12, marzo 2025 – Uno studio condotto da un gruppo multidisciplinare di scienziati guidato da Antonio Giordano, direttore dell’Istituto Sbarro di Philadelphia, e composto da epidemiologi, patologi, immunologi e oncologi, ha individuato un metodo statistico per identificare i pazienti più a rischio o, al contrario, quelli più protetti dal Covid-19, partendo dallo studio delle molecole HLA, quelle responsabili del rigetto dei trapianti in un individuo. “E’ dalla qualità di queste molecole – spiega Pierpaolo Correale, capo dell’Unità di Oncologia Medica dell’ospedale Grande Metropolitano ‘Bianchi Melacrino Morelli’ di Reggio Calabria – che dipende la capacità del nostro sistema immunitario di fornire una risposta immunitaria efficace, o al contrario di soccombere alla malattia”. In sostanza, spiegano, è questione di corredo genetico.
Chi ha molecole HLA di maggiore qualità, rileva lo studio, avrà più chance di contrastare il Covid o altri virus pandemici. Dallo studio – pubblicato sul Journal of Translational Medicine – e brevettato dai suoi autori, emerge anche che questi “alleli” non presentano la stessa distribuzione sul territorio nazionale e ciò spiegherebbe le differenze nella diffusione di malattia durante le prime ondate di Covid19, con il Sud Italia meno esposto alla pandemia delle regioni del Nord. Il metodo – si sottolinea – è applicabile anche in altre condizioni infettivologiche, oncologiche e autoimmunitarie. Lo studio ha preso in esame nella sua parte epidemiologica tutti i casi di Covid registrati in Italia nella Banca dati dell’Istituto Superiore di Sanità. E successivamente 75 malati di Covid tra l’ospedale di Reggio Calabria e il Cotugno di Napoli e 450 pazienti registrati tra i donatori sani.
11 marzo 2025 – La dieta mediterranea come un farmaco, ma per chi? Quando e come? “Le evidenze scientifiche sugli effetti positivi della dieta mediterranea (Dm) sono ormai tali che questa può essere raccomandata in diversi contesti clinici e per diverse patologie, influendo su prevenzione, cura, assistenza e riabilitazione. Per definire gli standard della sua definizione e delle sue varie applicazioni sono state elaborate le prime Linee guida, promosse dalla Fondazione dieta mediterranea, dalla Società italiana nutrizione artificiale e metabolismo (Sinpe) e dalla Società italiana per la prevenzione cardiovascolare (Siprec), con il supporto metodologico dell’Iss”, comunica lo stesso Istituto superiore di sanità in un aggiornamento sul suo sito web. Il documento risponde a 10 domande (da ‘Qual è l’efficacia della Dm nel ridurre la mortalità?’ a ‘La Dm è sostenibile?’) ed è stato realizzato con il contributo di oltre 20 società scientifiche nazionali e stakeholder, spiega l’Iss. E’ il risultato di un’approfondita analisi della letteratura scientifica e del lavoro di un gruppo multidisciplinare di esperti, che ha portato a elaborare oltre 50 raccomandazioni sull’impatto della dieta mediterranea su mortalità, malattie cardiovascolari, neurologiche, oncologiche, metaboliche, muscolo-scheletriche, fragilità e disabilità nell’anziano, malattie autoimmuni, malattie della gravidanza, con un’indicazione di quanto forti siano le evidenze sull’efficacia.
Inoltre, sono stati preparati dei quesiti specifici per definire attualmente cos’è la dieta mediterranea e i benefici economici. Il contenuto è destinato a tutti i professionisti sanitari e sociali coinvolti nella promozione e nell’applicazione della dieta mediterranea come strumento di prevenzione in qualsiasi setting di cura e presa in carico, così come nei vari contesti di intervento. Inoltre, le raccomandazioni contenute nel documento sono rivolte anche ai decisori politici e ai responsabili di strutture sanitarie, sociali ed educative. Commenta Marco Silano, direttore del Dipartimento malattie cardiovascolari, endocrinometaboliche e dell’invecchiamento dell’Iss: “Le linee guida sulla dieta mediterranea mirano a promuovere uno stile di vita sano, basato sull’equilibrio nutrizionale e sulla sostenibilità ambientale. Le raccomandazioni alimentari sono state elaborate alla luce delle più recenti evidenze scientifiche, con particolare attenzione agli effetti benefici della dieta mediterranea nella prevenzione e trattamento delle malattie cronico-degenerative e alla sua importanza per la salute del pianeta”. Aggiunge Nicola Veronese della Saint Camillus International University of Health Sciences: “La dieta mediterranea non è solo un patrimonio culturale, ma rappresenta un modello alimentare riconosciuto dall’Unesco come bene immateriale dell’umanità. Con queste nuove linee guida si intende rafforzare il suo ruolo. La dieta mediterranea, come descritta nel documento – approfondisce l’Iss – non si limita a un regime alimentare, ma rappresenta un vero e proprio stile di vita salutare e sostenibile. Le sue radici affondano negli studi pionieristici di Ancel Keys, evolvendosi nel tempo con molteplici descrizioni e diverse piramidi alimentari. La Dm si contraddistingue per l’alto consumo di alimenti di origine vegetale (verdure, frutta fresca, legumi, cereali integrali, frutta a guscio) e di olio d’oliva come fonte principale di grassi monoinsaturi. Dal punto di vista concettuale, include abitudini alimentari consapevoli, come la scelta di prodotti alimentari a chilometro zero e provenienti da filiera corta e stagionali, attività fisica regolare, adeguato riposo, convivialità e socialità. Promuove valori come ospitalità, vicinato, dialogo interculturale e rispetto della diversità, incarnando il concetto di ‘vivere mediterraneo’. La definizione operativa proposta nelle linee guida enfatizza l’importanza di un consumo moderato di pesce, frutti di mare, uova, carni bianche, latte e derivati, limitando carne rossa e dolci.
