2 settembre 2025 – Saltare alla corda o fare con buon passo le scale o una breve corsa, il tutto per poco più di un minuto al giorno, potrebbe aumentare l’aspettativa di vita: uno studio internazionale mostra che le persone che svolgono in totale poco più di 1 minuto di attività fisica intensa al giorno hanno una probabilità molto inferiore di morire per qualsiasi causa nei sei anni successivi rispetto a quelle che non ne hanno svolta alcuna. Solo circa il 15% degli adulti fa esercizio fisico regolarmente, afferma Emmanuel Stamatakis dell’Università di Sydney in Australia che ha coordinato il lavoro riportato dal magazine britannico New Scientist. “La maggior parte della popolazione adulta trova difficile, non è motivata o non è in grado di integrare l’esercizio fisico regolare nella propria routine quotidiana”.
Il team di Stamatakis ha quindi studiato i benefici per la salute dell’esercizio fisico occasionale, come salire una collina ripida, giocare energicamente con i bambini o trasportare carichi pesanti. Per farlo, hanno chiesto a persone che già partecipavano a grandi studi sulla salute di indossare dei monitor per una settimana per valutare i loro livelli di attività normali, e poi hanno esaminato il loro rischio di morte negli anni successivi. Nel 2023, i ricercatori hanno riportato i risultati di decine di migliaia di persone che hanno partecipato allo studio UK Biobank. Hanno scoperto che coloro che svolgevano circa 4,4 minuti di attività fisica intensa al giorno avevano il 38% in meno di probabilità di morire per qualsiasi causa nei sette o otto anni successivi rispetto a coloro che non ne svolgevano alcuna. Nel nuovo lavoro, il team ha esteso lo studio a 3300 persone negli Stati Uniti, meno in forma rispetto a quelle dello studio Biobank, in media molto più sovrappeso e obesi e sedentari, afferma Stamatakis. Ebbene, in questo gruppo, sono bastati solo 1,1 minuti di attività fisica intensa al giorno per ridurre del 38% il rischio di morte nei sei anni successivi. Ciò significa che poco più di un minuto (1,1) in questo gruppo statunitense meno in forma ha prodotto lo stesso miglioramento relativo di 4,4 minuti nel gruppo britannico più in forma, ma ciò non significa che abbiano raggiunto lo stesso livello di salute. I partecipanti allo studio statunitense avevano generalmente un livello di forma fisica inferiore all’inizio, quindi il loro rischio complessivo di morte per qualsiasi causa restava comunque più elevato.
29, agosto 2025 – L’intervallo tra la prima dose di vaccino (primer) e quella di richiamo (booster) è un fattore determinante nel contenimento di un’epidemia. È quanto emerge da uno studio condotto dal Consiglio nazionale delle ricerche con l’Istituto dei sistemi complessi (Cnr-Isc) e l’Istituto per le applicazioni del calcolo (Cnr-Iac), pubblicato sulla rivista Physical Review Research. “I risultati mostrano che, quando le risorse sono scarse e i tempi di attesa per le dosi sono lunghi, l’approccio più efficace è dare priorità assoluta alla prima dose, così da aumentare rapidamente la copertura vaccinale iniziale – spiega Francesca Colaiori, ricercatrice del Cnr-Isc -. Al contrario, in presenza di un tasso di vaccinazione più elevato e di una maggiore disponibilità di dosi, è vantaggioso cominciare a somministrare anche seconde dosi mentre ancora una parte della popolazione è in attesa della prima, con una priorità relativa che dipende dalle risorse disponibili”. Lo studio individua anche il punto in cui, al variare delle risorse, diventa più vantaggioso somministrare parallelamente le seconde dosi.
“Una corretta strategia può spostare la soglia epidemica e, in alcune circostanze, persino sopprimere epidemie che con una pianificazione sub-ottimale sarebbero esplose”, continua Colaiori. Dalla ricerca emerge poi che, con risorse limitate, l’intervallo ottimale per l’immunità del singolo non coincide con quello più vantaggioso a livello di popolazione. “Durante la pandemia, molti Paesi si sono trovati a dover decidere come allocare scorte limitate di vaccini”, conclude Colaiori. “Alcuni hanno scelto di prolungare l’intervallo tra le dosi, dando priorità alla somministrazione della prima dose al maggior numero possibile di individui idonei, seguendo le raccomandazioni del Joint Committee on Vaccination and Immunisation (JCVI)”, che riteneva prioritario ridurre la popolazione ‘vaccino-naïve’, cioè, priva di immunità vaccinale. “Altri, invece, si sono attenuti alle linee guida iniziali dell’OMS, che raccomandava un intervallo più breve tra le dosi”.
