Il tumore al seno metastatico interessa più di 52mila donne nel nostro Paese ma non è ancora conosciuto dai cittadini. Solo un italiano su 10 infatti si ritiene ben informato, mentre oltre la metà non ne sa quasi nulla. Ad avere meno consapevolezze sulla malattia sono gli over 54, gli uomini, e chi non ha mai vissuto esperienze in famiglia o tra i propri conoscenti. E persino chi ha avuto esperienza della patologia, nel 37% dei casi, dichiara di non saperne molto. Ancora più bassa risulta la conoscenza su familiarità e fattori predisponenti: appena il 20% degli italiani ha sentito parlare della mutazione genetica BRCA, fattore di rischio che aumenta la possibilità d’insorgenza della malattia.
Per questo Europa Donna Italia scende in campo in occasione dell’imminente Giornata Nazionale del Tumore al Seno Metastatico del prossimo 13 ottobre, con la nuova campagna pubblicitaria Una Volta Per tutte. Anche quest’anno sarà data visibilità all’informazione e alla sensibilizzazione, con l’obiettivo di supportare tutte le donne che convivono con la malattia. Protagoniste del video che fa parte della Campagna sono quattro pazienti, in quattro ambientazioni diverse. Si trovano al centro di un contesto affollato e vogliono farsi sentire. Chiedono percorsi specifici, studi clinici, nuove cure, benessere fisico e mentale, invalidità civile e si rivolgono a chiunque le possa ascoltare, in particolare a Istituzioni, Ministeri, Commissioni e Decisori regionali. Il video si chiude con il claim “per sentire basta l’udito, per ascoltare serve impegno”.
La campagna Una Volta Per tutte è declinata su vari mezzi per ricordare la scadenza della giornata mondiale del Tumore al Seno Metastatico. Saranno coinvolti tv, radio, cinema, stampa e affissioni con l’obiettivo di sensibilizzare il numero più alto di persone.
“È fondamentale sensibilizzare la popolazione su questi temi, sia per illustrare la complessità del trattamento, che per evidenziare i grandi passi da gigante fatti dalla ricerca e dai progressi ottenuti grazie alle nuove terapie. Nel 2022, in Italia, sono state stimate 55.700 nuove diagnosi di cancro del seno, il 7% è metastatico all’esordio e circa il 20% sviluppa metastasi nei 5 anni successivi alla diagnosi – Le pazienti con malattia metastatica devono essere prese in carico da un team multidisciplinare, cioè dai centri di senologia, in grado di intercettare e soddisfare il loro bisogno di cura globale e duraturo”, spiega Saverio Cinieri, Presidente nazionale di AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), tra i promotori della campagna:
“È rassicurante che la ricerca si focalizzi sempre più su malattie un tempo considerate incurabili per garantire alle pazienti non solo un allungamento delle aspettative di vita, ma anche una migliore qualità. Questi traguardi ci fanno capire quanto sia importante ascoltarle e garantire loro i diritti di tutela necessari. Questo stadio della malattia è molto complesso, ma proseguire nell’ascolto, nella ricerca e nel supporto alle pazienti, è più che mai un dovere per tutti noi” aggiunge Luigi Cataliotti, Presidente di Senonetwork.
“Dare voce alle richieste di queste donne è da sempre una mission di Europa Donna Italia- spiega la Presidente di Europa Donna Italia, Rosanna D’Antona– Quest’anno vogliamo puntare sull’ascolto delle richieste delle donne con TSM, attraverso delle immagini forti che spiegano come ad oggi i loro diritti e bisogni risultino ancora inascoltati. Porteremo di nuovo sul tavolo dei decisori le richieste del manifesto per accelerare un processo che deve essere avviato prima possibile e proseguiremo fino a quando queste non saranno ascoltate”.
