Bari, 23 maggio 2025 – I pazienti oncologici del nostro Paese, dopo l’autorizzazione dell’agenzia regolatoria europea (EMA), devono aspettare ancora 441 giorni, cioè più di 14 mesi, per accedere ai nuovi trattamenti anticancro. L’Italia è più rapida rispetto alla media europea, pari a ben 586 giorni, ma troppo lontana dalla Germania, il Paese più veloce, dove ne bastano 110. Non solo. A questi tempi molto lunghi, in Italia si aggiungono gli ostacoli ulteriori burocratici territoriali, determinati dall’inserimento delle nuove molecole anticancro nei Prontuari Terapeutici Regionali. Un esempio di disparità territoriali da risolvere quanto prima è quello del carcinoma della prostata. Il primo radioligando rimborsato per il trattamento del tumore della prostata metastatico resistente alla castrazione, a distanza di quasi 3 mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’approvazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), non è ancora disponibile in tutte le 16 Regioni dotate di strutture abilitate a somministrarlo. Il Piemonte, infatti, non ha emanato la nota di riconoscimento dei centri prescrittori, con la grave conseguenza che i pazienti di questa Regione non possono accedere alla cura innovativa. È la denuncia dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) dal Convegno Nazionale “Cancer Research: from Chicago to Bari”, che si apre oggi nel capoluogo pugliese con l’obiettivo di analizzare i più importanti progressi della ricerca scientifica contro il cancro emersi dal Congresso dell’American Association for Cancer Research (AACR), che si è svolto recentemente a Chicago.
“L’innovazione porta davvero benefici se è garantita equamente a tutti i pazienti – spiega Francesco Perrone, Presidente AIOM -. Quando un oncologo, nel rispetto dei ‘paletti’ prescrittivi imposti da AIFA, richiede un trattamento, andrebbero evitate lungaggini burocratiche e ulteriori valutazioni locali, talvolta istituite per controllare la spesa farmaceutica, ma che rischiano di avere conseguenze negative sui tempi di accesso al farmaco, nonché sul carico di lavoro del professionista. La nostra società scientifica più volte ha ribadito la necessità di eliminare i Prontuari Terapeutici Regionali ed Ospedalieri che, di fatto, causano ritardi e disparità nell’accesso alle cure. Inoltre, come ha evidenziato il Presidente di AIFA, Robert Nisticò, è arrivato il momento di ragionare su meccanismi di ‘accesso precoce’ alle terapie innovative”.
“La terapia con radioligandi – continua il Presidente Perrone – è uno degli esempi più promettenti della medicina di precisione, che individua strategie di intervento sempre più mirate, efficaci e sicure. I pazienti con tumore della prostata metastatico resistente alla castrazione, che hanno già ricevuto diverse linee di terapia, sono caratterizzati da una sopravvivenza limitata e non possono aspettare che vengano risolti i nodi burocratici a livello locale. Il ‘fattore tempo’ è cruciale nella cura del cancro e siamo preoccupati per questi ritardi in alcune aree del Paese”.
Il tumore della prostata è il più frequente nella popolazione maschile del nostro Paese, con quasi 40.200 nuove diagnosi stimate nel 2024. Il 3 marzo 2025 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la decisione di AIFA di rimborsare Lutetium (177Lu) vipivotide tetraxetan nei pazienti affetti da carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione progressivo, positivo all’antigene di membrana specifico della prostata (PSMA), che sono stati trattati con inibitore della via del recettore degli androgeni e chemioterapia a base di docetaxel e cabazitaxel o che non sono candidabili a cabazitaxel.
“Oggi un paziente che risiede in Piemonte, se vuole accedere al nuovo trattamento, deve recarsi in centri abilitati di altre Regioni – afferma Massimo Di Maio, Presidente eletto AIOM -, e tra l’altro spesso la persona con questa neoplasia in stadio avanzato è anziana e fragile, per cui ha difficoltà a spostarsi. La soluzione non può essere rappresentata dal rimborso del farmaco fuori Regione. Inoltre, i centri possono avere difficoltà a soddisfare il fabbisogno ‘interno’ di questa terapia e talvolta non riescono a farsi carico anche di malati provenienti da altri territori”. “In Piemonte, ad oggi, in attesa che anche altre medicine nucleari abbiano le caratteristiche idonee per somministrare questi farmaci – continua Massimo Di Maio –l’ospedale Mauriziano di Torino e quello di Alessandria sono dotati di strutture di medicina nucleare in grado di somministrare i radioligandi. Questi due centri dovranno curare anche pazienti provenienti da altri nosocomi piemontesi, non abilitati alla somministrazione di questo tipo di radiofarmaci. La definizione del percorso di questi pazienti è un aspetto organizzativo che, però, ad oggi non può essere concretamente affrontato perché manca ancora la delibera regionale di autorizzazione dei centri prescrittori. I pazienti del Piemonte non possono avere accesso al nuovo farmaco a causa di ostacoli burocratici, non clinici, visto che AIFA ha approvato da quasi tre mesi la rimborsabilità della terapia”.