28 agosto 2025 – Record di casi di influenza stagionale in Australia, dove attualmente è inverno ed il virus colpisce prima rispetto al nostro emisfero. Numeri in crescita che hanno messo in seria difficoltà gli ospedali dove – con le infezioni aumentate del 70% rispetto all’anno precedente, oltre 18.000 segnalazioni fino a luglio e le ospedalizzazioni cresciute del 50% in due settimane – i posti letto scarseggiano. Un quadro, avvertono gli infettivologi, che con grande probabilità potrebbe replicarsi a breve anche in Italia: è infatti in arrivo, anche da noi, un mix di virus influenzali, tra i quali il ceppo B verso cui si registra una minore copertura. Da qui l’invito degli esperti a vaccinarsi in vista di una stagione che si preannuncia “pesante”, per scongiurare le conseguenze più gravi.
“Anche in Italia si prevede una prossima stagione influenzale molto intensa – afferma Fabrizio Pregliasco, direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e medicina preventiva all’Università di Milano – con la co-circolazione di vari virus influenzali insieme anche al virus respiratorio sinciziale ed al virus SarsCoV2 del Covid. Sarà in circolazione, oltre al ceppo A H1N1, anche il ceppo influenzale B Victoria, come sta avvenendo in Australia, e dal momento che quest’ultimo è poco circolato negli anni scorsi, una gran parte di persone potrà essere suscettibile all’infezione proprio come accaduto nell’emisfero australe. Per questo, soprattutto per i soggetti fragili, è importante l’immunizzazione”. I due ceppi influenzali, precisa, “sono molto simili a quelli previsti nel vaccino antinfluenzale che secondo la circolare del ministero della Salute sarà disponibile da ottobre”. Per quanto riguarda l’Italia, “è ancora presto per delle previsioni accurate e molto dipenderà dall’andamento meteorologico. Ad ogni modo – è la previsione di Pregliasco – ci aspettiamo i primi casi in ottobre e prevediamo una stagione abbastanza intensa. Complessivamente, si stima verrà colpito dal 15 al 25% della popolazione rispetto al 22-23% dello scorso anno quando venne registrato il record di 15 milioni di casi totali”. Il consiglio è dunque quello di vaccinarsi, “ricordando che il vaccino non ha tanto l’obiettivo di ridurre la diffusione del virus quanto gli effetti più pesanti dell’infezione”. Tuttavia, rileva Pregliasco, “lo scorso anno solo poco più del 50% degli over-65 si è vaccinato: un numero troppo ridotto per avere un effetto preventivo ampio rispetto agli effetti sulla salute”. Eppure, ribadisce, “la vaccinazione è una opportunità per tutti. Inoltre, dato il leggero aumento dei casi Covid, è opportuno approfittare della vaccinazione antinfluenzale per effettuare anche un richiamo vaccinale contro il Covid-19”.
27, agosto 2025 – Le ondate di caldo accelerano l’invecchiamento tanto quanto il fumo o l’alcol: lo rivela uno studio a lungo termine secondo cui più aumenta il numero di ondate di calore cui siamo esposti, più accelera l’invecchiamento corporeo. Per ogni 1,3 °C in più a cui un partecipante era esposto, in media si aggiungevano circa 0,023-0,031 anni al suo orologio biologico. Questo dato, visto a livello di popolazione, può avere implicazioni significative per la salute pubblica, afferma Cui Guo, epidemiologo ambientale presso l’Università di Hong Kong, che ha guidato lo studio. Pubblicato su Nature Climate Change, lo studio condotto su 24.922 persone a Taiwan mostra che l’esposizione a lungo termine a eventi di caldo estremo accelera il processo di invecchiamento e aumenta la vulnerabilità ai problemi di salute, aumentando l’età biologica di una persona (ovvero la vera età dei suoi organi che spesso differisce dall’età anagrafica di una persona), in misura paragonabile al fumo o al consumo regolare di alcol.
