Un trattamento rapido e ben tollerato che offre un’alternativa terapeutica alle pazienti con
tumore della mammella
Milano, 26 marzo 2025 – La lotta contro il tumore al seno compie un altro passo avanti grazie all’applicazione innovativa della tecnica di crioablazione. Questo trattamento, già utilizzato per le lesioni benigne, può essere effettuato anche su pazienti selezionate affette da tumore mammario. Il Policlinico di Milano è tra i primi centri in Italia a offrire questa procedura all’avanguardia presso l’Unità di Radiologia Senologica.
La crioablazione è una tecnica percutanea guidata da ecografia che, attraverso una millimetrica incisione cutanea, introduce un’agosonda di 17 Gauge in grado di creare una sfera di ghiaccio (iceball) attorno alla lesione tumorale, determinandone la necrosi cellulare attraverso fasi alternate di congelamento per decompressione di argon e scongelamento tramite riscaldamento elettrico. La procedura si svolge in anestesia locale, dura circa 30 minuti ed è eseguita in regime ambulatoriale, consentendo alle pazienti di tornare a casa nella stessa giornata.
“L’applicazione della crioablazione in ambito senologico rappresenta un’importante innovazione per il trattamento del tumore al seno – spiega la dottoressa Serena Carriero, Radiologa presso l’Unità di Radiologia Senologica dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano –. È una procedura rapida e ben tollerata, con rare complicanze, che garantisce ottimi risultati estetici e psicologici. I primi studi in corso confermano la sua efficacia e la soddisfazione delle pazienti, che apprezzano il ridotto impatto estetico e il recupero immediato.”
Questa procedura mini-invasiva può essere proposta come valida alternativa alla chirurgia per il tumore al seno in pazienti selezionate alle riunioni multidisciplinari della Breast Unit, previo accordo di tutti i professionisti coinvolti, dal radiologo al chirurgo, oncologo e patologo.
“In questo contesto, per la diagnosi e la selezione delle pazienti ci aiuta anche l’intelligenza artificiale, in uso presso il nostro centro in diversi ambiti della radiologia – sottolinea la dottoressa Sonia Santicchia, Responsabile dell’Unità di Radiologia Senologica e Coordinatore della Breast Unit del Policlinico di Milano –. La crioablazione viene attualmente proposta alle donne che, per condizioni generali e comorbidità, non possono essere sottoposte all’intervento chirurgico o alle terapie farmacologiche specifiche del caso. Offre numerosi vantaggi, come la minor invasività, la rapida ripresa, l’assenza di cicatrici chirurgiche e di dolore post-operatorio. Ci auguriamo per il futuro che questa procedura possa venire presto validata su larga scala, per permetterne l’accesso a sempre più donne con diagnosi di tumore mammario. La radiologia interventistica si riconferma una disciplina avanguardistica anche in ambito senologico, in grado di trarre beneficio dalle numerose innovazioni tecnologiche che caratterizzano il periodo storico che viviamo”.
A rafforzare il valore di questa innovazione è anche il Professor Gianpaolo Carrafiello, Direttore di Radiologia della Fondazione IRCCS Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e Professore Ordinario dell’Università degli Studi di Milano: “L’ablazione è una tecnica che utilizziamo da anni per il trattamento di alcuni tipi di tumore e i dati preliminari dimostrano che potrebbero beneficiare di questa procedura anche pazienti affette da tumore della mammella. In un’epoca in cui la medicina si avvale sempre più di tecnologie avanzate, il ruolo del radiologo è cambiato: oggi non ci limitiamo a fare diagnosi ma interveniamo attivamente nel trattamento delle patologie, instaurando un rapporto diretto con i pazienti. Grazie alla crioablazione, il Policlinico di Milano si conferma un centro di riferimento nella radiologia interventistica applicata anche alla senologia, offrendo una nuova opportunità con una procedura meno invasiva, sicura ed efficace.”
La ricerca e l’innovazione nel trattamento del tumore al seno continuano a progredire con l’obiettivo di migliorare sempre più le opzioni terapeutiche disponibili. La crioablazione rappresenta un passo importante in questa direzione, dimostrando come la tecnologia possa trasformare l’approccio alla cura del cancro, garantendo trattamenti sempre più mirati e personalizzati per le pazienti e dando speranza anche ai casi non operabili.
