Archivio degli autori Fabrizio Fiorelli

29 Luglio 2025

Claudia Adamo, AIOM: “Lutto che colpisce ma la mortalità tra i giovani si è ridotta di oltre il 20% in 15 anni”

29 luglio 2025 – L’impatto emotivo di una morte per cancro, come nel caso di Claudia Adamo, “è sempre drammatico, tanto più quanto chi muore è giovane, in piena attività, con una cerchia professionale di affetti che inevitabilmente non può assorbire tanto facilmente una notizia così dura. Questo è un dato di fatto incontrovertibile. Le statistiche ci aiutano ad inserire in un quadro più ampio il caso”. E ci dicono che, in generale per tutti i tipi di tumore, i decessi tra i giovani “sono in deciso calo: tra il 2006 e il 2021 abbiamo riscontrato in Italia una riduzione del 21% della mortalità tra le donne al di sotto dei 50 anni. E per gli uomini della stessa fascia di età una riduzione del 28%. Questo grazie ai miglioramenti delle cure”. A parlarne – a partire dalla commozione suscitata dalla morte della 51enne responsabile di Rai Meteo – è Francesco Perrone, presidente dell’Associazione italiana medici oncologi (AIOM) .

Nelle donne il tumore che più di tutti ha avuto una riduzione di mortalità “è quello della mammella, -31% – riporta Perrone – mentre negli uomini quello del polmone. Ma ci sono anche tumori per i quali i progressi tardano ad arrivare. Per il cancro del pancreas, ad esempio, i passi avanti sono stati piccolissimi e sporadici. E’ sicuramente una neoplasia per la quale dobbiamo fare molto, ma molto di più. Continuare a fare ricerca è assolutamente necessario, perché è l’unica strada che può portare a migliorare le nostre capacità terapeutiche”. I numeri comunque, continua l’oncologo, “ci dicono che i casi di tumore diagnosticati in giovane età non sono in crescita e su diversi tipi di cancro abbiamo fatto grandi progressi nelle cure”.

E questo “non tanto nella diagnosi precoce, perché con l’eccezione dei tumori della cervice – ricorda Perrone – non esistono programmi di screening per i tumori che insorgono in età giovanile, ma abbiamo fatto dei notevoli passi avanti da un punto di vista terapeutico”. Il problema, però, è che su scala globale “l’incidenza di cancro tende ad aumentare perché aumentano i fattori di rischio – rimarca il presidente Aiom – Pensiamo per esempio all’inquinamento e ai suoi effetti sommati anche ai cambiamenti climatici”. Su qualcosa tuttavia “siamo migliorati: negli ultimi decenni, dopo tante battaglie, si è ridotta l’abitudine al fumo di sigaretta, ma non abbastanza e abbiamo ancora, come fattore di rischio, un’assunzione di alcol elevata. E anche le abitudini di prevenzione – una dieta ricca di frutta e verdura, il movimento fisico – non sono adottate sufficientemente”. Il messaggio importante quindi, secondo Perrone, è richiamare “le persone ad scegliere sani stili di vita”, ma anche chiedere “ai governi di mettere in campo politiche per ridurre l’inquinamento e i fattori di rischio ambientali. In modo da ridurre il più possibile le diagnosi di cancro e ancora di più i lutti”.

 

28 Luglio 2025

Influenza: il vaccino da inizio ottobre, obiettivo minimo 75%

28 luglio 2025 – Partirà – secondo le indicazioni del ministero della Salute contenuta in una circolare inviata alle Regioni – ai primi di ottobre la vaccinazione contro l’influenza stagionale, con l’obiettivo di raggiungere almeno il 75% della popolazione a rischio: anziani e fragili. Lo scorsa stagione l’influenza ha raggiunto un livello record di contagiati nel nostro paese, superando i 16 milioni, secondo quanto riportato dall’Istituto Superiore di Sanità. Questo numero rappresenta il più alto mai registrato dal sistema di sorveglianza dell’ISS.