“I radioligandi – conclude il Presidente Perrone – costituiscono una nuova frontiera dell’innovazione in oncologia e possiedono le potenzialità per essere impiegati in numerosi tipi di tumori e in diversi momenti di evoluzione di una stessa neoplasia. Inizialmente, i radioligandi hanno dimostrato di essere efficaci nei tumori neuroendocrini, ma il numero di pazienti oncologici con le caratteristiche per trarre benefici da questa cura è destinato ad aumentare in seguito alla disponibilità nel carcinoma prostatico, una delle neoplasie più frequenti. Pertanto, è importante che aumenti il numero di strutture di Medicina Nucleare in grado di erogare questi trattamenti. Non solo. Poiché la terapia con radioligandi non potrà essere disponibile in tutti gli ospedali, è fondamentale che i team multidisciplinari dei centri periferici siano messi in condizione di lavorare quanto più possibile a stretto contatto con l’expertise centrale delle strutture che potranno prendere in carico i pazienti per i trattamenti”.
22, maggio 2025 – Se non si interverrà subito, nel 2030 un miliardo di adolescenti nel mondo, ossia circa uno su due, vivrà in contesti rischiosi per la salute. Si stima che 464 milioni di adolescenti saranno sovrappeso o obesi, che un terzo delle ragazze soffrirà di anemia, quasi 200 milioni avranno problemi con l’alcol e che 42 milioni di anni di vita sana andranno persi a causa di disturbi mentali o suicidio. Lo indica l’analisi condotta dagli esperti della ‘Lancet Commission on adolescent health and wellbeing’ pubblicata sulla rivista The Lancet. Nel mondo non ci sono mai stati così tanti adolescenti e giovani adulti fino a 24 anni: 2 miliardi, pari a un quarto della popolazione mondiale. L’adolescenza è una fase fondamentale dello sviluppo. Tuttavia l’attenzione delle politiche sanitarie a questa fascia di età è stata tradizionalmente scarsa.
“Negli ultimi 30 anni sono stati osservati progressi contrastanti”, osserva la co-presidente della Commissione Sarah Baird della George Washington University. “Mentre il consumo di tabacco e alcol sono diminuiti e la partecipazione all’istruzione secondaria e terziaria è aumentata, il sovrappeso e l’obesità – prosegue – sono aumentati fino a otto volte in alcuni Paesi dell’Africa e dell’Asia e il peso della cattiva salute mentale degli adolescenti a livello globale è crescente”. Preoccupano, inoltre le sfide future: “il cambiamento climatico, i conflitti attivi nel mondo e una rapida transizione verso un mondo più digitale”. Da qui l’appello degli esperti che invitano a intervenire immediatamente con politiche e risorse dedicate per evitare che in un prossimo futuro i giovani di oggi siano costretti a confrontarsi con un pesante carico di malattia, finendo per vanificare i progressi fatti negli anni per migliorare la salute dei bambini.
21 maggio 2025 – “Attualmente si conferma il trend in crescita per gli studi sponsorizzati con un aumento da 505 (82.7%) a 522 (87%) di trials autorizzati. Tuttavia si registra un calo notevole nel campo degli studi no profit con una diminuzione da 106 a 78 sperimentazioni cliniche, rispettivamente dal 17.03% al 13%, probabilmente a causa dell’onere crescente per il reclutamento di risorse in ottemperanza alla normativa in vigore”. Robert Nisticò, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), anticipa così i dati emersi dal nuovo rapporto nazionale 2024, il 22° dell’Agenzia, in cui rispetto al 2022-2023 “si conferma il dato per la fase I di 112 sperimentazioni cliniche presentate”, mentre “le sottomissioni per la fase II sono diminuite dal 35.8% al 31% e la fase III ha registrato un lieve aumento dal 42.2 % al 46%”.