Il Presidente Evaristo Maiello: “Il provvedimento del 2021 può rilanciare il settore. Sono però necessari maggiori finanziamenti, va snellita la burocrazia e bisogna riconoscere le nuove figure professionali”
Milano, 25 marzo 2025 – In Italia la ricerca clinica indipendente continua ad essere in crisi, nonostante alcuni miglioramenti. Nel 2004 gli studi no profit rappresentavano il 30% del totale mentre nel 2023 sono stati solo il 17%. Tuttavia nel 2023 gli studi indipendenti sono tornati a crescere raggiungendo quota 106 contro i 98 dell’anno precedente. Di questi uno su cinque riguarda nuovi possibili trattamenti anti-cancro. E’ questo il quadro di luci ed ombre che emerge oggi in occasione del convegno nazionale “La valorizzazione della ricerca indipendente: opportunità, limiti e spunti operativi”. L’evento si svolge a Milano ed è stato organizzato da FICOG (Federation of Italian Cooperative Oncology Groups) insieme a Fondazione RIDE2Med. “Stiamo assistendo ad un crollo degli studi no profit a livello globale che riguarda quasi tutti i Paesi Occidentali – afferma Evaristo Maiello, Presidente FICOG -. Per esempio, negli Stati Uniti questi studi si sono ridotti drasticamente mentre, fino a pochi anni fa, erano uno dei fiori all’occhiello della ricerca oncologica americana. In Italia sono assolutamente necessari maggiori finanziamenti e al tempo stesso bisogna snellire le procedure burocratiche per avviarli. Persistono ancora dei vincoli legislativi e non sono riconosciute figure professionali importanti e fondamentali come gli Study Coordinator e gli Infermieri di Ricerca. Senza un’adeguata valorizzazione di nuove categorie professionali e senza un sostegno dell’industria del farmaco è difficile avviare studi scientifici. Una possibilità concreta di rilancio del settore può però arrivare dal Decreto 30 novembre 2021. Il provvedimento consente la cessione dei dati, ottenuti dalle sperimentazioni indipendenti, al fine di consentire la registrazione di nuovi trattamenti oncologici”. “Il Decreto ci permette di avviare sinergie positive e più forti collaborazioni tra la ricerca profit e quella no profit – prosegue Francesco Perrone, Presidente AIOM – Associazione Italiana di Oncologia Medica -. Condividendo i dati scientifici raccolti si possono ottenere risorse economiche da reinvestire in altre sperimentazioni cliniche indipendenti. In questa nuova modalità di lavoro un ruolo davvero importante è quello che hanno i Gruppi Cooperativi di Ricerca e le Società Scientifiche. Come AIOM abbiamo all’attivo diverse collaborazioni tra cui un gruppo di lavoro insieme a FICOG dedicato all’uso dei PRO’s-Patient Reported Outcomes. Sono strumenti che consentono ai pazienti di riportare direttamente la loro esperienza in termini di qualità della vita e tossicità dei trattamenti antitumorali”. “In Italia al momento sono già partiti degli studi clinici indipendenti che prevedono fin dall’inizio la cessione dei dati – sottolinea Maiello -. Per la loro promozione è fondamentale anche l’aiuto che può arrivare dalle Associazioni di pazienti soprattutto per reclutare i partecipanti allo studio. Infatti il gruppo di lavoro che abbiamo con AIOM vede anche la partecipazione della Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia”. “La ricerca può contribuire attivamente alla crescita dell’intero sistema sanitario nazionale – conclude Sergio Scaccabarozzi, Vicepresidente di Fondazione RIDE2Med -. Quella no profit rappresenta un volano anche economico permettendo a ospedali ed università di valorizzare adeguatamente il proprio lavoro. Tutto ciò dipende ovviamente dalla qualità degli studi clinici portati avanti dai nostri specialisti. La ricerca scientifica italiana in oncologia è da sempre ai vertici mondiali e ci auguriamo possa continuare ad esserlo anche grazie alle nuove norme legislative”.