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L’esposizione al caldo estremo, soprattutto per lunghi periodi di tempo, affatica gli organi e può essere letale. Per studiare gli impatti a lungo termine delle ondate di calore sull’invecchiamento, i ricercatori hanno analizzato i dati delle visite mediche effettuate tra il 2008 e il 2022. Durante quel periodo, Taiwan ha registrato circa 30 ondate di calore, ovvero periodi di temperatura molto elevata che perdurano diversi giorni. I ricercatori hanno utilizzato i risultati di diversi esami medici, tra cui valutazioni della funzionalità epatica, polmonare e renale, della pressione sanguigna e dell’infiammazione, per calcolare l’età biologica. Hanno quindi confrontato l’età biologica con la temperatura cumulativa totale cui i partecipanti erano stati probabilmente esposti, in base al loro indirizzo di residenza, nei due anni precedenti la visita medica. I loro calcoli suggeriscono che per ogni 1,3 °C in più a cui un partecipante era esposto, in media si aggiungevano circa 0,023-0,031 anni al suo orologio biologico.
26, agosto 2025 – Leggero aumento dei casi di Covid-19 in Italia nell’ultima settimana. Lo segnala il nuovo bollettino dell’Istituto superiore di sanità (Iss), secondo cui al 20 agosto l’occupazione dei posti letto in area medica è pari a 1,1% (652 ricoverati), in leggero aumento rispetto alla settimana precedente (1,0% al 13/08/2025). E’ invece in diminuzione l’occupazione dei posti letto in terapia intensiva, pari a 0,2% (18 ricoverati), rispetto alla settimana precedente (0,3% al 13/08/2025). I tassi di ospedalizzazione sono più elevati nelle fasce di età più alte (tasso di ospedalizzazione nelle fasce 80-89 e >90 anni rispettivamente pari a 11 e 18 per 1.000.000 abitanti). Quanto alla diffusione del virus SarsCoV2, l’indice di trasmissibilità (Rt) è pari a 1,34 (1,1-1,61), in leggero aumento rispetto alla settimana precedente (Rt 1,12 (0,87-1,39) al 29/07/2025).
L’incidenza di casi Covid-19 diagnosticati e segnalati nel periodo 14/08/2025 – 20/08/2025 è pari a 2 casi per 100.000 abitanti, in aumento rispetto alla settimana precedente (1 caso per 100.000 abitanti nella settimana 07/08/2025-13/08/2025). L’incidenza settimanale (14/08/2025 – 20/08/2025) dei casi diagnosticati è sostanzialmente stabile nella maggior parte delle Regioni e Province autonome rispetto alla settimana precedente. Le fasce di età che registrano il più alto tasso di incidenza settimanale sono 80-89 e over-90 anni. L’età mediana alla diagnosi è di 63 anni, stabile rispetto alla settimana precedente. La percentuale di reinfezioni, segnala l’Iss, è del 39% circa, in diminuzione rispetto alla settimana precedente. L’Istituto rende inoltre noto che dati preliminari relativi al mese di luglio (al 17/08/2025) evidenziano la co-circolazione di differenti sotto-varianti di JN.1 attenzionate a livello internazionale, con una predominanza di sequenziamenti attribuibili a XFG.
25, agosto 2025 – E’ aumentato in Italia il consumo di alimenti ultra-processati (UPF), che sebbene in termini di peso rappresentino solo il 6% del totale del cibo consumato, contribuiscono al 23% dell’apporto energetico giornaliero. E’ uno dei risultati di uno studio coordinato da Laura Rossi Direttrice del Reparto Alimentazione, Nutrizione e Salute dell’Istituto superiore di sanità che ha analizzato l’evoluzione dei consumi alimentari degli italiani negli ultimi 15 anni. La ricerca è stata appena pubblicata dalla rivista Frontieres in Nutrition. “I risultati della nostra ricerca – dice Rossi – indicano un lieve peggioramento dell’aderenza alle raccomandazioni, con un eccesso di consumi di alimenti di origine animale, in particolare la carne rossa e i salumi, e uno scarso consumo di alimenti vegetali e in particolare di fonti di proteine vegetali, come i legumi. Tendiamo a criminalizzare i carboidrati e a consumare molti alimenti voluttuari come snack dolci e salati, vino e birra. In particolare questo è vero per gli adulti, mentre per gli anziani e le donne la situazione è lievemente migliore”.