L’area più coinvolta è ancora l’area oncologica, compresa l’oncoematologia, che “annovera il più alto numero di studi autorizzati (220 su 600, 32.3%), seguita dalle malattie del sistema immunitario (57, 8.3%), dalle malattie cardiovascolari (44, 6.5%) e del SNC (43, 6.3%)”. Lieve incremento anche negli studi per le terapie avanzate, con un “aumento da 29 a 31 studi autorizzati”. I trial clinici, afferma Nisticò, “rappresentano il volano dello sviluppo economico e sociale di un Paese, e la ricerca trova realizzazione grazie a una solida collaborazione tra settore pubblico privato e istituzioni”. Il presidente Aifa ricorda come la normativa europea vigente, nello specifico il regolamento 536/2014, abbia messo in atto “cambiamenti fondamentali con lo scopo di creare regole e criteri identici in tutti gli Stati Membri, sia per studi profit che non-profit, assicurando la produzione di dati affidabili e robusti, di alto livello scientifico e garantendo la sicurezza del paziente nonché la trasparenza sui risultati dei trials”. L’Italia, spiega, ha un ruolo cruciale alla luce della “lunga tradizione culturale e scientifica nel campo dei clinical trials grazie all’expertise dei nostri ricercatori e sperimentatori, grazie ai centri di ricerca e alle strutture con dotazioni e apparecchiature all’avanguardia”. Ciò è dimostrato dal fatto che il settore internazionale, dopo la pandemia, “dimostra una rinnovata volontà di investire negli studi clinici”.
20 maggio 2025 – “Dall’approvazione della Convenzione per la lotta al tabacco (Who Framework Convention on Tobacco Control, Fctc) ormai 20 anni fa, la prevalenza del fumo è diminuita di un terzo a livello mondiale e oggi ci sono 300 milioni di fumatori in meno rispetto a quanti ce ne sarebbero stati se la prevalenza fosse rimasta la stessa”. Così il segretario generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, durante la 78° Assemblea mondiale della sanità in corso a Ginevra. Lo scorso anno “la Costa d’Avorio, la Georgia, la Repubblica Democratica Popolare del Laos e l’Oman hanno introdotto il packaging neutro, Il Vietnam ha vietato le sigarette elettroniche e i prodotti a tabacco riscaldato”. Grazie alla partnership con l’iniziativa Tobacco-Free Farms “abbiamo aiutato più di 9mila coltivatori di tabacco in Kenya e Zambia a passare dalla coltivazione del tabacco alla coltivazione di semi ricchi di ferro”. Con il sostegno dell’Organizzazione, nel 2024 “i Paesi hanno aumentato le tasse sui prodotti non salutari, tra cui tabacco, alcol e bevande zuccherate”, ha evidenziato.
Il segretario generale ha sottolineato che “34 Paesi hanno aderito al Piano di accelerazione per contrastare l’obesità”, ricordando come, attraverso i finanziamenti pluriennali per 15 Paesi, siano stati raggiunti “9 milioni di persone, salvando circa un milione di vite”.
19, maggio 2025 – Oltre 47.000 decessi evitabili per patologie cardiovascolari, un aumento tra il 30% e il 50% dei ricoveri ospedalieri e un costo di oltre un miliardo di euro in farmaci prescritti ma non usati. È questo il prezzo delle patologie croniche non correttamente trattate. Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia più del 40% della popolazione italiana è affetta da almeno una malattia cronica (tra gli over 74 sono l’85%) e più del 20% ne ha due o più. Ma tra chi presenta queste patologie, solo la metà segue correttamente le cure, con tassi di aderenza che precipitano al 43% per i farmaci contro il colesterolo alto e sono di poco superiori al 50% per gli antipertensivi e gli anticoagulanti (dati Osmed). Per far fronte a questo scenario critico, professionisti sanitari, referenti istituzionali, società scientifiche, ordini professionali e rappresentanti di organizzazioni civiche hanno partecipato a Roma all’iniziativa ‘La gestione del paziente cronico nel territorio: prevenzione, innovazione e sostenibilità’, con l’obiettivo di promuovere un dialogo tra tutti gli stakeholder orientato al miglioramento della gestione dei pazienti cronici e fragili.
