3 giugno 2025 – In Italia, più di 100.000 bambini e adolescenti sotto i 17 anni soffrono di obesità grave e precoce, una condizione particolarmente pericolosa che può portare a una riduzione dell’aspettativa di vita di oltre 15 anni rispetto ai loro coetanei. Va di pari passo, infatti, a rischi molto seri che possono verificarsi molto in anticipo, e già in età evolutiva, come ipertensione, diabete tipo 2, dislipidemia e fegato grasso ma anche ansia, isolamento sociale, bassa autostima. Questo l’allarme che arriva dalla Società italiana di pediatria in occasione dell’80/mo congresso. Si parla di obesità grave quando l’indice di massa corporea supera il 99° percentile, ma l’indicatore di rischio più semplice da osservare è il rapporto vita/statura: se la circonferenza della vita supera la metà dell’altezza, è già un segnale. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità riguarda almeno il 2,6% dei bambini di 8-9 anni.
Un dato che preoccupa, spiega Claudio Maffeis, professore ordinario di Pediatria all’Università di Verona. “Per evitare che un sovrappeso si trasformi in una malattia cronica bisogna riconoscere e trattare tempestivamente questa condizione, troppo spesso sottovalutata”. Secondo uno studio illustrato al congresso della Sip, i programmi intensivi sullo stile di vita riescono a ridurre l’indice di massa grassa in oltre il 50% dei bambini tra i 6 e i 9 anni. Ma hanno effetti quasi nulli negli adolescenti: solo il 2% dei ragazzi tra i 14 e i 16 anni risponde positivamente. “L’età fa la differenza. Se interveniamo presto possiamo cambiare le traiettorie di salute – sottolinea Rino Agostiniani, presidente della Società Italiana di Pediatria -. La prevenzione precoce è la chiave.” Quanto alle terapie, accanto a dieta e movimento fisico, sono disponibili, ma solo per gli adolescenti dai 12 anni in su, i farmaci agonisti del recettore GLP1. “Aiutano a regolare il senso di fame e sazietà e si sono dimostrati efficaci nel ridurre peso e fattori di rischio cardiometabolico – conclude Maffeis -. Ma vanno prescritti solo in centri specializzati”.
2, giugno 2025 – “La scoperta di un nuovo farmaco innovativo contro i tumori non è la fine auspicata della storia, bensì è solo l’inizio”. Sono le parole dell’oncologa americana Dawn L.Hershman dal congresso dell’American society of clinical oncology (Asco), e si riferiscono al fenomeno della tossicità finanziaria in particolare nel cancro al seno, ovvero il peso dell’impatto economico della malattia sulla vita delle pazienti. Un fenomeno che è stato al centro di molte sessioni dell’Asco. In Usa questa sta diventando infatti un’emergenza: le persone che hanno superato il cancro hanno un rischio doppio di dichiarare bancarotta mentre il 62% di questi pazienti ha contratto debiti per potersi garantire le cure.
Ma anche in Italia i dati sono preoccupanti: una paziente su 4 dichiara pesanti danni economici e al Sud si registra il picco dei costi legati alla malattia con oltre 4mila euro l’anno. Hershman è stata tra le prime, già 10 anni fa, ad iniziare a studiare il fenomeno della tossicità finanziaria legata al tumore al seno e per i suoi studi ha oggi ricevuto il prestigioso premio ‘David Karofsky’ dell’Asco, tenendo una lettura magistrale. “Le grandi scoperte farmacologiche nel campo dell’oncologia sono solo l’inizio della storia – ha affermato dinanzi ad una platea di centinaia di specialisti riuniti a Chicago – perchè se i pazienti, come oggi spesso accade, non sono poi in grado di poter avere quella cura anche per il peso economico che le cure anticancro comportano, allora il successo sarà relativo”. Sono tanti i fattori che pesano economicamente e che spesso portano all’abbandono delle cure: dai costi diretti come quelli necessari per vari esami medici o per l’ospedalizzazione, ai costi indiretti come i trasporti, il cibo e l’aloggio in caso di necessità di spostarsi in centri più lontani, la cura dei figli da affidare ad altri. Ed ancora: la perdita in alcuni casi del lavoro o la necessità di dover utilizzare i risparmi. Secondo i dati comunicati all’Asco, oltre il 70% dei pazienti oncologici statunitensi ha avuto serie esperienze di tossicità finanziaria. E tra coloro costretti a dichiarare bancarotta, secondo un’indagine presentata al congresso, si registra anche un aumento del tasso di mortalità.
Un fenomeno dinanzi al quale gli esperti chiedono di intervenire. Anche in Italia i recenti dati di un sondaggio Andos-Crea mostrano una realtà preoccupante: il 32,1% delle pazienti con tumore al seno ha ridotto le spese per le attività ricreative (vacanze, ristoranti o spettacoli) e il 10,3% addirittura quelle per beni essenziali, come il cibo; il 20,7% è stato costretto a intaccare fonti di risparmio (Tfr, investimenti, fondi) proprio per far fronte ai costi sanitari conseguenti alla neoplasia. E sono forti le preoccupazioni per il futuro: quasi il 30% teme di rimanere disoccupato a causa della malattia e il 42,9% delle under 40 è condizionato nella decisione di avere figli.