Gli autori dello studio hanno valutato la qualità della dieta degli italiani sulla base di dati raccolti tra il 2005-2006 e tra il 2018-2020 su un campione di 2.313 adulti e 290 anziani nel 2005-2006, e 726 adulti e 156 anziani nel 2018-2020 con una proporzione del 50% tra maschi e femmine, utilizzando l’Adherence to Italian Dietary Guidelines Indicator (AIDGI) e il World Index for Sustainability and Health (WISH2.0). I punteggi ottenuti applicando i due indicatori si attestano intorno al 50% del massimo teorico, un dato che indica chiaramente l’esistenza di ampi margini di miglioramento della nostra alimentazione. Sulla base dei risultati dello studio gli italiani tra i 65 e i 74 anni, in particolare le donne, seguono abitudini alimentari più sane di quanto non facciano gli adulti (18-64 anni). E mentre nel tempo gli anziani hanno migliorato la loro alimentazione, gli adulti hanno mostrato un peggioramento della dieta. “Un altro dato significativo emerso dalla ricerca – riprende Rossi – riguarda il cambiamento nel consumo di alimenti processati ossia quegli alimenti molto lavorati soprattutto a livello industriale e che hanno additivi, coloranti. Sebbene gli alimenti ultra-processati (UPF) rappresentino solo il 6% del consumo alimentare totale in termini di peso nel 2018-2020, essi contribuiscono al 23% dell’apporto energetico totale. Inoltre, nei 15 anni esaminati nel lavoro la loro percentuale di apporto energetico è quasi raddoppiata rispetto al 2005-2006 (consumo 5%; energia 12%). Gli alimenti ultra-processati che troviamo più frequentemente sulle nostre tavole sono le bevande zuccherate, gli snack dolci come merendine o biscotti, e salati, quali per esempio patatine fritte, caramelle, cioccolatini, carne e pesce trasformati, piatti pronti”.
1 agosto 2025 – Quasi un italiano su dieci – il 9,2% – non ha l’immunità al morbillo e potrebbe contrarre l’infezione se incontrasse il virus. La percentuale è più alta tra i giovani adulti tra 20 e 40 anni, che costituiscono un gruppo particolarmente a rischio e contribuiscono in maniera determinante alla diffusione dei contagi. Sono i dati che emergono da uno studio coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e dalla Fondazione Bruno Kessler pubblicato dalla rivista The Lancet Infectious Diseases.
Lo studio ha analizzato i quasi 15 mila casi di morbillo (con 14 morti) che sono stati notificati al sistema nazionale di sorveglianza integrata morbillo e rosolia, tra il 2013 e il 2022. La fascia di età in cui l’incidenza dell’infezione è più alta è quella dei bambini sotto i 5 anni, ma oltre la metà dei casi ha riguardato giovani adulti, tra i 20 e i 39 anni. Circa 9 infezioni su 10 hanno riguardato persone non vaccinate. Queste ultime, inoltre, sono anche responsabili dell’88,9% dei contagi secondari (cioè quelli che seguono il cosiddetto ‘caso indice’ nei focolai). Un terzo degli episodi di trasmissione è avvenuta tra giovani adulti, che sono stati anche responsabili di una rilevante proporzione di trasmissione ai bambini di età inferiore ai 5 anni. Inoltre, il 35,5% dei contagi è avvenuto in ambito familiare. L’analisi ha anche stimato la quota di italiani suscettibile al morbillo nel 2025: si tratta del 9,2% della popolazione generale, l’11,8% nella fascia con meno di 20 anni. Il dato però, ha una grande variabilità regionale, con il centro-nord che tende ad avere valori di immunità maggiori. “Gli adulti non vaccinati contribuiscono in maniera sostanziale alla trasmissione del morbillo in Italia”, scrivono gli autori nelle conclusioni dello studio. “Esiste una grande eterogeneità regionale nell’immunità: alcune regioni mostrano basse coperture vaccinali nei bambini, mentre altre hanno una grande proporzione di adulti suscettibili. Questi risultati enfatizzano il bisogno di strategie vaccinali mirate, comprese campagne di recupero rivolte agli adulti”, concludono.
