iniziative legislative e di sindacato parlamentare. In particolare, l’Intergruppo, in linea con la Mission on Cancer e il Piano oncologico europeo, è impegnato a rendere immediatamente disponibili i farmaci early access, subito dopo l’approvazione da parte di EMA. L’Intergruppo presta anche particolare attenzione alla presa in carico complessiva dei malati di cancro, attraverso l’attuazione delle Reti Oncologiche Regionali e della Rete Nazionale dei Tumori Rari”.
“È sotto gli occhi di tutti che, per la sanità pubblica, è venuto meno l’universalismo delle prestazioni, penalizzando particolarmente le persone socialmente più fragili e vulnerabili – spiega Francesco De Lorenzo, Presidente FAVO – La crisi strutturale del Servizio Sanitario Nazionale può infatti essere misurata con i livelli di diseguaglianza. È sempre più netta la distinzione tra cittadini che possono curarsi, ma con risorse proprie, e coloro che invece sono costretti a rinunciarvi. Il ricorso alla spesa privata è in forte crescita. Il Servizio Sanitario ha perso così, senza che il cambiamento fosse governato, la sua funzione di strumento di coesione sociale, ma soprattutto la sua natura di servizio universale. Servono risorse adeguate alla domanda di salute ma con urgenza occorrono almeno investimenti selettivi in oncologia, a partire dagli screening, nell’ottica dell’appropriatezza e della sostenibilità”. “Per finanziare la sanità – continua Francesco De Lorenzo -, è necessaria una forte e condivisa volontà politica, ad ogni livello istituzionale, in linea con quanto ci chiede l’Europa. Il cancro determina un fabbisogno di assistenza diretto e indiretto complesso e multidisciplinare, che si proietta addirittura dopo la guarigione clinica, tanto che le disuguaglianze per i malati di tumore sono ancor più marcate. Le peculiarità del cancro e la complessità del fabbisogno di assistenza che deriva da questa malattia fanno sì che l’oncologia possa rappresentare un laboratorio di soluzioni valide per tutto il sistema, anche in grado di trainarne la ripresa”.
In Italia la sopravvivenza per i tumori a 5 anni raggiunge il 60% e quasi 4 milioni di cittadini vivono dopo la diagnosi. “A questi dati fortemente positivi e risultato dell’alta qualità del nostro Servizio Sanitario – evidenzia Elisabetta Iannelli, Segretario FAVO – si contrappongono difficoltà sempre più crescenti, che riguardano la tenuta del sistema in tutti gli ambiti della strategia di controllo dei tumori: dagli screening, con differenze di copertura che superano il 40% tra le Regioni del Nord e quelle Sud, alle difficoltà di accesso ai test di biologia molecolare, ai percorsi terapeutici, ai programmi di riabilitazione fisica e psico-sociale, alla ricerca. Da qui la richiesta di istituire quanto prima la Cabina di regia nazionale (prevista dall’art 1, comma 2, dell’Intesa Stato Regioni del 26 gennaio 2023 concernente il PON) che monitori il Piano, ne valuti i risultati e individui i necessari incentivi per le Regioni, anche mediante un’interazione strutturata dei diversi livelli istituzionali sia a livello nazionale (Ministero della Salute, AGENAS, AIFA e ISS), che regionale, con il coinvolgimento attivo del mondo professionale, delle società scientifiche e delle Associazioni dei pazienti. Le scelte fatte finora sul piano finanziario non sono certamente idonee a rispondere alle necessità di cura dei malati di cancro. Con il Decreto del Ministero della Salute dell’8 novembre 2023 si è provveduto al riparto del fondo per l’implementazione del Piano Oncologico Nazionale per il periodo 2023-2027. Alla Lombardia sono destinati poco più di 1.700.000 euro per ciascun anno, alla Basilicata circa 83.000. Si tratta di cifre a dir poco irrilevanti, del tutto insufficienti a raggiungere gli obiettivi previsti dal PON”.