Chicago, 1 giugno 2025 – I risultati positivi dello studio di fase III SERENA-6 hanno evidenziato che camizestrant di AstraZeneca in combinazione con un inibitore delle chinasi ciclina-dipendenti (CDK) 4/6 (palbociclib, ribociclib o abemaciclib) ha dimostrato un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante della sopravvivenza libera da progressione (PFS). Lo studio ha valutato il passaggio alla combinazione con camizestrant rispetto alla prosecuzione del trattamento standard con un inibitore dell’aromatasi (AI) (anastrozolo o letrozolo) in combinazione con un inibitore di CDK4/6 nel trattamento di prima linea di pazienti con carcinoma mammario avanzato positivo per i recettori ormonali (HR) e negativo per HER2, il cui tumore presenta una mutazione emergente di ESR1.
Questi risultati verranno presentati oggi nella Sessione Plenaria del Congresso 2025 dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) a Chicago (abstract #LBA4) e saranno pubblicati contemporaneamente nel The New England Journal of Medicine.
I risultati hanno mostrato che la combinazione con camizestrant ha ridotto il rischio di progressione di malattia valutata dallo sperimentatore o di morte del 56% rispetto al trattamento standard (hazard ratio [HR] di 0,44; intervallo di confidenza [IC] 95% 0,31-0,60; p < 0,00001). La PFS mediana è stata di 16,0 mesi per le pazienti passate alla combinazione con camizestrant rispetto a 9,2 mesi per il braccio di confronto. È importante sottolineare che è stato osservato un beneficio coerente in PFS con tutti gli inibitori di CDK4/6 e nei sottogruppi clinicamente rilevanti dello studio, inclusa l’analisi per età, etnia, regione geografica, tempo di rilevamento della mutazione ESR1 e tipo di mutazione ESR1.
La combinazione con camizestrant è stata anche associata a un significativo ritardo nel tempo di deterioramento della qualità di vita: in un endpoint esploratorio, la combinazione con camizestrant ha ridotto il rischio di deterioramento dello stato di salute globale e della qualità di vita del 47% rispetto alla combinazione con l’inibitore dell’aromatasi (AI) (HR 0,53; 95% IC, 0,33-0,82; p<0,001 nominale).
Il tempo mediano al peggioramento dello stato di salute globale è stato di 23,0 mesi nelle pazienti trattate con la combinazione con camizestrant, rispetto a 6,4 mesi nelle pazienti che hanno continuato il trattamento con la combinazione con l’inibitore dell’aromatasi (AI) (EORTC QLQ-C30). La combinazione con camizestrant ha anche ritardato il tempo al peggioramento del dolore rispetto alla combinazione con AI.
I dati relativi agli endpoint secondari chiave, il tempo alla seconda progressione di malattia (PFS2) e la sopravvivenza globale (OS), non erano ancora maturi al momento di questa analisi ad interim. Tuttavia, è stata osservata una tendenza verso un beneficio prolungato del trattamento con camizestrant, in base alla PFS2 (HR 0,52; IC al 95% 0,33-0,81; p=0,0038 [soglia di analisi ad interim p=0,0001]). Lo studio continuerà a valutare OS, PFS2 e altri principali endpoint secondari.
“In Italia vivono circa 52mila donne con tumore della mammella metastatico – afferma Giampaolo Bianchini, Professore associato e responsabile del Gruppo mammella dell’IRCSS Ospedale San Raffaele, Università Vita-Salute San Raffaele di Milano -. Circa il 70% di queste pazienti ha un tumore con espressione del recettore estrogenico (chiamato ER o ESR1) ed è negativo per l’espressione della proteina HER2. La prima linea di trattamento in caso di tumori ‘endocrino sensibili’, circa il 60% di queste pazienti, è estremamente efficace e ben tollerata, consentendo di raggiungere una mediana di sopravvivenza superiore a 5 anni, con molte pazienti che superano i 10 anni. Purtroppo però, dopo un’iniziale risposta, il tumore trova il modo di crescere nuovamente. Il meccanismo di resistenza più frequente, in circa il 45% dei casi, è una mutazione a carico del recettore estrogenico ESR1. Camizestrant è una terapia ormonale di nuova generazione, appartenente alla classe di farmaci chiamata SERD, che porta alla potente degradazione selettiva del recettore degli estrogeni. Il farmaco, che ha una eccellente tollerabilità, ha già dimostrato nello studio SERENA-2 di essere estremamente efficace nel far regredire i tumori che alla progressione clinica dimostrano di avere acquisito questa alterazione molecolare. Lo studio SERENA-6 aveva l’obiettivo di dimostrare che il paradigma oncologico adottato negli ultimi 40 anni, cioè il cambio di terapia quando un farmaco clinicamente non funziona più, non è il modo migliore di curare le pazienti, testando l’ipotesi rivoluzionaria che il cambio di terapia debba invece essere anticipato al momento in cui il tumore comincia a sviluppare questo meccanismo di resistenza, cercandolo tramite un semplice prelievo di sangue detto biopsia liquida”.