Dal confronto tra gli esperti è emersa la necessità di adottare un modello che coniughi educazione terapeutica, modelli organizzativi condivisi, rafforzamento della medicina del territorio e strumenti digitali interoperabili. “In Italia, una mancata aderenza alle terapie nelle patologie croniche può generare fino a 2 miliardi di euro di costi sanitari aggiuntivi ogni anno. Tuttavia, oltre all’impatto economico, c’è un costo umano: peggioramento degli esiti, diseguaglianze, aumento dei ricoveri evitabili – ha dichiarato Francesco Saverio Mennini, capo del Dipartimento della programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del Ssn del ministero della Salute. – Per questo, dalla Programmazione sanitaria stiamo lavorando a un modello predittivo di presa in carico, che tracci in modo strutturato l’effettiva adesione del paziente al trattamento, integrando dati clinici, prescrittivi e di outcome”.
16 maggio 2025 – La salute globale migliora, tuttavia, dalla mortalità infantile all’accesso ai servizi sanitari, i progressi procedono a rilento. È questo, in sintesi, il dato che emerge dal rapporto ‘World health statistics report 2025’ realizzato dall’Oms. “Dietro ogni dato c’è una persona: un bambino che non ha raggiunto il suo quinto compleanno, una madre morta durante il parto, una vita interrotta da una malattia prevenibile”, ha detto il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus. “Queste sono tragedie evitabili. Ogni governo ha la responsabilità di agire, con urgenza, impegno e responsabilità nei confronti delle persone che ne hanno bisogno”.
Il rapporto ha luci e ombre: per esempio, grazie soprattutto alla riduzione dell’uso del tabacco, al miglioramento della qualità dell’aria e a un migliore accesso all’acqua, all’igiene e ai servizi igienico-sanitari, oggi vivono in buona salute 1,4 miliardi di persone in più rispetto al 2018. Più contenuti i progressi per quel che riguarda l’accesso ai servizi sanitari essenziali: il miglioramento c’è stato ma dal 2018 è cresciuto solo di 431 milioni il numero delle persone coperte dai servizi sanitari. Sono invece 637 milioni di persone in più quelle meglio protette dalle emergenze sanitarie. Si sono fermati, invece, i miglioramenti nella mortalità materna e in quella infantile, dopo che nel periodo tra il 2000 e il 2023 erano scesi rispettivamente del 40% e del 50%. “Senza una correzione di rotta urgente”, “il mondo rischia di perdere la possibilità di prevenire ulteriori 700mila morti materne e 8 milioni di decessi sotto i 5 anni tra il 2024 e il 2030”, scrive l’Oms. Problematico anche il tema del personale sanitario: si prevede un deficit di 11,1 milioni di operatori sanitari entro il 2030, con quasi il 70% concentrato nelle regioni dell’Oms dell’Africa e del Mediterraneo orientale.
Vi sono ancora disomogeneità territoriali nella partecipazione delle associazioni alle Reti. Il modello delineato da FAVO insieme ad AGENAS istituzionalizza il loro coinvolgimento e può costituire una best practice. De Lorenzo, Presidente FAVO: “L’oncologia è un laboratorio permanente di idee e visioni, a favore del Servizio Sanitario Nazionale. Con la legge di bilancio per il 2025, le organizzazioni sono parte attiva del sistema. La scelta del legislatore è stata coraggiosa e le implicazioni saranno dirompenti”
Roma, 15 maggio 2025 – In Italia, i cittadini che vivono dopo una diagnosi di tumore oggi sono 3,7 milioni, il 6,2% dell’intera popolazione (1 italiano su 16). Il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi e almeno un paziente su quattro è tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale e può ritenersi guarito. Per rispondere ai nuovi bisogni delle persone colpite dal cancro, la svolta è rappresentata dalla legge di bilancio per il 2025 (legge 30 dicembre 2024, n. 207), che sancisce in modo esplicito il principio della partecipazione delle organizzazioni dei pazienti alle funzioni strategiche del Servizio Sanitario Nazionale. La norma apre la strada al coinvolgimento strutturale e istituzionalizzato delle associazioni all’interno delle Reti Oncologiche Regionali (ROR), secondo il modello delineato da FAVO (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) insieme ad AGENAS. Perché le Reti raggiungano in tutto il Paese una piena operatività e gli obiettivi previsti anche dal Piano Oncologico Nazionale (PON), sono indispensabili: la nomina e l’inizio dell’attività del Coordinamento generale delle Reti Oncologiche (CRO), come previsto dall’Intesa Stato-Regioni relativa al PON del 26 gennaio 2023; la definizione e la disponibilità di adeguate risorse necessarie per lo sviluppo e l’attività delle Reti Oncologiche; la condivisione di “una cultura e di una politica di Rete”, che si esplichi negli atti amministrativi e nella programmazione regionale; la messa in pratica effettiva della partecipazione delle associazioni dei pazienti. Le richieste sono contenute nel 17° Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, presentato oggi a Roma, nell’ambito della XX Giornata nazionale del malato oncologico, promossa da FAVO e dalle centinaia di associazioni federate.