10, marzo 2025 – Scende ancora la curva epidemica dell’incidenza delle sindromi simil-influenzali (Ili) e raggiunge la soglia di “bassa” intensità. Nella nona settimana del 2025 il livello d’incidenza in Italia è pari a 10,9 casi per mille assistiti (12,7 nella settimana precedente, -16,5%). I casi stimati di sindrome similinfluenzale, rapportati all’intera popolazione italiana, sono circa 645.000, per un totale di circa 13.021.000 casi a partire dall’inizio della sorveglianza. Lo evidenzia l’ultimo rapporto RespiVirNet dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), appena pubblicato. L’incidenza è in diminuzione in tutte le fasce di età, maggiormente nei bambini sotto i cinque anni in cui è pari a 31,9 casi per mille assistiti (35,4 nella settimana precedente). Maggiormente colpite le Regioni/PPAA: Abruzzo, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna. Basilicata e Calabria non hanno attivato la sorveglianza epidemiologica.
Sempre nella settimana considerata, secondo il report dell’Iss, continua a diminuire la percentuale dei campioni risultati positivi per influenza (28,2%), rispetto alla settimana precedente (29,2%). Tra i 2.801 campioni ricevuti dai laboratori della rete RespiVirNet, 790 sono risultati positivi per influenza, di cui 433 di tipo A (195 di sottotipo H3N2, 95 H1N1pdm09 e 143 non ancora sottotipizzati) e 357 di tipo B. Tra i campioni analizzati nella nona settimana, 275 (9,8%) sono risultati positivi per VRS (Virus respiratorio sinciziale), 34 (1,2%) per SARS-CoV-2 e i rimanenti 468 sono risultati positivi per altri virus respiratori (199 – 7,1% – Rhinovirus, 106 Metapneumovirus, 72 Coronavirus umani diversi da SARS-CoV-2, 52 Adenovirus, 27 Bocavirus e 12 virus Parainfluenzali).
7 marzo 2025 – Condire con l’olio d’oliva o altri oli vegetali potrebbe aprire la strada alla longevità, basta sostituire 10 grammi di burro al giorno (meno di un cucchiaio da tavola) con un identico introito calorico da oli vegetali per ridurre del 17% i decessi per cancro e la mortalità generale. Lo rivela uno studio pubblicato su Jama Internal Medicine secondo cui le persone con i consumi più elevati di burro sono a maggior rischio di morte per tumori e altre malattie. Lo studio è stato condotto da ricercatori del Mass General Brigham, della Harvard T.H. Chan School of Public Health e del Broad Institute del MIT e di Harvard a Boston. Ciò che sorprende è l’entità dell’associazione trovata: abbiamo visto un rischio di morte inferiore del 17% quando abbiamo considerato la sostituzione del burro con oli a base vegetale nella dieta quotidiana. Si tratta di un effetto piuttosto enorme sulla salute”, dichiara l’autore principale Yu Zhang. Una differenza fondamentale tra burro e olio è il tipo di acidi grassi contenuti. Il burro è ricco di acidi grassi saturi, mentre gli oli vegetali hanno più acidi grassi insaturi.
Il nuovo studio ha analizzato i dati sulla dieta di 221.054 partecipanti seguite per oltre 30 anni. Ogni quattro anni, i partecipanti hanno risposto a domande sul consumo di determinati tipi di alimenti. Il consumo totale di burro comprendeva il burro proveniente da miscele di burro e margarina, il burro spalmabile aggiunto agli alimenti e al pane e il burro usato per cuocere e friggere a casa. Il consumo di oli vegetali è stato stimato in base all’uso dichiarato per friggere, saltare, cuocere e condire l’insalata. I ricercatori hanno anche identificato i partecipanti deceduti e le cause di morte. Hanno scoperto che i partecipanti che mangiavano più burro avevano un rischio di morte superiore del 15% rispetto a chi ne mangiava meno. Al contrario, coloro che mangiavano più oli vegetali, in particolare di soia, canola e d’oliva, hanno una minore mortalità totale, per cancro e per malattie cardiovascolari; un rischio di morte inferiore del 16% rispetto a chi ne mangia meno. “Un semplice cambio di dieta – sostituire il burro con olio di soia o di oliva – può portare a significativi benefici per la salute a lungo termine”, dichiara il coautore Daniel Wang. “Dal punto di vista della salute pubblica, si tratta di un numero considerevole di morti evitabili per cancro o per altre malattie croniche”.