24 marzo 2025 – “La prevenzione oncologica salva vite e riduce i costi per il sistema sanitario nazionale. Per questo riteniamo che l’emendamento, che avrebbe esteso la fascia d’età per l’accesso gratuito agli screening per il tumore al seno, sia stata un’occasione persa. Il provvedimento non è passato per mancanza di copertura finanziaria e ciò potrebbe creare ulteriori disuguaglianze”. E’ questo il commento di ANDOS onlus Nazionale (Associazione Nazionale Donne Operate al Seno) alla recente decisione del Parlamento italiano. “Il giusto provvedimento è stato sostenuto trasversalmente dalle forze politiche ma si è poi rivelato nei fatti una promessa non mantenuta – sottolinea Flori Degrassi, Presidente Nazionale ANDOS -. Il problema è stato la mancanza di adeguate risorse economiche e finanziarie. La situazione del nostro Paese è come sempre a macchia di leopardo. Solo sei Regioni hanno potuto procedere autonomamente prevedendo programmi di screening per una platea più ampia di donne. Il risultato è una forte disequità territoriale nell’accesso alla salute per i cittadini. Come ANDOS Nazionale chiediamo con forza a tutte le Istituzioni un impegno concreto e duraturo nella prevenzione oncologica. Non bastano gli annunci: servono scelte politiche concrete, basate sull’evidenza e sull’equità. I programmi di screening per il carcinoma mammario devono essere estesi quanto prima in tutte le Regioni”.
20 marzo 2025 – “In oncologia le attività di prevenzione vanno programmate rispetto a quanto è previsto nei Livelli essenziali di assistenza (Lea). Sono convinto che occorra fare molto di più per favorire la prevenzione primaria, per evitare per quanto possibile l’insorgere della malattia, la prevenzione secondaria per la diagnosi precoce di una malattia già in corso, e la prevenzione terziaria per ridurre la probabilità di recidive. Vale per tutti i tumori, non solo per il cancro al seno”. E’ quanto dichirato da Francesco Perrone, presidente nazionale di AIOM (Associazione italiana oncologia medica) dopo il parere negativo del Mef al Fondo prevenzione per il cancro al seno.
“Non entro nel merito dell’emendamento in questione – tiene a precisare Perrone – dico solo che le strategie di prevenzione per tutte le tipologie di tumore, adozione di stili di vita salutari, gestione dei fattori di rischio modificabili, programmi di screening preventivi, terapie adiuvanti e diagnosi precoce delle recidive, prevedono maggiori investimenti e più attenzione anche da parte della politica e delle istituzioni e maggiore capacità di parlare ai cittadini. AIOM lo sta facendo anche affiancandosi come partner scientifico al tour mondiale della nave della Marina militare Amerigo Vespucci”.
Roma, 19 marzo 2025 – In Italia una donna su otto nel corso della propria vita svilupperà un tumore della mammella. E’ il cancro più diffuso tra la popolazione e i nuovi casi l’anno ammontano a oltre 53mila. Attualmente il 73% delle donne si sottopone all’esame di screening, attraverso la mammografia, per la diagnosi precoce della malattia. Sempre di più dove l’occhio umano non vede può essere d’aiuto l’intelligenza artificiale che riesce ad individuare anche le lesioni neoplastiche più piccole. I nuovi software vengono utilizzati con maggiore frequenza anche nella biopsia liquida, una nuova procedura diagnostica che riesce a scoprire tracce di DNA tumorale per evidenziare precocemente i rischi di recidiva di neoplasia. A questi temi è dedicato il convegno nazionale Evoluzione tecnologica e Intelligenza Artificiale in Diagnostica Senologica. Stato dell’arte e Prospettive future che si svolge oggi a Roma presso l’Ospedale Isola Tiberina – Gemelli Isola.