“Con la legge di bilancio per il 2025, le organizzazioni dei pazienti e le loro federazioni diventano parte attiva del sistema sanitario – spiega Francesco De Lorenzo, Presidente FAVO -. La scelta del legislatore è stata coraggiosa e le implicazioni di questa novità saranno dirompenti: i pazienti potranno finalmente partecipare ai principali processi decisionali in materia di salute individuati dal Ministro della Salute, nonché alle fasi di consultazione della Commissione scientifica ed economica dell’Agenzia Italiana del Farmaco. Si tratta di una rivoluzione epocale. Non sarà più possibile progettare la sanità solo dalla prospettiva dell’offerta e dei professionisti. L’ordinamento ha finalmente riconosciuto il valore specifico di quegli enti che possono offrire un contributo insostituibile alla definizione delle politiche sanitarie”. “Queste conquiste – continua Francesco De Lorenzo – si devono anche ai risultati ottenuti da FAVO per l’oncologia. La presenza delle associazioni nelle Reti Oncologiche Regionali, infatti, grazie a FAVO, è ormai da anni un elemento riconosciuto come essenziale. Vogliamo continuare la nostra battaglia per il consolidamento delle Reti quale modello organizzativo capace di rispondere alle principali criticità dell’oncologia: inappropriatezza, tempi di attesa, disuguaglianze. Esistono ancora disomogeneità tra le Regioni e non tutte le Reti Oncologiche presentano lo stesso livello di coinvolgimento delle associazioni. Permangono anche difficoltà di natura burocratica, perché talvolta i processi di partecipazione sono complessi e poco accessibili alle associazioni più piccole”.
FAVO è stata nominata dal Ministero della Salute componente del Coordinamento generale delle Reti Oncologiche (CRO), in rappresentanza delle associazioni dei pazienti. Il CRO assicura l’omogeneità di funzionamento delle Reti e facilita il loro aggiornamento periodico. Si tratta di un organo di indirizzo politico, di fondamentale importanza per il consolidamento del modello, che assegna al Ministero della Salute un ruolo di regista e consente a FAVO di rilevare le disuguaglianze territoriali e i deficit organizzativi, ma anche di promuovere le buone pratiche in un’ottica di condivisione. Per questo è fondamentale che l’attività del CRO parta quanto prima.
“Quasi un anno fa – afferma Americo Cicchetti, Direttore Generale della Programmazione del Ministero della Salute – ho avuto l’onore di annunciare l’intesa raggiunta con le Regioni per l’istituzione del Coordinamento generale Reti Oncologiche (CRO), uno strumento fondamentale per irrobustire il percorso di programmazione delle reti oncologiche anche in attuazione del Piano Oncologico Nazionale. Il DM 10 giugno 2024 ha istituito il CRO e le Regioni hanno immediatamente colto la grande valenza dello strumento programmatorio tanto da richiederne un potenziamento prevedendo l’inserimento nel CRO di tutti i referenti delle reti oncologiche. Dopo un (troppo) lungo percorso di revisione sono lieto di annunciare che il nuovo DM è stato adottato dal Ministro Schillaci il 10 aprile 2025 e che a brevissimo (dopo la registrazione presso la Corte dei conti attesa a giorni) potremo convocare la prima riunione. La composizione del CRO, quindi, vedrà al fianco del Ministero della Salute oltre all’AGENAS, l’ISS, l’AIFA, agli esperti nominati dal Ministro e ad un rappresentante delle associazioni già individuato nel Prof. Francesco De Lorenzo, anche i 21 referenti responsabili delle reti oncologiche regionali. Ci dotiamo di uno modello di condivisione inedito che unitamente allo sforzo di monitoraggio dell’AGENAS rappresenterà lo strumento per programmare e coordinare al meglio gli interventi in ambito oncologico ottimizzando l’uso delle risorse a beneficio dei pazienti, delle famiglie, degli operatori e dei ricercatori in tutto il Servizio Sanitario Nazionale”.