Promossa da Europa Donna Italia insieme a A.N.D.O.S., aBRCAdabra e Oltre il Nastro Rosa, con il supporto di AIOM e Senonetwork APS, ha ricevuto il patrocinio del Ministero della Salute e di Pubblicità Progresso. È stata creata e prodotta da Coo’ee Italia, pianificata e distribuita da Havas Media Italia: tutti questi partner hanno supportato Europa Donna Italia pro bono. Sarà pianificata su Rai, Mediaset, La7 e Discovery che hanno concesso gratuitamente gli spazi, così come su carta stampata, coinvolgendo Cairo e Mediamond. La diffusione coinvolge anche il web, con spazi offerti da Mediamond, Cairo e Manzoni, e la radio grazie a Advertising e Open Space. Completeranno la diffusione anche gli spazi OOH, concessi da Exomedia, Ipas, Pubbliroma, Apa, Mediamond, Streetvox, Urban Vision, Acone Associati in posizioni centrali di Milano e Roma e una programmazione dedicata nei cinema italiani.
La nutrizione è un problema rilevante ma ancora sottovalutato dai pazienti oncologici. Il 71% dichiara di aver modificato la propria dieta in seguito ai trattamenti anti-cancro. Tuttavia ben otto pazienti su dieci non hanno ricevuto una valutazione nutrizionale dopo l’inizio delle cure. Solo il 36% è seguito regolarmente da un nutrizionista o da un dietologo. Il 45% ha assunto integratori alimentari e di questi malati il 16% lo ha fatto senza però alcuna prescrizione medica. Sono questi i principali dati di un sondaggio condotto da Loto Odv, l’associazione no profit che si occupa di migliorare la consapevolezza sul carcinoma dell’ovaio. E’ stata condotta su oltre 130 pazienti oncologici colpiti principalmente da tumori ginecologici e da carcinoma mammario. L’indagine viene presentata alla vigilia della quinta Giornata Mondiale “World GO Day” dove GO sta per “Ginecologia Oncologica”. Si celebra il prossimo 20 settembre in 34 diversi Paesi per un totale di oltre 60 organizzazioni sanitarie e gruppi di medici-esperti coinvolti. L’obiettivo è sensibilizzare e favorire la conoscenza circa i fattori di rischio, sintomi, nuove terapie, diagnosi precoce e strategie di prevenzione inerenti i tumori ginecologi.
“Mantenere un’alimentazione corretta, sana, varia ed equilibrata è fondamentale sia per prevenire i tumori che durante il percorso di cura – sottolinea la prof.ssa Rossana Berardi, Presidente del Comitato Scientifico Loto OdV, Ordinario di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche e Direttrice della Clinica Oncologica dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche -. La malnutrizione è purtroppo un fenomeno molto pericoloso e diffuso e riguarda più della metà dei malati di cancro. Sta ad indicare lo stato di squilibrio, sia per eccesso (con conseguente sovrappeso o obesità che rappresentano fattori di rischio oncologici), sia per difetto, nel caso di impoverimento delle riserve energetiche e di nutrienti che può compromettere in maniera importante lo stato di salute specie durante il percorso di cure antitumorali. Questo vale anche per i tumori ginecologici i cui percorsi di cura sono spesso lunghi e complessi”. Il cancro alla cervice uterina, ovaio, corpo dell’utero, vagina e vulva colpiscono in Italia più di 19.500 donne. A queste neoplasie sono dedicate una serie di iniziative, promosse da Loto Odv, realizzate in occasione della Giornata Mondiale. Fino al 31 ottobre in tutte le sedi Loto, attive sul territorio nazionale, ci saranno gli Open Days. Sarà possibile ricevere consulenze eredo-famigliari e visite ginecologiche gratuite su prenotazione. Si sono tenuti (e si terranno) incontri per promuovere corretti stili di vita (attività fisiche come tai chi e nordic walking etc.) e presidi informativi sulle neoplasie ginecologiche. Si svolgeranno poi eventi divulgativi e informativi sia on line che in presenza. Sulle reti del gruppo Mediaset verrà proiettato uno spot TV con la testimonial di Loto: l’attrice/cantante Serena Autieri. Domani il Palazzo del Podestà di Bologna sarà illuminato di colore viola, il simbolo dei tumori ginecologici. Nel Comune del capoluogo emiliano si terrà un seminario informativo per le dipendenti. Infine nella sede di Ancona di LOTO saranno svolti anche dei Pap Test gratuiti per la prevenzione secondaria dei tumori della cervice uterina.