Il vaccino sarà offerto gratuitamente a over 60, bambini, cronici, donne in gravidanza e operatori sanitari, ma anche, “dopo aver coperto le priorità”, a chiunque la richieda. La vaccinazione sarà disponibile in tutte le aree sanitarie, come ospedali, farmacie, ambulatori, residenze assistite. E la circolare indica anche la necessità di un forte impulso alla comunicazione pubblica. “L’influenza – si legge nella circolare – rappresenta un serio problema di Sanità Pubblica e una rilevante fonte di costi diretti e indiretti per la gestione dei casi e delle complicanze della malattia e l’attuazione delle misure di controllo ed è tra le poche malattie infettive che di fatto ogni individuo sperimenta più volte nel corso della propria esistenza indipendentemente dallo stile di vita, dall’età e dal luogo in cui vive. Le epidemie possono provocare alti livelli di assenteismo in ambito scolastico e lavorativo e perdite di produttività. Gli accessi al Pronto Soccorso e i ricoveri per influenza possono aumentare durante i picchi della malattia. Le persone anziane, i bambini più piccoli, le donne in gravidanza e le persone con deficit della risposta immune o con malattie croniche sono maggiormente soggetti a forme gravi, ma tutta la popolazione può sviluppare gravi complicanze, tra cui polmonite, miocardite ed encefalite, che possono portare al decesso. Il tasso di mortalità complessivo stimato legato all’influenza è di 13,8 decessi ogni 100.000 persone ogni anno”. La copertura vaccinale in Italia è molto al di sotto degli obiettivi: nella stagione 2023-2024 è stata del 53,3% tra gli over 65 e solo del 18,9% nella popolazione generale. Il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2023-2025 fissa un target minimo del 75% tra gli anziani e l’ideale 95%.

25 Luglio 2025

Studio: per stare in salute bastano solo 7000 passi al giorno

25 luglio 2025 – Non è strettamente necessario arrivare a 10 mila passi, puntare a 7.000 passi al giorno può ridurre il rischio di malattie croniche come malattie cardiovascolari (riduzione del 25% rispetto a chi fa appena 2.000 passi al giorno), cancro (riduzione del 6%), diabete di tipo 2 (-14%), demenza (-38%), depressione (-22%) e cadute (-28%), declino cognitivo e morte per tutte le cause (-47%): lo rivela un ampio studio su The Lancet Public Health, condotto presso l’Università di Sydney e basato sui dati di oltre 160.000 adulti. Si tratta della prima ricerca ad esaminare in modo completo come un numero maggiore di passi al giorno possa ridurre il rischio di diverse patologie. Lo studio ha anche rivelato che anche un numero modesto di passi (circa 4.000 al giorno) è associato a una salute migliore rispetto a un’attività molto bassa (circa 2.000 passi al giorno). Per alcune patologie, come le malattie cardiache, i benefici per la salute continuano ad aumentare oltre i 7.000 passi, ma per la maggior parte delle patologie i benefici tendono a stabilizzarsi. Gli autori sottolineano che 7.000 passi al giorno potrebbero essere un obiettivo più realistico rispetto all’attuale obiettivo non ufficiale di 10.000 passi al giorno, in particolare per le persone meno attive, suggerendo che questo obiettivo può comunque fornire miglioramenti significativi per la salute.

La revisione sistematica ha incluso 57 studi, di cui 31 sono stati inclusi nelle meta-analisi, fornendo le prove più complete fino ad oggi dell’associazione tra il numero di passi giornalieri e un’ampia gamma di risultati di salute. Lo studio sottolinea il valore dell’utilizzo del conteggio dei passi giornalieri come metodo semplice per misurare l’attività fisica, affermano gli autori. Suggeriscono che questi risultati potrebbero contribuire a definire le future linee guida e raccomandazioni in materia di salute pubblica, incoraggiando un maggior numero di persone a monitorare i propri passi come metodo pratico per migliorare la propria salute.