Nel 2010, in Italia, i cittadini che vivevano dopo una diagnosi di tumore erano 2,6 milioni. Questo numero è aumentato fino a 3,5 milioni nel 2020, a 3,7 milioni nel 2025 e, in base alle stime, sarà pari a 4 milioni nel 2030 (quasi il 7% della popolazione).
“I bisogni dei pazienti oncologici, negli anni, sono in continuo cambiamento, dal punto di vista quantitativo e qualitativo – afferma Francesco Perrone, Presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. Siamo passati da una fase quasi esclusivamente ospedaliera ad attività che interessano e si integrano con l’assistenza territoriale. Una nuova organizzazione più performante per l’oncologia è richiesta anche da valutazioni epidemiologiche, con l’aumento progressivo dei casi prevalenti, l’incremento dei pazienti cronici sottoposti frequentemente a nuove terapie orali a domicilio, dei pazienti anziani complessi con multi-patologie concomitanti e dei guariti. La Rete Oncologica Regionale è riconosciuta come il modello organizzativo più indicato per la presa in carico dei pazienti oncologici, così complessi e diversificati nei loro bisogni assistenziali. Inoltre, nella sua programmazione in risposta ai bisogni di presa in carico globale della persona colpita dal cancro e di garanzia di accesso agli appropriati percorsi di cura, rappresenta lo strumento più efficace per il governo e per il controllo della mobilità inter-regionale”.
La spesa e il volume dei ricoveri in mobilità effettiva costituiscono una quota significativa per l’Italia, con un totale complessivo di 2 miliardi di euro nel 2022. “Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, nel 2022, sono risultate le Regioni più attrattive, anche per le patologie oncologiche, assorbendo il 56% dei ricavi complessivi di mobilità attiva – spiega Carmine Pinto, Coordinatore della Rete Oncologica dell’Emilia-Romagna -. Se si osserva l’indice di fuga, è più alto al Sud e questo valore diminuisce procedendo verso il Nord (Sud 13,36%; Centro 10,30%; Nord 8,85%). Uno degli elementi che può influenzare la mobilità è l’assenza di definite modalità di accesso del paziente oncologico al Servizio Sanitario Nazionale e, quindi, a percorsi appropriati, che condividono in rete un processo assistenziale strutturato in tutte le sue fasi, dalla diagnosi e caratterizzazione fino alla fase terapeutica e di riabilitazione. Tutto questo individuando le sedi più adeguate per le specifiche prestazioni in termini di volumi e risorse professionali e tecnologiche richieste. Nel 2022, su un totale di circa due miliardi di euro scambiati in mobilità effettiva, più della metà ha riguardato Regioni confinanti. È indispensabile oggi, per permettere l’accesso a servizi di qualità ed in tempi adeguati, una migliore organizzazione e implementazione dei percorsi assistenziali, della gestione delle cronicità, dell’assistenza ospedaliera e territoriale. Tutto questo è permesso e ottimizzato nelle Reti Oncologiche Regionali, che possono insieme migliorare la ‘performance’ del sistema sanitario nei singoli territori e ridurre di conseguenza anche la mobilità inter-regionale”.
“La piena realizzazione delle Reti Oncologiche può migliorare anche l’appropriatezza e l’approccio multidisciplinare – sottolinea Massimo Di Maio, Presidente eletto AIOM -. La collaborazione multidisciplinare consente una visione più completa delle opzioni terapeutiche disponibili, riducendo il rischio di trattamenti inappropriati o inefficaci. L’appropriatezza prescrittiva in oncologia è anche influenzata dalla disponibilità di linee guida cliniche aggiornate e da una formazione continua per i medici. Da anni AIOM investe grandi risorse nella stesura e nell’aggiornamento di linee guida sui principali tumori, che sono il frutto della collaborazione dei clinici di tutte le discipline che fanno parte integrante dei team multidisciplinari e di altre figure come pazienti, psicologi, infermieri. È essenziale che gli oncologi non solo abbiano accesso a informazioni aggiornate e a linee guida valide, ma che siano anche in grado di comprendere sempre meglio la risposta individuale dei pazienti alle terapie, anche grazie alla ricerca post-registrativa e alla raccolta di dati di real world, contribuendo alla valorizzazione dell’impatto economico dei trattamenti e, di conseguenza, alla sostenibilità del servizio sanitario”.