“Sono delle patologie oncologiche in crescita nel nostro Paese ma di cui si parla ancora poco – aggiunge Manuela Bignami, Direttore di Loto OdV -. In particolare il carcinoma ovarico presenta una prognosi sfavorevole e la probabilità di guarigione è solo del 36%. Con tutte le nostre iniziative vogliamo favorire come prima cosa una corretta informazione. Poi intendiamo sensibilizzare istituzioni e cittadini su delle neoplasie pericolose. Infine cercheremo di dare a pazienti e caregiver consigli utili sul come affrontare le difficoltà quotidiane. Lo faremo anche grazie all’aiuto e supporto di alcuni tra i massimi esperti italiani”. “Il tumore ovarico tende a manifestarsi senza sintomi o con sintomi aspecifici – afferma Domenica Lorusso, Professore di Ostetricia e Ginecologia e Responsabile Programmazione Ricerca Clinica della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma -. Questo, in aggiunta alla mancanza di efficaci strategie di screening, fa si che ad oggi oltre il 75% dei casi di carcinoma dell’ovaio viene diagnosticato in stadio avanzato. Da qui l’esigenza di promuovere una maggiore informazione tra la popolazione anche per favorirne la prevenzione. Per i pazienti invece l’arrivo di nuove terapie sta progressivamente migliorando le loro opportunità di cura e aumentando la sopravvivenza. Dobbiamo riuscire durante e dopo le cure a garantire una buona qualità di vita che deve passare anche dalla tutela di aspetti complementari alla cura come l’alimentazione”.
“C’è ancora molto da chiarire sui fattori di rischio legati all’alimentazione nel tumore ovarico. Ciò che sappiamo per certo è che l’accumulo di grasso a livello addominale e l’obesità sono entrambi fattori di rischio per lo sviluppo di tumori come quello dell’ovaio e influenzano negativamente la prognosi anche in corso di trattamento. La buona notizia è che si tratta di fattori modificabili. Tuttavia, la malnutrizione durante le cure oncologiche è anche una questione di disinformazione e resta una responsabilità di noi curanti disincentivare il fai da te. – conclude la dott.ssa Giulia Mentrasti, Clinica Oncologica Azienda Osp. Universitaria delle Marche – Dalla ricerca che abbiamo promosso emerge chiaramente ancora una scarsa consapevolezza sul ruolo della nutrizione in oncologia che invece è fondamentale sia prima che dopo una diagnosi di tumore”.
Loreto (AN), 15 settembre 2023 – In Italia sempre più pazienti colpiti da cancro richiedono un “secondo parere” ad un altro specialista. L’81% degli oncologi afferma di aver ricevuto da altri colleghi una richiesta di “second opinion”. Di queste prestazioni, il 75% è stata eseguita con la visita in presenza del malato. Il 21% invece è stata svolta attraverso l’analisi della documentazione clinica e la successiva discussione con parente/caregiver. Solo nel 4% dei casi è avvenuta con il teleconsulto o altre forme di telemedicina. Il 64% delle second opinion è stato erogato attraverso il servizio sanitario nazionale e il rimanente 36% con libera professione. Meno della metà dei pazienti (il 47%) informa il proprio medico curante solo dopo aver ottenuto il secondo parere. I dati sono relativi ad una survey condotta su circa 200 specialisti dall’ Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e Fondazione AIOM. I risultati sono presentati in occasione dell’apertura del convegno nazionale Le Giornate dell’Etica AIOM 2023. L’etica della Second Opinion: 5 Anni Dopo. L’evento si tiene per due giorni a Loreto (AN) e vede la partecipazione di clinici, pazienti, magistrati e giornalisti.