“Il Piano punta alla piena realizzazione in tutte le Regioni delle Reti oncologiche, per favorire un’assistenza sempre più integrata tra l’ospedale e il territorio, implementare la digitalizzazione e valorizzare il ruolo di medici di medicina generale – spiega Francesco Perrone, Presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. Si tratta di un imprescindibile modello organizzativo che, unito ad un approccio multidisciplinare, garantisce la migliore presa in carico dei pazienti. Tutto questo richiede un’importante e trasparente attività di coordinamento, grazie alla collaborazione tra le Istituzioni, le società scientifiche e le associazioni dei Pazienti”.
“Ho seguito nel tempo, con attenzione e interesse, le attività che FAVO svolge al servizio dei malati di cancro e delle loro famiglie – commenta Luigi Genesio Icardi, Coordinatore vicario della Commissione Salute della Conferenza Stato-Regioni -, con particolare riguardo al caratterizzante e fondamentale contributo che ha portato all’approvazione, avvenuta lo scorso luglio, dell’Intesa Stato Regioni sul ruolo delle Associazioni di volontariato, di malati e di attivismo civico nelle reti oncologiche. Per la prima volta è riconosciuto formalmente e a tutti i livelli il ruolo centrale delle Associazioni di pazienti e di volontariato all’interno delle Reti Oncologiche Regionali. La Commissione Salute ha considerato e considera le Reti oncologiche come l’unico strumento concreto e operativo per la presa in carico complessiva dei malati di cancro, anche ai fini della rilevanza che queste hanno per la sostenibilità del sistema”.
In Italia, nel 2023, sono stimate 395.000 nuove diagnosi di tumore: in tre anni, l’incremento è stato di 18.400 casi. “La maggiore incidenza e la possibilità di cronicizzare la malattia producono una continua crescita, anche prolungata nel tempo, dei carichi assistenziali – sottolinea Carmine Pinto, Past President FICOG (Federation of Italian Cooperative Oncology Groups) -. I Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali sono fondamentali per il funzionamento delle Reti Oncologiche Regionali e consentono di migliorare la qualità delle cure, ma nel Piano Oncologico Nazionale non è prevista nessuna indicazione sulle risorse indispensabili per coprire figure necessarie quali i clinical study coordinator, gli psiconcologi, i nutrizionisti o i fisiatri. Allo stesso modo, non vengono individuati e definiti i percorsi per la continuità e integrazione assistenziale tra ospedale e territorio. Si dovranno ridisegnare i PDTA per una presa in carico anche territoriale con team multidisciplinari allargati e con il coinvolgimento dei medici di medicina generale. Questo permetterà di riaffermare il concetto di ‘regia unica’ per l’intero percorso oncologico e di garantire il monitoraggio del paziente anche con controlli di prossimità”.
La terza priorità è rappresentata dalla valorizzazione del personale sanitario. Dal 2000 al 2022 si sono collocati all’estero circa 140.000 medici italiani e la maggior parte è impegnata nella Ricerca clinica o di base, che non era stato per loro possibile portare avanti nel nostro Paese. “Senza i professionisti cadono i capisaldi del sistema universalistico: equità e uniformità di accesso alla prevenzione, cura e riabilitazione – afferma Paola Varese, Presidente del Comitato Scientifico di FAVO -. Dobbiamo partire dalle carenze e criticità attuali che, se non colmate, rischiano di far mancare medici e infermieri nei prossimi dieci anni. L’innovazione, inoltre, sta cambiando il lavoro ed i bisogni professionali in sanità. Sempre di più la medicina si avvarrà di tecnologie che provengono da mondi diversi, dalla medicina di precisione, dalla robotica, dalla digitalizzazione, all’intelligenza artificiale fino alla realtà virtuale”.