31, luglio 2025 – Le diete ‘last minute’ tipiche di questo periodo, che puntano a un rapido calo dei peso in vista dell’appuntamento ormai imminente con spiagge e vacanze, “sono tutte molto simili. E tutte portano a risultati che durano poco e, in più, mettono anche a rischio la salute”. E’ il monito di Giorgio Calabrese, presidente del Comitato nazionale per la sicurezza alimentare del ministero della Salute.
“Dobbiamo essere estremamente chiari: in questo momento – precisa Calabrese – le persone non vogliono fare la dieta, vogliono dimagrire. E cercano escamotage. E il principale strumento è la dieta iperproteica, negli ultimi tempi superata dalla dieta chetogenica. Ma si tratta di due ‘sorelle’. Nella dieta chetogenica c’è il 75% di grassi, il 20% di proteine, il 5% di carboidrati. Nella dieta iperproteica, invece, si portano le proteine ad altissima concentrazione, 40, 50, anche 60%, i grassi si tolgono il più possibile e si riduce il livello di carboidrati. Altri fanno invece direttamente la low carb e la very low carb, cioè praticamente tolgono completamente i carboidrati. Tutte queste diete hanno diversi nomi, ma tutto sommato sono tutte figlie dello stesso padre, Robert Atkins, che nel 1951 inventò la dieta iperproteica: pochi carboidrati e più proteine”.
Ma i cibi proteici scelti sono quelli “di origine animale – osserva Calabrese – quindi le carni rosse e bianche, i pesci, le uova, i formaggi stagionati. Niente legumi perché ci sono gli amidi. E neanche si possono mangiare solo le verdure, perché hanno pochissime proteine. Quindi ci si carica di cibi di origine animale che si portano comunque dietro dei grassi. Sono prodotti che fanno perdere liquidi, che fanno assemblare le proteine e hanno effetti sul peso che durano poco. Chi fa questo tipo di dieta più di 3 o 4 giorni – avverte lo specialista – rischia chiaramente dei danni al rene e al fegato e anche il cuore protesterà”.
30, luglio 2025 – Chi l’ha detto che una volta arrivati al mare si debba lasciare in albergo la voglia di fare movimento? Ci sono alcune attività, infatti, che possono essere praticate comodamente anche in spiaggia. È il caso del beach volley, ottimo per tonificare i muscoli di tutto il corpo. Giocare sulla sabbia riduce il rischio di infortuni muscolari e distorsioni articolari. Può essere un alleato della linea, perché fa aumentare il tono, ma non la massa del muscolo: basti pensare che in una partita non professionale di circa un’ora si possono consumare ben 600 calorie. Il beach soccer è una disciplina dove si gioca ovviamente a piedi nudi e ogni squadra è composta da 5 giocatori compreso il portiere. Giocare a calcio sulla sabbia, e sotto il sole, stimola la mineralizzazione delle ossa e migliora la funzionalità respiratoria. E gli amanti di racchetta e palline? Possono divertirsi con il beach tennis: come lo sport che praticate d’inverno, non è l’ideale per perdere peso, ma dà un benessere generale e aiuta a sviluppare resistenza fisica e velocità. Rispetto al tennis normale, infatti, è molto più rapido e possono praticarlo veramente tutti, perché non servono particolari conoscenze tecniche. Infine le bocce: attenzione a chiamarlo “hobby per vecchi”. Una partita è un’attività fisica molto simile alla ginnastica dolce, perché offre elasticità alle ossa e migliora la circolazione del sangue.
Mantenersi fisicamente attivi tutto l’anno è dei metodi migliori per prevenire tante gravi malattie. Tra queste c’è anche l’emicrania (sia con che senza aura) come è stato dimostrato scientificamente. Per avere effetti benefici però lo sport deve essere praticato con costanza.