“Esistono diversi e fondati motivi per i quali uno specialista si avvale di una second opinion – sottolinea Saverio Cinieri, Presidente Nazionale AIOM -. Nel 78% dei casi, infatti, è lo stesso oncologo che consiglia al proprio paziente di andare da un collega per un consulto. I tumori sono in costante crescita in Italia e ogni giorno si registrano più di mille casi. Le scelte terapeutiche sono diventate sempre più complesse grazie alla costante introduzione di nuovi trattamenti. Questo è valido soprattutto per i tumori rari che in totale interessano oltre 900mila uomini e donne nel nostro Paese. La gestione clinica di queste neoplasie, così come quella dei sarcomi, è molto complessa ed è assolutamente necessario il giusto expertise dell’oncologo. E’ importante che un medico comprenda alcuni suoi propri limiti e sappia quando è più opportuno indirizzare l’assistito ad un secondo specialista. Tuttavia le richieste di second opinion avvengono anche nell’ambito del trattamento di forme di cancro più frequenti. In questo caso le linee guida ufficiali offrono molte opzioni la cui scelta può avvenire anche grazie al supporto di un collega più esperto”. “Richiedere una second opinion è un legittimo diritto di ogni paziente ed è perciò un dovere del nostro sistema sanitario garantirlo – afferma Giordano Beretta, Presidente di Fondazione AIOM -. In alcune situazioni però questa pratica non determina nessun beneficio e potrebbe piuttosto aumentare il rischio di rallentare il percorso diagnostico-terapeutico. Altre volte invece assicura vantaggi clinici nonché un ritorno psicologico positivo. Infatti attribuisce al malato, e ai caregiver, la percezione di esercitare in maniera autonoma una legittima scelta. Possono esserci però anche delle discordanze tra la prima e la seconda opinione e quindi si verificano ulteriori complicazioni. Esiste poi anche il rischio che l’assistito segua consigli clinici non appropriati. Tutti questi complessi aspetti vanno affrontati attraverso un dialogo costruttivo tra medico e paziente. Entrambi non devono avere un atteggiamento pregiudiziale verso il ricorso alla second opinion. Solo così è possibile utilizzare uno strumento importante e che può essere di grande aiuto.
Al convegno di Loreto, AIOM e Fondazione AIOM rilanciano il Decalogo della “Seconda Opinione” in Oncologia redatto nel 2018 a Ragusa. “E’ un documento composto da dieci semplici regole valide sia quando al medico viene richiesta una second opinion che in caso sia il paziente a desiderarla – conclude Filippo Pietrantonio, Consigliere Nazionale AIOM-. Vuole essere perciò uno strumento di aiuto e supporto concreto per tutti gli specialisti. Il consiglio generale che vogliamo dare agli oncologi italiani, è quello di accogliere l’esito della seconda opinione. Questa va poi discussa in maniera chiara ed esaustiva con il paziente soprattutto quando i due pareri risultano discordanti”.
14, settembre 2023 – “Andare a scuola o al lavoro a piedi, in bici o utilizzando altre strategie di mobilità attiva può diminuire la mortalità e ridurre l’insorgenza di molte malattie croniche”. Eppure poco più di 4 italiani su 10 dai 18 ai 69 anni lo fanno, e “in molti casi con valori al di sotto della soglia che permetterebbe di ottenere i maggiori benefici” secondo l’Organizzazione mondiale della sanità. Lo indicano i dati della Sorveglianza Passi del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute (Cnapps) dell’Istituto superiore di sanità, diffusi dall’Iss in occasione della Settimana europea della mobilità che si celebra dal 16 al 23 settembre.
“Complessivamente – riferisce l’istituto – nel biennio 2021-2022 il 42% degli adulti intervistati pratica mobilità attiva e dichiara di aver usato la bicicletta e/o di essersi spostato a piedi per andare al lavoro, a scuola o per gli spostamenti quotidiani nel mese precedente l’intervista”. E il trend appare in calo, considerando che “dal 2017 al 2022 si registra una lieve diminuzione della quota di persone che si muove a piedi o in bici per gli spostamenti abituali e, in particolare, una riduzione più forte tra coloro che riescono a raggiungere i livelli di attività fisica raccomandati, specialmente al Sud”.
“Il 19% degli intervistati – dettaglia l’Iss – risulta fisicamente attivo con la sola pratica della mobilità attiva, perché grazie a questa raggiunge i livelli di attività fisica raccomandati dall’Oms (almeno 150 minuti a settimana di attività moderata), e il 23% risulta parzialmente attivo per mobilità attiva praticata perché si sposta a piedi o in bicicletta, ma lo fa per meno di 150 minuti a settimana. La quota di persone che raggiunge i livelli di attività fisica raccomandati dall’Oms attraverso la mobilità attiva è maggiore tra i 18-24enni, ma anche fra i 50-69enni, fra le persone con alto livello di istruzione, fra gli stranieri e fra i residenti nelle regioni settentrionali, rispetto al resto del Paese”.