24 Luglio 2025

Tumore seno, mastectomia preventiva a donne con +35% rischio

24 luglio 2025 – Come Angiolina Jolie, molte più donne ad alto rischio di cancro al seno dovrebbero sottoporsi a una mastectomia preventiva così da prevenire ogni anno diverse migliaia di casi di questo tumore, secondo una nuova analisi pubblicata su Jama Oncology e condotta dai ricercatori della Queen Mary e della London School of Hygiene and Tropical Medicine. Gli esperti hanno anche rilevato che la tecnica chirurgica è un modo economicamente vantaggioso per ridurre la probabilità di sviluppare il cancro al seno rispetto allo screening e ai farmaci. Gli autori suggeriscono quindi l’opportunità di rivedere le attuali linee guida su chi viene sottoposto a mastectomia preventiva alla luce di questi nuovi risultati. I medici attualmente utilizzano modelli di previsione del rischio personalizzati che combinano dati genetici e di altro tipo per identificare le donne che sono a più alto rischio di sviluppare il cancro al seno. Le opzioni di trattamento successive, tra cui mammografie, screening di risonanza, chirurgia e farmaci, vengono quindi offerte in base al livello di rischio di ciascuna donna. La mastectomia per la riduzione del rischio in pratica viene offerta solo a coloro che presentano difetti (chiamati varianti patogene) nei geni che sono riconosciuti per aumentare la probabilità di sviluppare la malattia (BRCA1/ BRCA2/ PALB2 PV). Il team ha creato un modello di valutazione per prevedere con precisione il livello di rischio che renderebbe la mastectomia un trattamento più conveniente. I ricercatori hanno utilizzato i dati di donne di 30-60 anni con rischi di cancro al seno variabili tra il 17% e il 50%, e che erano state sottoposte a mastectomia preventiva o a screening con prevenzione medica secondo le linee guida attuali.

Il loro modello ha dimostrato che la mastectomia è un trattamento vantaggioso per le donne di età pari o superiore a 30 anni con un rischio di cancro al seno superiore o uguale al 35%. Offrire la mastectomia a queste donne potrebbe potenzialmente prevenire 6.500 dei 58.500 casi di cancro al seno diagnosticati ogni anno nel Regno Unito. “Per la prima volta definiamo il rischio in base al quale dovremmo offrire la mastectomia preventiva – spiegano gli autori. I nostri risultati potrebbero avere implicazioni cliniche significative per espandere l’accesso alla mastectomia oltre quelle pazienti con suscettibilità genetica cui viene tradizionalmente offerta”.

22 Luglio 2025

Covid: alterazioni polmonari per circa il 50% pazienti ricoverati

22 luglio 2025 – Visibili alla tomografia computerizzata (TC), le alterazioni polmonari residue post COVID, che riguardano fino al 50% dei pazienti reduci da un’infezione che ha richiesto il ricovero, possono essere associate a sintomi respiratori persistenti o progressivi e sono spesso correlate ad alterazioni dei test di funzionalità respiratoria, ma a differenza di anomalie di altra natura non infettiva, tendono a stabilizzarsi o regredire nel tempo, indicando che sono di natura non progressiva e solo post infettiva. E’ la conclusione di un consensus pubblicato sulla rivista Radiology, una dichiarazione sviluppata da 21 radiologi toracici appartenenti alla Società Europea di Imaging Toracico (ESTI), alla Società di Radiologia Toracica (STR) e alla Società Asiatica di Radiologia Toracica (ASTR), validata da pneumologi esperti internazionali e guidata da Anna Rita Larici della Università Cattolica -Fondazione Policlinico Universitario “A.Gemelli” IRCCS.

Il COVID può causare sintomi persistenti o in peggioramento dopo l’infezione, (long COVID), e si stima che circa il 6% delle persone ne soffra. Tra i pazienti ricoverati in ospedale per il virus, in media il 50% presenta alterazioni polmonari e il 25% presenta anomalie funzionali respiratorie a quattro mesi dall’infezione. I radiologi devono affrontare diverse sfide importanti per la gestione di questa popolazione di pazienti. “È fondamentale distinguere le alterazioni polmonari residue post-COVID dalle anomalie polmonari tipiche di altre malattie che possono progredire e avere una prognosi sfavorevole”, precisa. Le raccomandazioni chiave emerse da questo consensus, spiega Larici, includono ad esempio l’uso della TC torace per i pazienti con sintomi respiratori persistenti o progressivi 3 mesi dopo l’infezione, l’uso di TC a basso dosaggio per gli esami di follow-up, evitare il termine anomalia polmonare interstiziale. “Chiamarle nel modo giusto è fondamentale – spiega – per indirizzare il paziente in un percorso di follow up adeguato ed evitare di interpretare erroneamente le alterazioni post-COVID come una manifestazione precoce di malattia polmonare di altro tipo. “La nostra è una indicazione di best practice, per favorire un approccio uniforme alla diagnosi delle alterazioni polmonari di pazienti con sintomi persistenti da long COVID: orienta il radiologo su quando fare la TC del torace evitando altri test non necessari per il paziente”.