“Lo studio SERENA-6 – sottolinea Alberto Zambelli, Professore associato di Oncologia all’Università degli Studi di Milano-Bicocca e Direttore dell’Oncologia dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo – dimostra che il passaggio da un inibitore dell’aromatasi a camizestrant in combinazione con uno qualsiasi dei tre inibitori di CDK4/6, dopo la comparsa di una mutazione ESR1, ha più che dimezzato il rischio di progressione di malattia o di morte e ha ritardato in modo consistente il peggioramento della qualità della vita. In questo modo, è possibile prolungare in modo significativo il beneficio clinico della prima linea, trattando la resistenza in via di sviluppo, prima che causi la progressione di malattia e il peggioramento della qualità di vita. Lo studio SERENA-6 può guidare un cambio di paradigma e ridefinire l’approccio alla farmacoresistenza in questo tipo di tumore. Per la prima volta, la strategia terapeutica non viene modificata al momento della progressione clinica e radiologica, ma al momento della ‘progressione molecolare’, con l’obiettivo di interferire precocemente con un noto meccanismo di resistenza, la mutazione di ESR1. In questo modo, si passa da un approccio reattivo, rappresentato dall’impiego del SERD orale in seconda linea, a uno proattivo, cioè all’introduzione precoce del SERD orale, camizestrant, alla comparsa della mutazione di ESR1, prima della progressione di malattia”.
Susan Galbraith, Vicepresidente Esecutivo, Oncology Haematology R&D, AstraZeneca, dichiara: “Come primo studio registrativo a dimostrare il valore clinico del monitoraggio del DNA tumorale circolante per individuare l’emergere di una resistenza e modificare precocemente la terapia, SERENA-6 sta ridefinendo il paradigma clinico del tumore al seno. Camizestrant è il primo e unico degradatore selettivo del recettore degli estrogeni (SERD) orale di nuova generazione e antagonista completo del recettore degli estrogeni a dimostrare un beneficio in prima linea in combinazione con gli inibitori CDK4/6 approvati, e questi risultati supportano il suo potenziale come nuova terapia endocrina standard nel trattamento del tumore del seno HR-positivo”.
Chicago, 31 maggio 2025 — Passi avanti nel trattamento di prima linea del carcinoma mammario triplo negativo, uno dei più difficili da curare. I risultati dello studio clinico internazionale di fase 3 ASCENT-04/KEYNOTE-D19 dimostrano che il trattamento con l’anticorpo farmaco-coniugato sacituzumab govitecan e pembrolizumab può aiutare le pazienti con tumore del seno triplo negativo non resecabile, localmente avanzato o metastatico PD-L1 positivo a vivere più a lungo, senza progressione di malattia, rispetto alla chemioterapia più pembrolizumab, attuale standard di cura. Lo studio sarà presentato oggi al Congresso 2025 dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), in corso a Chicago. Al follow-up mediano di 14 mesi, le pazienti trattate con sacituzumab govitecan e pembrolizumab hanno presentato una sopravvivenza libera da progressione di 11,2 mesi rispetto a 7,8 mesi nel braccio con chemioterapia e pembrolizumab. Le pazienti trattate con sacituzumab govitecan e pembrolizumab hanno evidenziato un rischio di progressione del tumore inferiore del 35% rispetto alla chemioterapia e pembrolizumab. La durata mediana della risposta è stata pari a 16,5 mesi nel braccio con sacituzumab govitecan e pembrolizumab rispetto a 9,2 mesi in quello con chemioterapia e pembrolizumab.
“Quasi la metà delle pazienti con tumore della mammella triplo negativo non riesce a ricevere un altro trattamento oltre la prima linea, evidenziando la forte necessità di cure innovative in questa popolazione – afferma Giuseppe Curigliano, Presidente eletto ESMO (Società Europea di Oncologia Medica), Professore di Oncologia Medica all’Università di Milano e Direttore Divisione Sviluppo di Nuovi Farmaci per Terapie Innovative allo IEO di Milano -. Sacituzumab govitecan è un farmaco innovativo che sfrutta la capacità di un anticorpo di raggiungere un bersaglio specifico sulle cellule tumorali, portando con sé un potente chemioterapico. Questo permette da una parte di ottenere l’effetto antitumorale, dall’altra di ridurre la tossicità legata all’esposizione delle cellule normali. Lo studio ASCENT-04/KEYNOTE-D19, presentato a Chicago, ha dimostrato l’efficacia della combinazione di sacituzumab govitecan con pembrolizumab, un farmaco immunoterapico, in prima linea nella malattia avanzata PD-L1 positiva, con miglior controllo della malattia e tollerabilità rispetto allo standard di cura, costituito dalla chemioterapia più pembrolizumab. Nei giorni scorsi abbiamo appreso che anche nello studio ASCENT-03, i cui dati verranno presentati al prossimo Congresso ESMO, sacituzumab govitecan ha evidenziato un significativo vantaggio in efficacia rispetto alla chemioterapia nel trattamento di prima linea delle pazienti con malattia metastatica non eleggibili alla immunoterapia. I due studi, pertanto, candidano sacituzumab govitecan come nuova potenziale ‘spina dorsale’ per il trattamento di prima linea della malattia avanzata triplo negativa”.