13 settembre 2023 – Un nuovo sistema regolamentato di dialogo “in trasparenza” tra l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e gli stakeholder, dalle aziende farmaceutiche alle associazioni di pazienti, che prevede un’agenda pubblica di incontri.
È l’iniziativa ‘Aifa Incontra’, presentata ieri dal presidente del Cda Giorgio Palù e dal sostituto del direttore generale Anna Rosa Marra. L’iniziativa punta ad attuare forme dirette di dialogo e ascolto, in trasparenza, con i soggetti portatori di interessi che ne presentino richiesta motivata: si tratta di associazioni di pazienti, rappresentanti della società civile, del mondo accademico, aziende farmaceutiche e ogni altro soggetto interessato, che potranno inviare una richiesta di partecipazione ad incontri, con cadenza mensile, su vari temi di interesse. Gli incontri sono disciplinati dal ‘Regolamento di istituzione e funzionamento’ e non saranno accettate richieste di incontri finalizzati a tematiche riconducibili a procedure in corso presso la Commissione tecnico scientifica e/o Comitato prezzo e rimborso dell’Aifa o in valutazione a livello europeo. Gli incontri avverranno nella sede dell’Aifa e possono svolgersi anche in modalità telematica. Questa iniziativa, ha spiegato Palù, “favorisce un dialogo diretto e trasparente. Si tratta di un dovere di ascolto ma anche di diritto alla parola da parte degli stakeholder. Aifa Incontra è cioè una sorta di format aperto per l’ascolto e si colloca in un contesto particolare, un contesto che va verso una riforma che dovrebbe rilanciare l’Agenzia del farmaco. L’Aifa – ha aggiunto – ha bisogno di crescere e sentiamo molto l’esigenza di confrontarci con le industrie farmaceutiche, le società scientifiche e le associazioni dei pazienti, ma puntiamo anche alla comunicazione con la società civile”. L’iniziativa, ha sottolineato Marra, “rappresenta anche una opportunità di collaborazione virtuosa. Sarà resa disponibile un’agenda pubblica degli incontri, con i temi discussi e gli eventuali documenti prodotti”.
12 settembre 2023 – Fumare fa invecchiare più in fretta. La prova è scritta nel Dna, per la precisione nei cromosomi: il fumo, infatti, accelera l’accorciamento delle loro estremità, chiamate telomeri, che sono un indicatore della capacità della cellula di rigenerarsi e ripararsi e della velocità di invecchiamento. Lo indica uno studio presentato al Congresso Internazionale 2023 della Società Europea per la Medicina Respiratoria, in programma a Milano, e guidato dall’Università cinese di Hangzhou. La ricerca dimostra anche che smettere di fumare, invece, riduce considerevolmente il rischio di invecchiare prima del tempo. I telomeri, sequenze ripetute di Dna che proteggono le estremità dei cromosomi, sono come le guaine di plastica o metallo alla fine dei lacci delle scarpe, che impediscono a questi ultimi di sfilacciarsi. Ogni volta che una cellula si divide i telomeri si accorciano un po’, fino a diventare così corti che la cellula non riesce più a dividersi con successo e muore: questo fa parte del processo di invecchiamento.
La lunghezza dei telomeri è stata collegata a molte malattie, come disturbi cardiovascolari, diabete e perdita di tessuto muscolare, ma finora pochi studi hanno indagato il rapporto con il fumo. I ricercatori guidati da Siyu Dai, analizzando i dati genetici di quasi 500mila persone raccolti nella banca dati britannica Biobank, hanno ora scoperto che fumare accorcia in maniera significativa i telomeri dei cromosomi contenuti nei globuli bianchi, cellule che fanno parte del sistema immunitario. Inoltre, l’effetto risulta tanto maggiore quanto più grande è il numero di sigarette fumate abitualmente. Invece, per gli ex fumatori, gli autori dello studio hanno trovato solo una lieve tendenza verso cromosomi più corti, non significativa dal punto di vista statistico.