“I nuovi software sono già una realtà in Italia nei programmi di prevenzione secondaria del tumore mammario – afferma il prof. Ettore Squillaci, Direttore dell’UOC di Diagnostica per Immagini dell’Ospedale Isola Tiberina-Gemelli Isola -. L’intelligenza artificiale può aiutarci a gestire la grande mole di dati che siamo in grado di ottenere con gli strumenti diagnostici di ultima generazione. Si tratta di tecnologie che al momento sono attive solo in pochissime strutture sanitarie della Penisola ma che entro tre anni dovranno essere rese disponibili in tutti i centri di riferimento oncologici. Il loro utilizzo sarà potenziato grazie alle Reti Oncologiche Regionali e così saranno di ausilio ad un sempre maggior numero di pazienti. Sono programmi informatici molto avanzanti che possono anche essere installati su mammografi già esistenti. Quindi con investimenti relativamente limitati sarà a breve possibile analizzare più donne, in minor tempo e soprattutto ricevere informazioni precise sulla patologia. I tassi di sopravvivenza nel carcinoma mammario sono in costante crescita per merito soprattutto dei miglioramenti terapeutici e dei programmi di prevenzione secondaria. A questo si accompagna un costante miglioramento delle apparecchiature diagnostiche sia di mammografia che di risonanza magnetica che, grazie anche alla intelligenza artificiale e ai nuovi mezzi di contrasto, consentono diagnosi più precise, in minor tempo e in un maggior numero di pazienti. Scoprire un tumore al seno, anche di piccolissime dimensioni è ora dunque possibile e per questo assume un ruolo sempre più importante la prevenzione secondaria per rendere il tumore al seno una malattia curabile che non deve fare più paura”.
Nel convegno di oggi sulle sponde del Tevere ampio spazio è riservato al tema della prevenzione e sono previsti interventi di associazioni di pazienti e di rappresentanti delle Istituzioni. “I vantaggi resi possibili dalla tecnologia corrono però il rischio di essere resi vani se non aumentiamo il numero di donne che si sottopongono regolarmente a mammografia – conclude Squillaci -. In Italia una donna su quattro fra i 50 e i 69 anni non ha svolto questo esame né spontaneamente né all’interno di programmi di screening organizzati a livello regionale. La guarigione dal cancro al seno è una possibilità concreta che interessa oltre il 70% delle donne colpite dalla malattia. Con la diagnosi precoce della neoplasia aumentano esponenzialmente le possibilità di sconfiggerla definitivamente. Come specialisti medici rinnoviamo il nostro invito a tutte le donne residenti nel nostro Paese a fare prevenzione senologica”.
18 marzo 2025 – Il nostro corpo è costantemente impegnato a combattere una guerra contro i miliardi di microrganismi che si trovano nell’aria che respiriamo, nell’acqua che beviamo, nei cibi che mangiamo: per farlo si affida al nostro sistema immunitario. Secondo i ricercatori dell’Università di Harvard, per rafforzarlo è sufficiente applicare la regola dello 0-5-30: 0 sigarette, 5 pasti di frutta e verdura e 30 minuti di esercizio fisico quotidiani.
NIENTE FUMO La nicotina e il fumo di sigaretta non solo sono cancerogeni e deleteri per il sistema cardiovascolare, ma sono anche dei formidabili attivatori di infiammazioni, in grado di mettere in serie difficoltà tutti i nostri meccanismi di difesa.
5 PORZIONI DI FRUTTA E VERDURA Le cellule del sistema immunitario hanno bisogno di una corretta alimentazione: frutta e verdura contengono gli antiossidanti che rafforzano le funzioni difensive delle cellule immunitarie presenti soprattutto nelle mucose.
30 MINUTI DI ESERCIZIO L’attività fisica praticata con costanza e moderazione ha un effetto positivo sul sistema immunitario, in quanto produce un aumento dei globuli bianchi e riduce lo stato di infiammazione dell’organismo.