“Nel 2024, in Italia, sono state stimate quasi 53.700 nuove diagnosi di tumore del seno, il più frequente in tutta la popolazione – spiega Francesco Perrone, Presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. Circa il 15% dei casi è caratterizzato da un fenotipo triplo negativo, cioè privo di espressione dei recettori ormonali e del recettore 2 del fattore di crescita epidermico umano (HER2). Questo tipo di tumore della mammella non risponde alla terapia ormonale e ai farmaci che hanno come bersaglio HER2. È quindi una forma aggressiva di tumore della mammella che colpisce spesso donne giovani che si trovano nel pieno della loro vita familiare e professionale, come madri, mogli e lavoratici. E, in questi casi, la malattia ha un impatto profondo sull’intera famiglia. La tradizionale chemioterapia per molti anni è stata lo standard di cura per il trattamento di prima linea della malattia metastatica. Da qui la necessità di opzioni terapeutiche innovative che garantiscano quantità e qualità di vita. Negli ultimi anni, lo scenario è cambiato grazie all’introduzione di nuove molecole, in particolare l’immunoterapia e gli anticorpi farmaco coniugati, che hanno permesso di migliorare significativamente la prognosi di questa popolazione di pazienti”.
Lo studio ASCENT-04/KEYNOTE-D19 ha arruolato 443 pazienti di 26 Paesi. Le pazienti sono state assegnate casualmente a ricevere sacituzumab govitecan e pembrolizumab (221 pazienti) o chemioterapia e pembrolizumab (222 pazienti). Entrambi i trattamenti sono stati somministrati fino a progressione del tumore o a interruzione dovuta agli effetti collaterali. Gli eventi avversi più frequenti di grado 3 e 4 nel braccio con sacituzumab govitecan e pembrolizumab sono stati neutropenia (43%) e diarrea (10%). Nel braccio con chemioterapia e pembrolizumab, gli eventi avversi più frequenti di grado 3 e 4 sono stati neutropenia (45%), anemia (16%) e trombocitopenia (14%).
Dal 1989 al 2025, in Europa, sono state 6,8 milioni le vite salvate. Anche negli Stati Uniti i decessi oncologici sono calati dal 2001 al 2022. Perrone, Presidente AIOM: “L’ondata di nuove terapie è una notizia positiva per i pazienti. Però va garantita la sostenibilità del sistema, dando la priorità a molecole davvero innovative, in grado non solo di migliorare la sopravvivenza, ma anche la qualità di vita”. Servono più risorse per rispondere ai bisogni dei malati cronici e posti letto specialistici in Oncologia
Chicago, 30 maggio 2025 – In Italia, nel 2023, la spesa pubblica per i farmaci anti-cancro ha superato 4,7 miliardi di euro (4.773,9 milioni di euro), in aumento del 9,6% rispetto al 2022. Il continuo incremento del costo delle terapie oncologiche pone problemi di sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale, che deve garantire l’accesso all’innovazione in tempi brevi. Dall’altro lato, va ricondotto proprio alla ricerca e ai nuovi trattamenti il progressivo calo della mortalità per tumore. In dieci anni (2011-2021), nel nostro Paese, i decessi per cancro sono diminuiti del 15%. Nell’Unione Europea, fra il 2020 e il 2025, è stata stimata una diminuzione dei tassi di mortalità del 3,5% negli uomini e dell’1,2% nelle donne. Dal 1989 al 2025, in Europa, sono state 6,8 milioni le vite salvate (4,7 milioni negli uomini e 2,1 milioni nelle donne). Anche negli Stati Uniti il tasso di mortalità per tumori è calato costantemente sia tra gli uomini che tra le donne dal 2001 al 2022 (in percentuali comprese fra l’1,3% e il 2,1% annuo), anche durante i primi 2 anni della pandemia di Covid-19.