11, settembre 2023 – Non è “trascurabile” la quota di 50-69enni che non si è mai sottoposta a una mammografia a scopo preventivo o lo ha fatto in modo non ottimale: una donna su 10 non ha mai fatto un esame mammografico e quasi il 20% riferisce di averlo eseguito da oltre due anni. La prevenzione del tumore della mammella in Italia, secondo i dati pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità, avviene per lo più nell’ambito di programmi organizzati dalle ASL a cui partecipano più della metà delle donne alle quali sono dedicati, mentre la restante quota di donne che si sottopone a una mammografia preventiva nei tempi raccomandati lo fa al di fuori dei programmi organizzati (un ulteriore 20% circa della popolazione target). I dati PASSI 2021-2022 mostrano che in Italia il 70% delle donne fra i 50 e i 69 anni si è sottoposto allo screening mammografico a scopo preventivo, all’interno di programmi organizzati o per iniziativa personale, secondo quanto raccomandato dalle linee guida nazionali e internazionali (che suggeriscono alle donne di questa classe di età di sottoporsi a mammografia ogni due anni per la diagnosi precoce del tumore al seno). La quota di donne che si sottopone allo screening mammografico è maggiore fra quelle più istruite o con maggiori risorse economiche, fra le donne di cittadinanza italiana rispetto alle straniere, e fra le donne coniugate o conviventi. La copertura dello screening mammografico disegna una forze differenza Nord-Sud con una copertura totale dell’80% al Nord, 76% nel Centro e solo del 58% nelle Regioni meridionali. Il Friuli Venezia Giulia (88%) è la Regione con la copertura maggiore, la Calabria (43%), il Molise e la Campania (entrambe al 51%) sono le Regioni con le coperture totali più basse. Negli anni il gap geografico si è ridotto e la quota di donne che si sottopone a mammografia a scopo preventivo è aumentata, grazie soprattutto all’aumento dell’offerta/adesione ai programmi organizzati avvenuta ovunque nel Paese. Nel 2022 la copertura dello screening, ancora non ha raggiunto i valori pre-pandemia, ma si registra un segnale di ripresa rispetto al 2021. L’efficacia della promozione dello screening cresce se all’invito della ASL si accompagna il consiglio del proprio medico di fiducia o di un operatore sanitario. “La lettera di invito da sola non basta a garantire la partecipazione delle donne allo screening, mentre è fondamentale il consiglio medico” si legge nel report.
8 settembre 2023 – Oggi a Corigliano-Rossano (provincia di Cosenza), il 23-24 settembre a Napoli, il 13 ottobre a Milano il giorno successivo a Senigallia (provincia di Ancona). Sono queste le prossime quattro tappe di “One Healthon”, una campagna nazionale che vuole promuove in tutta la Penisola una nuova cultura della prevenzione, del benessere e della salute. Il progetto nazionale è stato lanciato da un Comitato Scientifico Strategico che riunisce professionisti di fama nazionale della medicina, dell’informazione e del terzo settore.
Oggi pomeriggio (a partire dalle 17) al Castello di Corigliano si terrà un convegno a cui parteciperanno rappresentati dei medici, dei pazienti e delle istituzioni locali e regionali. A seguire per l’intero week end in Piazza Salotto Corigliano Rossano specialisti e operatori sanitari svolgeranno visite gratuite. Il centro della città jonica diventerà un vero e proprio “villaggio della salute”, con il coordinamento di Jole Fantozzi (Dirigente Generale Dipartimento Tutela della Salute e Servizi Socio-Sanitari Regione Calabria).
Sarà poi la volta di Napoli dove verrà realizzata un’iniziativa in collaborazione con l’Istituto Nazionale Tumori “Fondazione Pascale”, grazie all’impegno del Direttore Generale Attilio Bianchi. Il 23-24 settembre la centralissima Piazza del Plebiscito ospiterà “Le Giornate Napoletane della salute, della prevenzione e del benessere”. Saranno svolti esami di screening del melanoma, del carcinoma della mammella e dei tumori testa-collo.