La quarta priorità è rappresentata dall’attivazione e operatività diffusa della Rete Nazionale Tumori Rari. Il PON riporta: “Con l’Intesa Stato-Regioni del 21 settembre 2017 è stata attivata la Rete Nazionali dei Tumori Rari”. “Nel 2023 sono stati finalmente individuati, con la collaborazione di tutte le Regioni, i centri della Rete – dice Paolo G. Casali, che coordina la rete professionale dei tumori rari solidi dell’adulto -: ora è necessario che la Rete Nazionale Tumori Rari possa avviare la sua operatività nelle diverse Regioni, come ha pochi giorni fa deliberato di fare Regione Lombardia, prevedendo un’implementazione progressiva del modello organizzativo previsto dall’Intesa Stato-Regioni, anche con la partecipazione attiva delle associazioni dei pazienti, nei vari gruppi dei tumori rari solidi dell’adulto. Occorre però che, a livello nazionale, si definiscano indicazioni precise sulle risorse da allocare, in particolare ai centri destinati a erogare i teleconsulti, così come sulla realizzazione dei supporti informatici e di un centro-servizi della Rete. Solo così il network europeo delle ERN, cioè le Reti di riferimento europee per le malattie rare, che è stato approvato dalla Commissione Europea nel 2017 e che prevede una forte partecipazione di diversi centri oncologici di eccellenza italiani, potrà risultare effettivamente accessibile a tutte le persone colpite da tumore raro sull’intero territorio nazionale”.
15, maggio 2024 – “I test molecolari possono fornire informazioni utili e preziose in circa un terzo dei casi di tumore”. Lo ha spiegato Paolo Marchetti, presidente della Fondazione per la medicina personalizzata (Fmp), in occasione del media tutorial sulla frontiera più avanzata dell’oncologia di precisione, che si è tenuto questa mattina a Roma.
“Stiamo vivendo un periodo straordinario per l’innovazione grazie a un sempre più ampio riconoscimento dei fattori predittivi di risposta a terapie a bersaglio molecolare – precisa Marchetti -. E’ un vero e proprio cambio di paradigma terapeutico, nel quale la firma genomica supera il valore della sola caratterizzazione istologica. Il punto chiave del nuovo processo è rappresentato dalla profilazione genomica, cioè dall’individuazione delle alterazioni molecolari – evidenzia – che giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo della malattia: da qui deriva la scelta del farmaco e l’indicazione terapeutica, indipendentemente dalla sede del tumore, dall’età e dal sesso del paziente”.
Tuttavia, la profilazione genomica presenta ancora una serie di limiti che, molto spesso, in un eccesso di entusiasmo possono apparire poco chiari. “Oggi vi è una crescente disponibilità di test di profilazione genomica estesa, con pannelli che possono esaminare anche 500 geni con un singolo esame – spiega Marchetti – Ma le mutazioni per cui esistono farmaci già registrati sono rilevabili in pannelli più piccoli, di circa 50 geni o poco più”, precisa. Inoltre, secondo il presidente della Fmp, non va sottovalutato neanche l’aspetto delle competenze. “L’analisi e l’interpretazione dei risultati della profilazione genomica, nonché l’individuazione di potenziali trattamenti mirati, richiedono competenze multidisciplinari – rimarca – E’ quindi fondamentale istituire i Molecular Tumor Board, nei quali sono coinvolte competenze provenienti da diverse aree, quali l’oncoematologia, l’anatomia patologica, la genetica medica, la biologia molecolare, la farmacologia clinica, la farmacia ospedaliera e altre figure professionali”, conclude.
La metà degli italiani segue una dieta o sta attento a quello che mangia ma pochi si affidano a uno specialista. “Il 51% si attiene a una dieta o a un regime alimentare controllato, ma solo nel 19% dei casi a prescriverli è stato un professionista”, è la fotografia che emerge dall’indagine dell’Osservatorio Sanità di UniSalute, che insieme a Nomisma ha interrogato un campione di 1.200 persone sul loro rapporto con il cibo.
“La prima notizia è che sempre più italiani dichiarano di seguire una dieta o un regime alimentare controllato: se nella rilevazione effettuata nel 2021 erano meno di un terzo (29%), oggi sono ben il 51% – evidenzia il report – Questa percentuale è composta però solo per il 19% da chi si è affidato a uno specialista, come un dietologo o un nutrizionista, nonostante il 60% degli intervistati si dichiari interessato a farsi seguire da un professionista dell’alimentazione. Molti optano invece per il ‘fai-da-te’ o per il consiglio di amici e parenti (22%), mentre nel resto dei casi uno specifico tipo di alimentazione è stato suggerito dal medico di base (6%) o da un personal trainer (4%)”.