“Il 2024 è stato un anno record per il numero di nuove terapie in arrivo – afferma Francesco Perrone, Presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), nella conferenza stampa ufficiale della società scientifica al Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), in corso a Chicago -. EMA, l’Agenzia regolatoria europea, nel 2024 ha espresso parere favorevole per 113 nuovi farmaci. Tra le terapie contenenti nuove sostanze attive, che hanno ricevuto parere favorevole, la quota maggiore, pari al 25%, ha riguardato gli antineoplastici. E sono 112 i nuovi farmaci attesi entro la fine del 2025, al momento al vaglio di EMA. Il 31,6% sono antitumorali. Siamo di fronte a una vera e propria ondata di innovazione, che rappresenta una notizia positiva per i pazienti, ma la spesa deve essere ‘governata’, dando la priorità ai farmaci davvero innovativi, in grado non solo di migliorare la sopravvivenza, ma anche la qualità di vita. I vantaggi sono importanti, dalla riduzione delle ospedalizzazioni al reinserimento dei pazienti nel mondo del lavoro, che possono così contribuire alla crescita economica e sociale del Paese”. “Va posta attenzione anche al tema dell’appropriatezza, strettamente legato alla sostenibilità – continua il Presidente Perrone -. Governare la domanda di salute è un tema fondamentale anche per abbattere le liste d’attesa, problema che va affrontato garantendo più risorse e personale. In Italia vivono 3,7 milioni di cittadini dopo la diagnosi di tumore. Quindici anni fa, nel 2010, erano 2,6 milioni. I pazienti oncologici che convivono con la malattia in forma cronica rappresentano una grande sfida per il Servizio Sanitario Nazionale, perché presentano bisogni di cura e di presa in carico prolungati nel tempo, più o meno intensi a seconda del tipo di terapie e delle condizioni generali. Anche il fabbisogno di esami strumentali è aumentato rispetto ai decenni scorsi, a parità di pazienti, in considerazione del miglioramento dell’aspettativa di vita e dell’efficacia delle terapie, che spesso consentono una cronicizzazione del tumore in fase avanzata. Il rispetto dell’appropriatezza prescrittiva deve procedere di pari passo con il potenziamento delle risorse da destinare all’oncologia”.
Vanno ripensate anche le modalità di ricovero dei pazienti oncologici, per garantirne una gestione ottimale e contenere le ricadute cliniche, organizzative e di spesa. “Dal 3 al 10% delle persone che afferiscono ai Pronto Soccorso ha una storia di tumore – spiega Massimo Di Maio, Presidente eletto AIOM -. Più del 50% dei pazienti oncologici che accedono alle strutture di emergenza necessita di un successivo ricovero. Il problema gestionale più significativo, in questa fase, è la disponibilità di posti letto. Nella quasi totalità dei Paesi si è verificata una progressiva riduzione del loro numero: nel periodo 2012-2022, in Europa, è diminuito di circa il 10%, in Italia di circa il 35%. E i posti letto di Oncologia sono solo il 2,3% del totale negli ospedali per acuti. I ricoveri di tipo medico dei pazienti oncologici sono quindi nettamente superiori alla disponibilità di letti specialistici in Oncologia e sono necessariamente distribuiti in altre Unità Operative, in particolare in Medicina, a volte per ragioni cliniche, a volte solo per necessità logistiche. Anche la fase di degenza ha caratteristiche diverse rispetto a quella della popolazione generale: è maggiore la durata media e la mortalità intra-ospedaliera ed è meno frequente la dimissione a domicilio. L’evoluzione della complessità dei trattamenti richiede, quindi, che si affermi su tutto il territorio un modello organizzativo che preveda, in caso di ricovero, un percorso ottimale e nei casi opportuni l’accesso alle strutture specialistiche”.
“È necessario lavorare molto anche su un altro fronte, cioè ridurre il carico della malattia investendo nella prevenzione – afferma Saverio Cinieri, Presidente di Fondazione AIOM -. Nel 2024, in Italia, sono state stimate 390.100 nuove diagnosi di tumore. Il 40%, cioè circa 156mila casi, può essere evitato seguendo stili di vita sani e aderendo ai programmi di screening. Nonostante queste evidenze, quasi il 60% degli adulti consuma alcol, il 33% è in sovrappeso e il 10% è obeso, il 28% è sedentario e il 24% fuma. La prevenzione si traduce non solo in migliori risultati di salute, ma determina anche vantaggi economici, cioè risparmi nella spesa sanitaria e un aumento della produttività. Studi dimostrano che ogni euro speso in prevenzione genera un ritorno di 14 euro per l’economia della salute e dell’assistenza sociale. Tuttavia, oggi, solo una piccola percentuale dei bilanci sanitari nazionali è investita in questo settore. Negli ultimi anni, la spesa pubblica italiana per la prevenzione ha evidenziato criticità sia in termini di quantità che di distribuzione delle risorse rispetto agli altri Paesi europei”.
Da un lato l’Italia investe ancora troppo poco in prevenzione, dall’altro si afferma la qualità della ricerca contro il cancro condotta dai nostri scienziati. “Anche quest’anno i ricercatori italiani sono protagonisti al Congresso ASCO – conclude il Presidente Perrone -. AIOM insieme ad ASCO ha costruito un ‘ponte’ della ricerca con tutto il mondo grazie al corso sulla ricerca clinica, organizzato dalle due società scientifiche ogni anno a Roma. In questo modo forniamo a giovani ricercatori, provenienti da diversi Paesi, gli strumenti per comprendere la metodologia delle sperimentazioni cliniche, implementare idee di ricerca e imparare a valutare la letteratura scientifica. Il valore dei ricercatori italiani è testimoniato dal numero dei premiati in questa edizione del Congresso ASCO, quasi 20 considerando anche coloro che lavorano all’estero”.