Nel 2024 è nata la Fondazione SICO per la formazione in chirurgia oncologica, con lo scopo di promuovere una nuova generazione di chirurghe e chirurghi altamente qualificati. Gaya Spolverato, membro del CdA della Fondazione SICO per la formazione in chirurgia oncologica e Direttrice del Programma di Fellowship, sottolinea il motivo per cui è nata la Fondazione: “La mancanza di un percorso formativo in Italia ed in Europa dedicato alla chirurgia oncologica rappresenta un rischio significativo per molti pazienti, la nostra missione è colmare questo gap formativo e garantire che ogni paziente abbia accesso alle terapie più avanzate e innovative”. La Fondazione SICO, attraverso il programma della Fellowship, ha creato un percorso d’eccellenza in chirurgia oncologica, della durata di due anni. “Vogliamo creare una rete nazionale di specialisti in chirurgia oncologica – aggiunge la Prof.ssa Spolverato – grazie anche alla collaborazione con i principali centri di eccellenza presenti sul territorio”. I bandi sono aperti a professionisti con specializzazione in Chirurgia Generale conseguita presso un Ateneo italiano, con curriculum scientifico e clinico in area Chirurgica Oncologica, e che non abbiano superato i 45 anni di età. “Solo investendo nella formazione – sottolinea la Prof.ssa Spolverato – possiamo sperare di vedere progressi tangibili nella cura del paziente oncologico e nella qualità della sua vita”.
“In questa ‘Nuova Era dell’HTA’, il coinvolgimento delle rappresentanze civiche nei processi di Governance Clinica assume certamente un ruolo centrale – spiega Giandomenico Nollo, Presidente SIHTA (Società Italiana di Health Technology Assessment) -. Il quadro normativo nazionale, in linea con il regolamento europeo per la HTA, prevede infatti l’obbligatorietà della consultazione delle associazioni dei pazienti nei processi decisionali, garantendo che le voci dei pazienti siano così opportunamente ascoltate e integrate nelle valutazioni. AGENAS ha attivato una rete di portatori di interesse, inclusa la rappresentanza civica e dei pazienti, per garantire un coinvolgimento strutturato e continuo nel Programma Nazionale di Health Technology Assessment (PNHTA). Il coinvolgimento dei pazienti nell’HTA non si limita a democratizzare il processo decisionale sanitario, ma garantisce anche valutazioni più eque, rilevanti e sostenibili apportando così un contributo significativo all’innovazione nei sistemi sanitari europei. Per concretizzare e rendere efficace questa rilevante innovazione di sistema, è imperativo investire nella formazione specifica delle associazioni di pazienti, offrendo un adeguato supporto formativo e compensi per il tempo prezioso che dedicano a questa causa. A tal fine il prossimo Congresso SIHTA, ‘La Nuova Era della HTA’ (Roma 18-20 novembre), offrirà workshop e sessioni formative al tema della partecipazione delle rappresentanze dei pazienti ai processi di governance e di sviluppo dei report di HTA”.
“La legge di bilancio per il 2025 – evidenzia Elisabetta Iannelli, Segretario FAVO -, rilanciando il principio della partecipazione, individua uno spazio di intervento non in favore della generalità degli enti del non profit, ma circoscritto a categorie ben definite: le associazioni di pazienti, i gruppi da esse costituiti e le relative federazioni. La prossimità quotidiana con i malati, con le loro famiglie e con i caregiver consente a queste realtà di monitorare e valutare, direttamente nei contesti di cura, l’efficacia complessiva degli interventi sanitari e assistenziali, anche attraverso parametri non clinici. Tra questi, assumono rilievo particolare la qualità della vita, le dimensioni sociali della malattia e le condizioni materiali ed emotive che accompagnano il percorso di guarigione. L’oncologia è uno degli ambiti clinici in cui l’associazionismo ha raggiunto un elevato grado di competenza progettuale, consolidando un ruolo attivo e riconosciuto nei processi decisionali. Grazie al lavoro svolto da FAVO e al dialogo costante con AGENAS e con il Ministero della Salute, le associazioni si sono affermate come interlocutori preparati e affidabili nei processi di governance del sistema”.