17 marzo 2025 – Esiste una connessione tra il consumo di bevande zuccherate e un rischio significativamente maggiore di cancro della cavità orale nelle donne, indipendentemente dalle loro abitudini di fumo o consumo di alcol. Lo evidenzia un recente studio pubblicato su JAMA Otolaryngology-Head & Neck Surgery. Lo studio, condotto dal gruppo di Brittany Barber, dell’Università di Washington a Seattle, ha analizzato dati di oltre 162.000 donne per un periodo di 30 anni. I risultati sono impressionanti: le donne che consumavano una o più bevande zuccherate al giorno presentavano un rischio quasi 5 volte maggiore di sviluppare cancro orale rispetto a quelle che ne consumavano meno di una al mese. Il rischio è elevato sia per i tumori della lingua che per altri sottositi della cavità orale con aumento stimato di circa 3 casi ogni 100mila abitanti. “Un’elevata assunzione di bevande zuccherate era già stata associata a vari tumori gastrointestinali, ma non a quelli del cavo orale. Questi risultati rappresentano un importante passo avanti nella comprensione dei fattori di rischio per il cancro orale, specialmente per quelle persone che non presentano i tradizionali fattori di rischio come fumo e alcol”, spiega Fabio Beatrice, Direttore del Board scientifico del Medical Observatory on harm reduction (Mohre) e Primario Emerito di Otorinolaringoiatria esperto di Chirurgia Oncologica di Testa e collo a Torino.
Nonostante il cancro orale sia relativamente raro con circa 350.000 casi l’anno nel mondo, si tratta di una neoplasia particolarmente aggressiva. Nonostante le raccomandazioni dell’Oms che consigliano di limitare gli zuccheri aggiunti nella dieta al 5% dell’introito calorico totale, il consumo rimane eccessivo nei paesi industrializzati. L’ipotesi dei ricercatori è che gli zuccheri “possano contribuire ad una infiammazione cronica che è un fattore di rischio riconosciuto per lo sviluppo di cancro, in particolare quando lo zucchero è derivato da sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio”, spiega Alice Alberta Cittone, Igienista Dentale a Torino e membro del board scientifico di Mohre. La riduzione del consumo di bevande zuccherate è da considerare parte di una strategia preventiva globale con effetti positivi anche sul rischio obesità e diabete.
Roma, 14 marzo 2025 – Gli importanti progressi nella prevenzione e nel trattamento si riflettono nella riduzione delle morti oncologiche. In dieci anni (2011-2021), nel nostro Paese, i decessi per cancro sono diminuiti del 15%, percentuale migliore rispetto all’Unione Europea, in cui il calo si è fermato al 12%. Anche negli Stati Uniti la mortalità complessiva per tumori è diminuita del 34% dal 1991 al 2022, con circa 4,5 milioni di decessi evitati (oltre 268mila nella nostra Nazione fra il 2007 e il 2019). Gli Stati Uniti sono al vertice della ricerca mondiale contro il cancro e il nostro Paese si colloca nella “top five” della classifica degli studi oncologici. È la dimostrazione della qualità del lavoro dei nostri ricercatori, ma l’Italia deve definire nuovi modelli, velocizzando i tempi di avvio dei trial ed eliminando gli ostacoli burocratici, per non restare indietro e tenere il passo degli altri Paesi. L’appello viene dalla terza edizione del “Clinical Research Course”, il corso, che si apre oggi a Roma, organizzato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) in collaborazione con l’American Society of Clinical Oncology (ASCO).
“I lavori scientifici italiani in ambito oncologico pubblicati su riviste mediche internazionali sono oggetto di migliaia di citazioni da parte di altri autori e pongono il nostro Paese tra i primi 5 al mondo in questa speciale classifica – spiega Francesco Perrone, Presidente Nazionale AIOM -. L’Oncologia italiana, se adeguatamente supportata dalle Istituzioni, può affermarsi come un motore di sviluppo in ambito non solo scientifico, ma anche economico e sociale. L’obiettivo del corso ASCO-AIOM è fornire a giovani ricercatori provenienti da tutto il mondo gli strumenti per comprendere la metodologia delle sperimentazioni cliniche, implementare idee di ricerca e imparare a valutare la letteratura scientifica. Offriamo una visione esaustiva della metodologia, che spazia dagli studi di fase I a quelli delle fasi successive, fino alle sperimentazioni che seguono la disponibilità del farmaco nella pratica clinica, che dovrebbero essere svolte soprattutto nell’ambito della ricerca indipendente. AIOM supporta, oltre che l’iscrizione al corso di tutti i partecipanti selezionati, anche le spese di viaggio per alcuni colleghi provenienti dall’estero, in particolare da Nazioni a reddito medio-basso, come alcuni Paesi asiatici, africani o dell’Europa dell’Est”.