Il tema del Congresso ASCO 2025 è “Driving Knowledge to Action: Building a Better Future”, a indicare l’importanza della collaborazione scientifica per portare al letto del paziente le più importanti innovazioni della ricerca.
29 maggio 2025 – Calano in Italia le persone che esprimono un giudizio positivo sul proprio stato di salute. Nel 2024 risulta soddisfatto il 78% degli individui e, rispetto all’anno precedente, il dato è in lieve diminuzione (-1,2 punti percentuali). La soddisfazione per la salute, ovviamente, diminuisce con l’avanzare dell’età. Tra i 14-17enni il 93% si dichiara molto o abbastanza soddisfatto; tale quota si riduce al 56% tra gli over 75enni. Rispetto al 2023, i 20-44enni sono i più interessati da una riduzione della soddisfazione per lo stato di salute (-2,7 punti percentuali), soprattutto tra le donne (-3,6 punti percentuali).
E’ quanto emerge dal rapporto “La Soddisfazione dei Cittadini per le Condizioni di Vita-Anno 2024” redatto dall’ISTAT e pubblicato ieri. Secondo l’Istituto di Statistica gli uomini dichiarano uno stato di salute più soddisfacente rispetto alle donne. Sono molto o abbastanza soddisfatti l’81% dei primi rispetto al 75% delle seconde. Il divario di genere diventa particolarmente ampio nelle classi d’età avanzate. Tra gli anziani di 65 anni e più si registra, infatti, una soddisfazione pari al 68% degli uomini rispetto al 60% delle loro coetanee. La soddisfazione per il proprio stato di salute è maggiore nell’Italia settentrionale. Infatti, l’80% dei residenti del Nord si dichiara molto o abbastanza soddisfatto contro il 78% del Centro e il 76% del Mezzogiorno. Nei confronti dell’anno precedente il calo di soddisfazione per la salute, in diminuzione in tutto il Paese, è più accentuato nei territori del Centro (2,1 punti percentuali).
2828, maggio 2025 – Entro il 2050 la speranza di vita media in Europa aumenterà di 4,5 anni, mentre quella in buona salute solo di 2,6, raggiungendo i 67,4 anni, ampliando così un divario già critico tra durata della vita e qualità della stessa. E’ emerso al primo Longevity Economic Forum ieri a Milano. Al forum sono state presentate una serie di ricerche sviluppate con il National Innovation Centre for Ageing (NICA) del Regno Unito e Fidelity International, tra cui l’UniCredit Longevity Index, che misura quanto 30 paesi nel mondo siano pronti a sostenere una vita più lunga e in salute. Nell’indice l’Italia si colloca al 14/mo posto, con alcune criticità legate a stili di vita sedentari, disuguaglianze territoriali e fragilità psicologica. Solo il 26,7% degli adulti italiani infatti pratica regolarmente attività fisica aerobica (44,3% la media Ue), la speranza di vita sana alla nascita in Italia è di 70,74 anni (quasi un anno in meno rispetto ai Paesi nordici più avanzati) e appena il 29,7% degli italiani tra i 25 e i 64 anni partecipa a programmi di istruzione o formazione continua (46,6% la media europea). Accanto alle ombre però ci sono anche alcune luci. La speranza di vita complessiva resta tra le più alte d’Europa e il 43,1% degli over 65 si dichiara in buona o ottima salute (39,6% la media europea).
Tra gli ospiti del Forum, il Premio Nobel Michael Spence secondo davanti a fenomeni come l’allungamento dell’età media “si tratta di ripensare interi settori, strategie di investimento e la società nel suo complesso”. Gli investimenti legati alla longevità, ha aggiunto Robert C. Merton, un altro Premio Nobel presente al Forum,, “dovrebbero includere sistemi economici e sociali più ampi, in grado di permettere agli individui di vivere una vita produttiva e soddisfacente anche negli anni più avanzati”. “Questa iniziativa -ha spiegato Richard Burton, Head of Client Solutions di UniCredit – va oltre la semplice ricerca. Vogliamo promuovere la collaborazione tra istituzioni, imprese e comunità su un tema così cruciale e, come banca e istituzione europea responsabile, siamo orgogliosi di avere un ruolo guida in questo dibattito”.
Milano, 27 maggio 2025 – In occasione della Giornata Mondiale senza Tabacco del 31 maggio, promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, Fondazione Umberto Veronesi ETS richiama l’attenzione su una delle misure più efficaci nella lotta al tabagismo: l’aumento delle tasse sul tabacco.
I dati provenienti da Francia e Irlanda raccolti e analizzati dal Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale (CERGAS) di SDA Bocconi School of Management ed una nuova indagine condotta da AstraRicerche su richiesta di Fondazione Veronesi, dimostrano che aumentare la tassazione sul tabacco è una misura fondamentale, efficace e largamente accettata.