Il 13 ottobre a Milano (dalle 18 alle 22) saranno effettuate delle vaccinazioni gratuite per HPV nella zona della movida di Via Lecco a Milano. In questo modo si vuole contribuire a ridurre il rischio dei tumori della cervice uterina, dell’orofaringe e del canale anale, come spiega Nicla La Verde (Direttore Oncologia Medica dell’Ospedale Sacco di Milano).
Infine il 14 ottobre a Senigallia si terrà un convegno dedicato alla prevenzione in collaborazione con il Comune. È inoltre previsto in piazza un evento di divulgazione con degli stand in cui verranno fornite visite gratuite.
“Con queste nuove iniziative locali vogliamo favorire a 360 gradi la prevenzione delle gravi malattie – sottolinea la prof.ssa Rossana Berardi coordinatrice del progetto e Ordinario di oncologia medica all’Università Politecnica delle Marche -. Non solo i tumori ma anche le patologie cardio-vascolari, respiratorie, dermatologiche e odontoiatriche possono essere evitate intervenendo in primis sugli stili di vita. Al tempo stesso vanno effettuati esami e controlli medici periodici, a partire da una determinata età, per monitorare lo stato di salute della persona. I dati statistici dimostrano chiaramente che nel nostro Paese manca ancora una vera cultura della prevenzione. Deve essere creata anche attraverso progetti concreti e iniziative in grado di coinvolgere un numero crescente di persone d’ogni fascia d’età. E’ questo lo spirito che anima la campagna nazionale di One Healthon dove noi medici andiamo verso i cittadini con nuove iniziative. Queste ultime devono essere rivolte anche ad un’altra tematica di grandissima attualità: l’ambiente. La sua salvaguardia è nell’interesse dell’intera comunità ed è strettamente collegata alla salute pubblica”.
Fanno parte del Comitato Strategico-Scientifico di One Healthon, tra gli altri, Giuseppe Quintavalle (Direttore Generale Policlinico Tor Vergata – Roma), Roberto Danovaro (Prof. Ordinario di Ecologia Università Politecnica delle Marche), Mauro Boldrini (Direttore Comunicazione Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Giorgio Ascoli (Direttore Scientifico Fondazione Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche Onlus).
La sanità sta per essere investita da una rivoluzione digitale, ma milioni di persone rischiano di rimanere escluse. È l’allarme lanciato dalll’Ufficio europeo dell’Oms in occasione del ‘Symposium on the Future of Health Systems in a Digital Era in the European Region’ tenutosi fino a ieri a Porto. In occasione del summit è stata presentato un rapporto secondo cui solo metà dei Paesi ha adottato politiche per superare il ‘digital divide’, la cui persistenza può mettere a rischio il diritto alla salute. “Mentre corriamo verso questo futuro digitale, dobbiamo porci alcune domande importanti: se i suoi benefici saranno inclusivi, se i nostri dati saranno sicuri e protetti, quale impatto avrà sul personale sanitario”, afferma il direttore dell’Ufficio europeo dell’Oms Hans Henri Kluge. Il rapporto (‘Digital health in the European Region: the ongoing journey to commitment and transformation’) rileva che la pandemia ha impresso una’accelerazione alla transizione digitale e oggi l’83% degli Stati della Regione europea dell’Oms ha un programma per la sanità digitale, il 77% possiede un’agenzia dedicata, tutti hanno destinato risorse alla digitalizzazione. Sono inoltre sempre più diffuse pratiche come la telemedicina o il monitoraggio da remoto dei pazienti (nel 77% degli Stati), la prescrizione elettronica (82%), sistemi di valutazione degli esami da remoto (come la teleradiologia). Il grande scoglio resta l’accesso alle nuove tecnologie: solo il 52% degli Stati ha sviluppato politiche per l’alfabetizzazione digitale sanitaria e il 56% piani per l’inclusione digitale. “È una triste ironia che le persone con competenze digitali limitate o assenti siano spesso quelle che possono trarre il massimo vantaggio dagli strumenti e dagli interventi sanitari digitali, come gli anziani, i disabili o le comunità rurali”, aggiunge Kluge. “Affrontare questo squilibrio è necessario per la trasformazione digitale del settore sanitario”.