Ma perché seguire una dieta? “La motivazione più spesso citata è il sentirsi bene con se stessi (46%), insieme al volersi mantenere in forma e curare il proprio aspetto fisico (46%). In secondo piano, ma comunque importanti, ci sono le questioni legate alla salute: da chi vuole risolvere un problema di sovrappeso oppure obesità (29%), a chi cerca di fare prevenzione rispetto a malattie e altri disturbi (25%), o anche chi ha dovuto cambiare il proprio regime alimentare dopo aver riscontrato dei valori fuori norma nelle analisi del sangue (22%)”, evidenzia il report.
“In ogni caso, che sia a dieta o meno, quasi un italiano su due (46%) dice di aver mangiato in modo più sano ed equilibrato nell’ultimo anno, e il 55% ritiene le buone abitudini alimentari un aspetto fondamentale della propria salute. La dieta Mediterranea – si legge nel report – risulta molto diffusa, con il 45% che la indica come lo stile alimentare più simile al proprio. Seguono, a una certa distanza, le diete ipocaloriche (13%), alimentazioni personalizzate in base alle proprie esigenze specifiche (12%) e le diete iperproteiche (9%). Si descrive invece come vegano o vegetariano il 5% degli intervistati”.
In Italia, le bambine e i bambini di 8-9 anni in sovrappeso sono il 19% e con obesità il 9,8%, inclusi quelli con obesità grave pari al 2%. Sono i dati relativi al 2023 elaborati da Okkio alla Salute, il sistema di sorveglianza nazionale coordinato dal Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e promozione della salute (Cnapps) dell’Istituto superiore di sanità e presentati oggi. Dalla prima raccolta dati, avvenuta nel 2008/2009 ad oggi, il dato relativo al sovrappeso mostra un andamento significativo in diminuzione mentre l’obesità, dopo una prima fase di iniziale decremento, è risultata tendenzialmente stabile per qualche anno, con un leggero aumento nel 2023. La sorveglianza Iss ha coinvolto tutte le Regioni e Province Autonome e ha arruolato oltre 50mila bambine/i e altrettante famiglie.
I genitori hanno riferito che quasi 2 bambini su 5 non fanno una colazione adeguata al mattino, oltre il 50% consuma una merenda abbondante a metà mattina, 1 su 4 beve quotidianamente bevande zuccherate/gassate e consuma frutta e verdura meno di una volta al giorno. Il 37% mangia i legumi meno di una volta a settimana e più della metà mangia snack dolci più di 3 giorni a settimana. Inoltre un bambino su 5 non ha fatto attività fisica il giorno precedente l’intervista, più del 70% non va a scuola a piedi o in bicicletta e quasi la metà trascorre più di 2 ore al giorno davanti alla tv, al tablet o al cellulare. Gli indicatori sulle abitudini alimentari, così come quelli sull’attività fisica sono solo leggermente cambiati rispetto alla raccolta dati precedente (2019). Si mantiene stabile un gradiente geografico Nord-Sud con prevalenze di eccesso ponderale più elevate nei bambini residenti nell’Italia meridionale. Anche le condizioni socioeconomiche delle famiglie hanno un impatto sull’eccesso ponderale e sullo stile di vita in generale.