21 Luglio 2025

Attività fisica: ecco la giusta dose da praticare a tutte le età

Lo sapevate che grazie ad un po’ di movimento fisico è possibile prevenire fino a 40 malattie croniche che colpiscono il corpo e la mente? Tra queste vi è anche il tumore del seno. L’attività fisica è infatti la migliore medicina preventiva un vero e proprio ‘farmaco’. Però per esser efficace deve seguire dei dosaggi precisi. L’età rappresenta senz’altro il primo criterio da valutare per una giusta somministrazione dell’esercizio.  Ecco quali sono quali sono le giuste dosi di movimento:

  • da 5 a 17 anni: L’attività fisica è fondamentale in questa età: bisognerebbe praticarne come minimo 60 minuti al giorno, concentrandosi 3 giorni a settimana su attività intense per rafforzare muscoli e ossa (sport agonistico, ma anche una partita di calcio, basket, pallavolo, tennis)
  • da 18 a 64 anni: Servono almeno 150 minuti a settimana di attività moderata (ad esempio mezz’ora di corsa per 5 giorni) oppure 75 minuti di attività intensa (come 2 allenamenti di calcio a settimana). In ogni caso, almeno 2 volte alla settimana bisognerebbe concentrarsi sulla muscolatura, con sport intensi o esercizi aerobici.
  • Dopo i 65 anni: Per prevenire il declino fisico e cognitivo, oltre che cadute e osteoporosi, occorre praticare esercizi di rafforzamento muscolare moderato almeno 3 volte a settimana.

 

17 Luglio 2025

Epidemia obesità, sono le calorie in eccesso e non la sedentarietà

17, luglio 2025 – L’obesità è causata da un eccessivo introito calorico più che dalla sedentarietà: è il verdetto di un lavoro apparso sui Proceedings of the National Academy of Sciences, che potrebbe porre fine all’annoso dibattito se la causa principale dell’obesità sia l’alimentazione o la mancanza di esercizio fisico. È emerso chiaramente che la colpa dell’obesità è da attribuire a un maggiore consumo di alimenti ultra-trasformati (UPF), come wurstel e altri preparati di carne, piatti pronti e snack dolci, osservando che “la percentuale di UPF nella dieta era correlata positivamente alla percentuale di grasso corporeo”; mentre il dispendio energetico e quindi l’attività fisica c’entrano solo marginalmente. Condotto da Amanda McGrosky, il lavoro si basa sui dati di 4.213 adulti di 18-60 anni, appartenenti a 34 popolazioni in sei continenti.

I ricercatori hanno esaminato il dispendio energetico totale (TEE), il dispendio energetico da attività (AEE), il dispendio energetico basale (BEE) e due misure dell’obesità: la percentuale di grasso corporeo e l’indice di massa corporea (BMI). I risultati sono stati classificati in gruppi in base al livello di sviluppo economico, a causa delle differenze generali nello stile di vita e nell’alimentazione tra i gruppi con diversi livelli di sviluppo economico. E’ emerso che sia il dispendio energetico totale sia il basale sono diminuiti leggermente, di circa il 6-11%, con lo sviluppo economico. È però anche emerso che l’energia bruciata con l’attività fisica risultava ancora complessivamente più alto nelle popolazioni economicamente più sviluppate, indicando che non è probabile che sia la mancanza di esercizio fisico a causare un BMI o un grasso corporeo più elevati. I ricercatori hanno inoltre scoperto che il dispendio energetico totale è solo debolmente associato all’obesità, rappresentando circa il 10% dell’aumento dell’incidenza dell’obesità nei paesi economicamente più sviluppati. Nonostante l’esercizio fisico non sia il principale fattore determinante dell’obesità, gli autori dello studio incoraggiano a praticarlo regolarmente, poiché è comunque fondamentale per prevenire le malattie e mantenere una migliore salute mentale. Lo studio sottolinea anche la necessità di porre l’accento sulla riduzione delle calorie provenienti dagli alimenti altamente trasformati per contribuire ad affrontare la crisi dell’obesità.