FAVO, in collaborazione con AGENAS, ha predisposto un documento, attualmente in fase di revisione finale per l’approvazione in Conferenza Stato-Regioni, che delinea un processo di “istituzionalizzazione” delle associazioni di pazienti per favorirne una partecipazione trasparente e realmente capace di incidere sull’efficienza e l’efficacia delle Reti Oncologiche Regionali. “Il modello costruito da FAVO insieme ad AGENAS può diventare una best practice per l’intero Servizio Sanitario Nazionale, a condizione che venga adottato con coerenza e adattato adeguatamente ad altri contesti clinici e organizzativi – conclude Francesco De Lorenzo -. Il modello pensato per le ROR può essere esteso a esempio generale per l’attuazione del principio di partecipazione, confermando che l’oncologia è un laboratorio permanente di idee e visioni a favore dell’intero sistema. Terminato l’iter di approvazione del documento redatto con AGENAS, lo sforzo di FAVO, che oggi è rete associativa, sarà indirizzato alla preparazione delle associazioni e dei loro rappresentanti. Il volontariato oncologico oggi occupa a pieno titolo un posto ‘nella stanza dei bottoni’. Si tratta di una sfida cruciale, che può essere vinta solo potendo contare su un impegno continuativo per la qualificazione delle competenze. Allo sforzo di FAVO, però, dovrà corrispondere l’impegno delle Reti per informare e formare i rappresentanti delle associazioni sulle questioni che saranno sottoposte alla loro attenzione e valutazione. Gli enti del Servizio Sanitario dovranno, cioè, realmente agevolare la partecipazione del volontariato, nell’ottica di trarne un concreto beneficio”.
14, maggio 2025 – Ben sette operatori sanitari su dieci riferiscono di aver subito discriminazioni e aggressioni, spesso verbali, negli ospedali e nelle cliniche d’Italia. È questo il dato che emerge da una survey realizzata dall’associazione Women for Oncology, a cui hanno partecipato 410 operatori sanitari prevalentemente di ambito oncologico. “Oggi in corsia o negli ambulatori si creano situazioni particolarmente delicate e difficili da affrontare, causate principalmente dalla carenza di personale, da turni di lavoro esasperanti, dallo stress e da fenomeni di burnout”, ha spiegato Rossana Berardi, oncologa e presidente di Women for Oncology, intervenuta alla quinta edizione del convegno ‘Donne che curano’, tenutosi ieri a Montecitorio.
I dati problematici emersi, che toccano da vicino i medici e soprattutto le donne medico, hanno un impatto su tutta la società civile. “La tutela del professionista verso l’esterno non è mai del tutto garantita e le violenze, verbali e fisiche, rappresentano uno dei fattori che oggi allontanano i medici, soprattutto quelli giovani, dalla nostra professione – ha sottolineato Berardi – questi finiscono infatti per decidere di evitare alcune specialità ‘complesse’, come l’oncologia, o la presenza in pronto soccorso”.
13, maggio 2025 – Nei Paesi europei che destinano elevate risorse economiche alla sanità, la sopravvivenza per i pazienti affetti da tumori ematologici è molto superiore rispetto ai Paesi con minore spesa sanitaria nazionale. L’Italia ha valori in linea o di poco migliori rispetto alla media europea. Sono alcuni dei dati che emergono da una ricerca europea, condotta nell’ambito del progetto ‘Eurocare-6’ (European cancer registry based study on survival and care of cancer patients) che ha visto la partecipazione della Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e dell’Istituto Superiore di Sanità. Lo studio ha coinvolto circa 1,150 milioni di pazienti affetti da patologie onco-ematologiche in 27 paesi europei, rilevando come, soprattutto nei Paesi dell’Est Europa, che investono meno in sanità, si osserva una sopravvivenza a 10 anni inferiore. Per il linfoma non-Hodgkin, per esempio, è dimezzata rispetto ai Paesi che investono di più (Danimarca, Norvegia e Svizzera): 33% contro 62%. Lo stesso si osserva per il linfoma diffuso a grandi cellule B (34% contro 58%), il linfoma mantellare (21% contro 61%), il linfoma follicolare (40% vs 81%), la leucemia mieloide acuta (6% vs 21%) e la leucemia mieloide cronica (31% vs 65%).
“Il nostro studio dimostra inequivocabilmente che gli investimenti in sanità, soprattutto in ricerca ed innovazione terapeutica, hanno un impatto diretto sulla sopravvivenza dei pazienti affetti da tumore ematologico”, dice la coordinatrice dello studio Claudia Vener, medico e ricercatrice alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Le differenze “sono molto probabilmente legate a un diverso grado di accesso alle cure e a una diversa disponibilità e utilizzo di trattamenti efficaci”, aggiunge Silvia Rossi, ricercatrice presso l’Istituto Superiore di Sanità e co-autrice dello studio. “L’Italia, anche se allineata alla media europea, non raggiunge i livelli di sopravvivenza ottenuti dai Paesi con maggiori investimenti”.