500 pazienti, suddivisi in gruppi omogenei per caratteristiche cliniche, seguiti per 5 anni. L’obiettivo è la realizzazione di un Percorso di Educazione Terapeutica per i malati oncologici a rischio o colpiti da linfedema degli arti. È quanto si propone il nuovo progetto di ricerca promosso dalla Fondazione per la Medicina Personalizzata-FMP. Un team multidisciplinare di medici, chirurghi, fisioterapisti, psiconcologi, radiologi, nutrizionisti, genetisti e bioinformatici guiderà i pazienti e i caregiver lungo un percorso finalizzato alla prevenzione primaria del linfedema e allo sviluppo di una maggiore autonomia nella gestione della condizione clinica. “Intendiamo migliorare la qualità della vita e al tempo stesso ridurre il peso della malattia sui sistemi sanitari – commenta il Prof. Paolo Marchetti, Presidente della FMP e Direttore Scientifico dell’Istituto Dermopatico dell’Immacolata-IDI/IRCCS di Roma -. Il linfedema è una delle più frequenti complicanze d’interesse riabilitativo nell’ambito oncologico. Nel nostro Paese si stimano ogni anno più di 40.000 nuove diagnosi tra forme primarie e secondarie. È una patologia cronica ad andamento spontaneamente evolutivo e si caratterizza per un ristagno di fluidi nel tessuto sottocutaneo. Colpisce soprattutto gli arti superiori e inferiori, e rappresenta la conseguenza di un danno anatomico della circolazione linfatica. Questo di solito è provocato dagli interventi di chirurgia oncologica, soprattutto se associati a trattamenti di radioterapia. In Italia interessa una donna su cinque operata per carcinoma mammario, il 65% di quelle colpite da tumore ginecologico e il 40% degli uomini afflitti da una neoplasia prostatica”.
Il progetto della Fondazione per la Medicina Personalizzata partirà nelle prossime settimane e viene presentato oggi a Roma. Partner scientifico dell’iniziativa è la Fondazione Luigi Maria Monti, Istituto Dermopatico dell’Immacolata-IDI/IRCCS di Roma. “Il linfedema degli arti non è un problema di salute secondario o un semplice danno estetico – prosegue la Dott.ssa Federica De Galitiis, Direttore dell’UOC di Oncologia dell’IDI di Roma -. Tende a svilupparsi in modo diverso nei pazienti e non sempre si manifesta subito dopo l’operazione chirurgica. A volte compare a distanza di anni dall’operazione e può colpire anche altre zone del corpo come la mammella, l’addome o i genitali esterni. I suoi sintomi più frequenti sono gonfiore, ispessimento del tessuto sottocutaneo, senso di peso a livello di arti interessati e in alcuni casi infezioni batteriche. Se viene trascurato può causare disabilità sia a livello fisico che psicologico. Modifica, infatti, l’immagine corporea e riduce notevolmente la qualità della vita di una persona già in difficoltà a causa del cancro. Può rendere molto difficile anche solo indossare alcuni vestiti o allacciarsi le scarpe. Una larga parte dei pazienti giunge tardi alla diagnosi e arriva ad un contesto clinico che richiede complessi interventi terapeutici. Inoltre, per curare il linfedema si rende necessaria una continuità assistenziale prolungata. Quindi si determina un significativo impegno di risorse umane del nostro sistema sanitario nazionale e anche elevati costi diretti e indiretti”. “Viene di solito diagnosticato in fase avanzata anche perché vi è la tendenza a sottovalutarlo – aggiunge la Dott.ssa Annarita Panebianco, Direttore Sanitario dell’IDI di Roma -. Vogliamo arrivare ad un nuovo Percorso basato su un approccio proattivo alla cronicità. Risulta perciò essenziale la sinergia di azione tra il personale medico-sanitario, i pazienti, i caregiver e le associazioni dei malati che insieme diventano parte integrante ed attiva di un percorso assistenziale condiviso”. “Esistono diverse tipologie di cure che vanno dalla fisioterapia alla chirurgia passando per l’uso di alcuni farmaci specifici – conclude il Dott. Roberto Bartoletti, Fisioterapista dell’Ambulatorio di Prevenzione, Diagnosi e Cura del Linfedema e del Flebolinfedema dell’IDI di Roma (Responsabile Dott. Corrado Cirielli) -. Vi sono poi dei piccoli accorgimenti che i pazienti possono mettere in atto nella quotidianità per migliorare la propria condizione. Il trattamento del linfedema si avvale anche del rispetto di adeguati stili di vita, in particolare l’igiene alimentare e fisica risultano fondamentali sia per la prevenzione che per la gestione nel tempo del linfedema degli arti. Non a caso, l’aumento del peso e la sedentarietà rappresentano due importanti fattori di rischio per l’insorgenza e per l’aggravamento della malattia”.