FRANCIA E IRLANDA: PREZZI ALTI, FUMO IN CALO
Mentre in Italia il prezzo medio di un pacchetto da 20 sigarette supera di poco i 5 euro, con incrementi minimi negli ultimi anni, in Francia è passato da 7,05 euro nel 2017 a quasi 11 euro nel 2023, con l’obiettivo di arrivare a 13 euro entro il 2027. In parallelo, il Paese ha osservato un calo significativo del consumo di tabacco, soprattutto tra i giovani: in soli 5 anni, tra il 2017 e il 2022, la quota di fumatori quotidiani tra i diciassettenni francesi è scesa dal 25,1% al 15,6%. In Irlanda, dove in seguito a una politica di aumenti intrapresa nel 2015 un pacchetto costa oggi oltre 15 euro, la percentuale di fumatori è scesa dal 23% al 18% tra il 2015 e il 2021.
“Francia e Irlanda hanno adottato strategie fiscali ambiziose per contrastare il tabagismo, con prezzi delle sigarette tra i più alti in Europa. Negli ultimi anni, entrambi i Paesi hanno ottenuto riduzioni significative nel consumo di prodotti del tabacco, controbilanciate però da un aumento nell’utilizzo delle sigarette elettroniche. Emerge quindi l’importanza di una politica fiscale guidata da obiettivi di salute pubblica, e integrata da misure di educazione, prevenzione e trattamento, per creare la prima generazione libera dal tabacco” – dichiara Amelia Compagni, Direttrice del Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale (CERGAS) di SDA Bocconi School of Management, e Professoressa Associata presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università Bocconi.
ANCHE IN ITALIA CRESCE IL CONSENSO PER UNA TASSAZIONE PIÙ INCISIVA
Secondo l’indagine AstraRicerche su un campione rappresentativo di oltre mille adulti italiani (18-65 anni), più della metà degli italiani riconosce che una tassazione più elevata sul tabacco aiuta a prevenire l’iniziazione, ridurre il consumo e favorire la cessazione.
Il 60% degli intervistati si dichiara favorevole a un aumento deciso delle tasse, che punti almeno a raddoppiare il prezzo del pacchetto, portandolo a 11-12 euro o più in un breve lasso di tempo, come già avviene in altri Paesi europei. Solo il 20% sarebbe sfavorevole. Queste percentuali non cambiano se la misura includesse anche le sigarette elettroniche.
Inoltre, se il prezzo del pacchetto di sigarette raddoppiasse, quasi un terzo delle persone dichiara che smetterebbe, mentre un altro terzo calerebbe i consumi: al contempo, non aumenterebbe la propensione all’acquisto di tabacco da fonti illegali come il contrabbando.
FISCALITÀ, EDUCAZIONE, SUPPORTO
Gli italiani chiedono anche un impiego mirato delle risorse fiscali raccolte: la maggioranza vorrebbe destinarle a educazione scolastica, prevenzione delle malattie fumo-correlate e servizi di disassuefazione dal fumo. L’esperienza internazionale e l’opinione pubblica convergono su un punto chiave: è urgente adottare una strategia integrata che combini leva fiscale, educazione, campagne informative, rispetto dei divieti, monitoraggio del mercato e supporto per chi vuole smettere.
IL PESO DEL FUMO SULLA SALUTE
Il tabacco è la principale causa prevenibile di malattia e morte nel mondo. L’OMS stima 8 milioni di vittime all’anno, di cui 1,2 milioni di non fumatori esposti al fumo passivo. In Europa, si contano circa 700.000 morti l’anno attribuibili al tabacco, di cui oltre 90.000 in Italia, quasi la metà per tumori. Si stima che i costi diretti e indiretti dovuti al tabagismo tocchino i 26 miliardi di euro l’anno nel nostro Paese.
Il fumo, inoltre, aggrava le disuguaglianze socioeconomiche, colpendo più duramente chi ha meno risorse per difendersi dalla promozione del tabacco, per accedere alla diagnosi precoce o alle cure.
Fondazione Umberto Veronesi rilancia con forza l’appello alle istituzioni italiane affinché l’Italia adotti misure fiscali più coraggiose e lungimiranti.
“L’uso di tabacco è responsabile di circa l’85% dei decessi per tumore del polmone, dei bronchi e della trachea. A fronte di questi danni risaputi, l’Italia è rimasta indietro nella politica di lotta al tabagismo nel panorama internazionale secondo i criteri dell’OMS. Le evidenze ci sono e sono chiare: alzare le tasse sul tabacco significa ridurre i consumi e prevenire malattie e decessi evitabili. Liberare risorse utili per il Sistema Sanitario Nazionale” – dichiara Giulia Veronesi, Direttore Chirurgia Toracica Ospedale San Raffaele, Professore Ordinario Università Vita e Salute San Raffaele di Milano e Membro del Comitato di Lotta al Fumo di Fondazione Umberto Veronesi ETS.