Il Regolamento europeo n.536 del 2014 per la ricerca clinica ha stabilito tempi di autorizzazione degli studi clinici allineati per tutti i Paesi membri: da un minimo di 60 giorni a un massimo di 106, a partire dalla data di sottomissione. “Un quadro regolatorio identico in ciascun Stato membro dovrebbe garantire la conduzione degli studi clinici in una modalità univoca, con tempi definiti e certi – sottolinea il Presidente Perrone -. Inoltre, dovrebbe rendere più facile e veloce l’arruolamento dei pazienti e la chiusura degli studi. Nel 2023, l’Agenzia Italiana del Farmaco ha autorizzato 212 trial sulle neoplasie. In Italia l’oncologia resta l’area in cui si concentra il maggior numero di sperimentazioni, che hanno raggiunto nel 2023 il 34,7% del totale, in calo del 5,2% rispetto al 2022. Nel nostro Paese, nonostante il Regolamento europeo, l’iter di approvazione delle sperimentazioni cliniche risulta più lungo e difficoltoso rispetto alla media continentale, soprattutto a causa delle procedure amministrative, che in troppi casi comportano mesi di attesa prima di attivare i centri italiani. Queste criticità mettono a rischio l’attrattività del nostro Paese per i promotori profit e ritardano l’opportunità della partecipazione agli studi per i pazienti. È fondamentale puntare alla semplificazione”.
“Le possibili cause della riduzione del numero di studi clinici condotti in Italia vanno trovate, ad esempio, nella carenza di figure professionali dedicate, nei ritardi nell’approvazione da parte dei Comitati etici e nella firma del contratto a livello delle Direzioni aziendali e nella lentezza nell’arruolamento dei pazienti – afferma Massimo Di Maio, Presidente eletto AIOM -. Negli ultimi anni le sperimentazioni cliniche hanno effettuato una vera e propria migrazione verso Paesi a più alta attrattività, che sono riusciti ad investire sempre di più in ricerca e sviluppo”. “Sono molte le situazioni cliniche per le quali la partecipazione ad una sperimentazione è considerata la miglior opzione terapeutica – continua Massimo Di Maio -. Va inoltre sottolineata la tendenza, in molte situazioni cliniche, a ridurre il numero di pazienti complessivamente inclusi negli studi che precedono l’autorizzazione all’impiego clinico. Se metà delle nuove molecole anticancro lanciate nel 2023 nel mondo è stata studiata in trial con almeno 500 pazienti, dall’altro lato la ricerca su popolazioni con bisogni ancora insoddisfatti e in setting specifici (ad esempio tumori caratterizzati da una specifica alterazione molecolare) implica spesso il coinvolgimento di meno malati”.
Un’altra svolta riguarda il superamento del modello istologico che, per molti anni, ha governato la ricerca in oncologia, le decisioni regolatorie e la pratica clinica. “In questo approccio, il punto di partenza è rappresentato dall’organo da cui la malattia ha origine – spiega Giuseppe Curigliano, membro del Direttivo Nazionale AIOM -. Negli ultimi anni, le prospettive sono cambiate, anche in seguito all’approvazione di molecole con indicazione cosiddetta ‘agnostica’, cioè indipendente dal tessuto di origine della neoplasia. Nella ricerca e nella pratica clinica, si sta pertanto affermando un nuovo modello, definito ‘mutazionale’. Si tratta di una vera e propria rivoluzione scientifica e culturale, destinata a condurci lontano”. “Questa strategia terapeutica si basa su un importante nuovo paradigma, nel quale la firma genomica supera il valore della sola caratterizzazione istologica – continua Giuseppe Curigliano -. Diventa quindi essenziale la profilazione genomica, cioè l’individuazione delle mutazioni o delle alterazioni molecolari che giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo delle neoplasie, indipendentemente dalla sede del tumore”.