15 Luglio 2025

Con sovrappeso e obesità cervello più vecchio anche di due anni

15 luglio 2025 – Sovrappeso e obesità sono associati ad un invecchiamento accelerato del cervello e a una maggiore atrofia cerebrale, soprattutto tra gli uomini. È quanto emerge dal più ampio studio internazionale condotto finora sul rapporto tra peso corporeo e salute cerebrale: ha coinvolto oltre 46.000 persone in 15 progetti di ricerca ed è pubblicato sulla rivista eBioMedicine. “I dati mostrano che un peso corporeo eccessivo è associato a un invecchiamento accelerato del cervello e a una maggiore atrofia cerebrale, rispetto a chi ha un peso normale: cambiamenti cerebrali che possono assomigliare a quelli osservati nelle fasi iniziali della malattia di Alzheimer”, spiega Filippos Anagnostakis, primo autore dello studio, affiliato ricercatore presso la University of Pennsylvania e la Columbia University e neolaureato in medicina dell’Università di Bologna. “Questo – aggiunge – vale in particolare per gli uomini: quelli in sovrappeso hanno mostrato un cervello che appariva più vecchio di circa otto mesi, mentre in quelli con obesità l’invecchiamento cerebrale era di circa due anni superiore rispetto ai coetanei con peso normale”.

Diverso il discorso per le donne. Sorprendentemente, infatti, dall’indagine emerge che quelle con peso normale mostrano più segni di invecchiamento cerebrale e di atrofia simile a quella dell’Alzheimer rispetto alle donne in sovrappeso e anche rispetto agli uomini con peso normale. “Sappiamo che la differenza di sesso influisce in modo diverso sul rischio di sviluppare forme di demenza ma restano da capire i percorsi che provocano queste disparità”, commenta Anagnostakis. Altro elemento centrale è quello dell’età. L’impatto del peso corporeo sull’invecchiamento del cervello si è rivelato infatti più marcato nei soggetti più giovani, mentre tendeva ad attenuarsi con l’avanzare dell’età. Restano ancora da chiarire molti aspetti legati a queste connessioni. Alcuni indizi arrivano dalle analisi su vasta scala delle proteine, sono state individuate nel sangue alcune associate sia al peso corporeo che all’invecchiamento cerebrale. “I risultati che abbiamo ottenuto – conclude il ricercatore – ci invitano a ripensare l’impatto dell’obesità non solo dal punto di vista estetico ma anche in relazione alla salute cerebrale”.

14 Luglio 2025

Studio: attività fisica abituale allunga la vita, – 40% rischio morte

14 luglio 2025 – Essere fisicamente attivi in modo costante durante l’età adulta potrebbe ridurre del 30-40% il rischio di morte per qualsiasi causa in età avanzata, specie per le malattie cardiovascolari e il cancro; mentre aumentare i livelli di attività pur restando al di sotto di quelli raccomandati si associa a un rischio inferiore del 20-25%, secondo un’analisi pubblicata sul British Journal of Sports Medicine e condotta all’Università del Queensland in Australia. Passare a uno stile di vita più attivo in qualsiasi momento della vita adulta può rendere più longevi e non è mai troppo tardi per iniziare, spiega l’autore Gregore Mielke. In genere, si raccomanda agli adulti di mirare a 150-300 minuti settimanali di attività fisica di intensità moderata, oppure a 75-150 minuti settimanali di attività fisica di intensità vigorosa, o una combinazione delle due. Gli esperti hanno fatto una revisione dei dati di 85 studi pubblicati, con campioni di dimensioni comprese tra 357 e 6.572.984 partecipanti. È emerso che, nel complesso, un livello più elevato di attività fisica si associa a un minor rischio di esiti fatali.

Le persone costantemente attive avevano un rischio inferiore del 30-40% circa di morire per qualsiasi causa, mentre coloro che avevano aumentato la pratica di attività fisica avevano un rischio inferiore del 20-25% di morte per qualsiasi causa. Nello specifico, i partecipanti che sono passati da uno stile di vita fisicamente inattivo a uno attivo avevano il 22% in meno di probabilità di morire per qualsiasi causa rispetto a quelli rimasti inattivi, mentre quelli che hanno aumentato i loro livelli di attività fisica nel tempo libero avevano il 27% in meno di probabilità. Rispetto ai partecipanti che erano costantemente inattivi nel tempo, quelli costantemente attivi, in generale o solo nel tempo libero, avevano circa il 40% e il 25% in meno di probabilità di morire per malattie cardiovascolari e cancro, rispettivamente. “I nostri risultati hanno sottolineato l’importanza dell’attività fisica durante l’età adulta, indicando che iniziare a praticarla in qualsiasi momento dell’età adulta può aumentare le possibilità di sopravvivenza”, spiegano gli esperti. “Poiché essere costantemente attivi apporta maggiori benefici alla salute rispetto all’essere stati attivi in passato (cioè non mantenersi attivi nel tempo), è cruciale un’attività fisica costante nel tempo”.

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