“L’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) è fortemente impegnata nella promozione della prevenzione primaria e secondaria del cancro. “Agli stili di vita scorretti, e tra questi prima di tutto il fumo di sigaretta, si attribuisce circa il 40% delle diagnosi di cancro, che in Italia si stimano nell’ordine di 390.000 all’anno, oltre 1000 al giorno. Per questo motivo AIOM si è schierata a favore della campagna per ottenere dal Governo un drastico aumento delle accise sul tabacco, forse l’unica strategia che abbia dimostrato di ridurre in maniera efficace il numero di fumatori, come dimostrato dai dati CERGAS, con innegabili vantaggi per la salute dei cittadini. E, non ultimo, con notevoli risparmi per il SSN a cui si potrebbero anche destinare i ricavi derivanti dall’aumento delle accise” – commenta Francesco Perrone, Presidente AIOM.
Il 31 maggio, in tutto il mondo si celebra il World No Tobacco Day, istituito dall’OMS per sensibilizzare l’opinione pubblica sui pericoli del fumo e promuovere politiche efficaci di controllo. Il tema del 2025 – “Unmasking the Appeal” – punta a smascherare le strategie dell’industria del tabacco che, attraverso marketing, packaging e lobbying, continua a rendere “attraente” un prodotto letale.
Fondazione Umberto Veronesi ETS è da più di vent’anni quotidianamente impegnata nella lotta al fumo, anche attraverso attività di advocacy per sensibilizzare l’opinione pubblica e le Istituzioni sui danni causati dal tabagismo. Dal 2008 sul territorio nazionale sono stati realizzati progetti e iniziative dedicate alla dipendenza dal tabacco e ai danni del fumo di sigaretta, con attività educative e campagne di informazione e sensibilizzazione rivolte a giovani ed adulti. Allo stesso tempo Fondazione sostiene il finanziamento alla ricerca scientifica d’eccellenza per migliorare la diagnosi e la cura dei tumori correlati al fumo e realizza attività di well being aziendale al fine di promuovere una cultura no-smoking per i dipendenti.
Fondazione Veronesi è da sempre impegnata nella lotta al tabagismo grazie anche alle attività portate avanti dai membri del suo Comitato Scientifico per la lotta al fumo composto da: Roberto Boffi, Responsabile S.S.D. Pneumologia presso Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano; Stefano Centanni, Direttore Dipartimento Scienze della salute, Università degli Studi di Milano e Direttore UOC Pneumologia ASST Santi Paolo e Carlo di Milano; Giovanni Fattore, Professore Ordinario presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università Bocconi di Milano; Silvano Gallus, Responsabile Laboratorio di Epidemiologia degli Stili di Vita dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS di Milano; Sabrina Molinaro, Responsabile della Sezione di Epidemiologia e Ricerca sui Servizi Sanitari dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche; Elena Munarini, Psicologa e Psicoterapeuta del Centro Antifumo Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano; Francesco Perrone, Presidente AIOM; Direttore del Dipartimento Ricerca Traslazionale Unità Sperimentazioni Cliniche Istituto Nazionale Tumori – IRCCS Fondazione Pascale, Napoli; Licia Siracusano, U.O. Oncologia Medica e Ematologia e Referente del Centro Antifumo dell’Istituto Clinico Humanitas di Milano; Giulia Veronesi, Direttore Chirurgia Toracica Ospedale San Raffaele, Professore Ordinario Università Vita e Salute San Raffaele di Milano.
26, maggio 2025 – È record d’influenza nella stagione appena conclusa. In totale sono stati colpiti oltre 16 milioni di persone in Italia. Si tratta del numero più alto registrato da quando esiste il sistema di sorveglianza. E’ questo il bilancio dell’Istituto Superiore di Sanità relativo alla stagione influenzale 2024-2025.
L’andamento dei contagi, secondo le rilevazioni del sistema di sorveglianza RespiVirNet, è stato caratterizzato da un picco più basso rispetto allo scorso anno (17,4 casi per mille abitanti), registrato nella quarta settimana del 2025. La curva, tuttavia, ha registrato valori elevati fino a marzo inoltrato, facendo così aumentare i contagi complessivi. Come di consueto, i bambini sono stati i più colpiti: si è ammalato il 65% nella fascia di età 0-4 anni e il 31,5% in quella 5-14 anni. Più bassa la circolazione dei virus al crescere dell’età: 28,2% nella classe 15-64 anni, 16,3% negli over-65. La stagione è stata caratterizzata da un’elevata circolazione di virus respiratori. I virus influenzali sono stati rilevati nel 23% dei quasi 60 mila campioni analizzati dai laboratori afferenti alla rete di sorveglianza. Tra i virus influenzali, è risultato prevalente il tipo A (66,7%) rispetto al tipo B (33,3%). Tra i virus di tipo A è stata registrata una leggera prevalenza del ceppo A/H1N1 (53,9%) rispetto al sottotipo A/H3N2 (46,1%). Oltre ai virus influenzali, gli agenti più frequenti sono stati i rhinovirus (9,8%) e il virus respiratorio sinciziale (8,1%). Comuni anche le infezioni da metapneumovirus (3,2%), coronavirus diversi da SarsCoV2 (3%), adenovirus (2,6%) e SarsCoV2 (2,1%).