Nel 2025, negli Stati Uniti, sono stimati oltre due milioni di nuovi casi di cancro (390.100 in Italia nel 2024) e circa 618 mila decessi. “La mortalità oncologica sta progressivamente diminuendo sia negli USA che in Italia – sottolinea Saverio Cinieri, Presidente di Fondazione AIOM -. Uno dei dati più sorprendenti della realtà americana è l’aumento delle diagnosi di cancro tra le donne e i giovani adulti. Per la prima volta, i tassi di incidenza dei tumori tra le donne di età compresa tra i 50 e i 64 anni hanno superato quelli degli uomini. E, nelle donne under 50, sono ora più alti dell’82% rispetto ai coetanei maschi. Il fenomeno è particolarmente evidente nel caso del carcinoma polmonare, che è diventato più comune nel sesso femminile sotto i 65 anni. Anche in Italia questa neoplasia è sempre più ‘rosa’, per la diffusione dell’abitudine del fumo di sigaretta in questa parte della popolazione. Nel nostro Paese, nella pratica clinica, osserviamo sempre più casi di cancro nei giovani. I dati devono essere ancora definiti, ma la tendenza è chiara anche in Italia. Le cause vanno ricercate in fattori di rischio che sono purtroppo molto comuni: sedentarietà, dieta scorretta, sovrappeso, obesità, fumo e consumo di alcol. Altre ragioni restano da capire. Per esempio, sono in corso ricerche su alcuni fattori inquinanti, anche ambientali, e sugli additivi alimentari. Resta sempre valido l’appello a seguire stili di vita sani, che consentono di prevenire il 40% dei casi di tumore”.
13 marzo 2025 – Tra invecchiamento e tumori esiste un legame a doppio filo che parte dai meccanismi molecolari fino a future terapie in grado di contrastare entrambi: a mettere in luce i fattori comuni è la ricerca pubblicata sulla rivista Nature Aging da Lucrezia Trastus dell’Istituto di Oncologia molecolare dell’Airc, l’Ifom, e Fabrizio d’Adda di Fagagna, a capo del laboratorio ‘Risposta al danno al DNA e senescenza cellulare dell’Ifom e dell’Istituto di genetica molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche a Pavia. Passando in rassegna una vasta letteratura scientifica sui legami tra invecchiamento e tumori, i ricercatori hanno ottenuto un quadro dei percorsi biologici comuni, molti dei quali individuati in studi su animali.
“Un lavoro di revisione su un argomento così articolato e dibattuto è uno dei modi migliori per fare emergere le cause reali di un fenomeno, cercando di dare una struttura coerente a un’immensa e spesso contrastante letteratura pubblicata su questo argomento”, osserva d’Adda di Fagagna. Dall’analisi emerge per esempio come l’accumularsi di mutazioni del Dna sia un elemento comune sia alla formazione dei tumori che ai cambiamenti che avvengono nei tessuti durante l’invecchiamento. Un legame altrettanto forte riguarda i cambiamenti che avvengono nelle strutture chiamate telomeri: “i telomeri sono le estremità dei nostri cromosomi e si accorciano con il passare del tempo, causando la senescenza cellulare ed il conseguente invecchiamento dell’organismo. Eppure questo stesso meccanismo deleterio potrebbe essersi evoluto nelle nostre cellule per evitare di trasformarle in tumori, mettendo un freno alla loro capacità di proliferare”, dice ancora il ricercatore. “Modificare la lunghezza dei telomeri oppure eliminare le cellule senescenti negli animali di laboratorio – rileva Trastus – ha permesso di comprendere quanto questi processi siano importanti nel prevenire o causare il cancro e come possiamo sviluppare terapie antitumorali cercando di colpire questi stessi meccanismi”. I cambiamenti del sistema immunitario e le infiammazioni croniche sono altri elementi considerati in questa nuova visione d’insieme che, secondo gli autori della ricerca, potrebbe aiutare anche a individuare le condizioni sperimentali più adatte per studiare i due fenomeni. E’ un approccio integrato, conclude d’Adda di Fagagna, che “si sta dimostrando sempre più promettente, dal momento che un crescente numero di studi clinici sta esplorando la riconversione di farmaci originariamente sviluppati per contrastare il cancro per il trattamento dell’invecchiamento, e viceversa”.