6, marzo 2025 – Hanno maggiori probabilità di essere longevi gli uomini che hanno un seme di migliore qualità secondo i parametri standard, come il numero di spermatozoi: lo indica lo studio pubblicato sulla rivista Human Reproduction e condotto su quasi 80.000 uomini seguiti per 50 anni. E’ emerso in particolare che gli uomini che hanno oltre 120 milioni di spermatozoi con una buona capacità di muoversi hanno anche un’aspettativa di vita maggiore di due- tre anni rispetto agli uomini con un numero totale di spermatozoi mobili compreso tra 0 e 5 milioni. La ricerca è stata condotta da Lærke Priskorn, e Niels J›rgensen, dellUniversity Hospital-Rigshospitalet, a Copenaghen. I ricercatori hanno analizzato i dati di 78.284 uomini che, tra il 1965 e il 2015, si sono sottoposti alla valutazione della qualità dello sperma. In termini assoluti, gli uomini con una conta totale superiore a 120 milioni hanno vissuto 2,7 anni in più rispetto a quelli con una conta motoria totale compresa tra 0 e 5 milioni.
I ricercatori suggeriscono che la scarsa qualità dello sperma può essere un indicatore di altri fattori sottostanti che influenzano sia la fertilità, sia la salute generale. Questo potrebbe avere il potenziale per rilevare problemi di salute nel momento in cui gli uomini si sottopongono a un’indagine sulla qualità dello sperma.
5 marzo 2025 – “Riconoscere l’obesità come malattia cronica e inserirla nei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), garantendo un accesso equo alle cure per tutti i pazienti”. È una delle richieste lanciate da alcune delle società scientifiche e associazioni dei pazienti maggiormente impegnate sul tema dell’obesità, in una lettere aperta indirizzata alle istituzioni e presentata questa mattina al ministero della Salute. “Questa patologia non è solo una questione estetica o comportamentale, ma una vera e propria malattia cronica che affligge milioni di persone nel nostro Paese”, si legge nella lettera aperta firmata dai rappresentati della Società Italiana dell’Obesità, della European Association for the Study of Obesity, della Società Italiana di Diabetologia, della Federazione Società Diabetologiche Italiane, della European Coalition for People living with Obesity, dell’Italian Obesity Network, di Open Italy, dell’Ibdo Foundation e di Amici Obesi e Federazione Italiana Associazione Obesità. “L’obesità non solo riduce l’aspettativa e la qualità della vita delle persone che ne sono affette, ma grava pesantemente anche sul servizio sanitario nazionale”.
Nonostante ciò, si precisa, “l’obesità non è ancora sufficientemente riconosciuta come una malattia cronica”. Da qui le richieste: non solo il riconoscimento della patologia, ma anche “dare piena attuazione alla legge sull’obesità”, attualmente in commissione Affari sociali; riconoscere l’importanza dell’obesità nel Piano Nazionale della Cronicità; potenziare la prevenzione anche attraverso campagne nelle scuole; migliorare l’accesso alle cure specialistiche; regolamentare la pubblicità e il consumo di alimenti non salutari; contrastare lo stigma; sostenere la ricerca. “È il momento di passare dalle parole ai fatti. Il diritto alla salute è sancito dalla nostra Costituzione, e la lotta all’obesità deve diventare una priorità nazionale”, concludono gli estensori della lettera.
Milano, 4 marzo 2025 – Su 390mila nuovi pazienti oncologici registrati ogni anno in Italia, quasi 293mila sviluppano disturbi di attenzione, memoria e concentrazione, generando il fenomeno noto come “chemo brain”. Per offrire una soluzione efficace a questi disturbi, è nato il primo percorso di valutazione e riabilitazione neuropsicologica in Italia, ideato dalla Divisione di Psiconcologia dello IEO (Istituto Europeo di Oncologia) e diretto dalla professoressa Gabriella Pravettoni, proprio per aiutare le persone, durante e dopo le cure, a superare questi ostacoli grazie a strategie di recupero e compensazione.
“Le patologie e le terapie oncologiche, come chemioterapia, immunoterapia e radioterapia, possono influire temporaneamente sulle capacità cognitive – spiega Roberto Grasso, neuropsicologo allo IEO di Milano –. Si possono quindi manifestare disturbi di memoria, scarsa concentrazione, affaticamento mentale e rallentamento nei processi decisionali. Incontriamo pazienti con difficoltà a ricordare che giorno sia e cosa hanno fatto poco prima. Altri faticano a organizzare la propria giornata sulla base degli impegni professionali e personali. Altri ancora dimenticano gli appuntamenti di lavoro. Il servizio di recupero delle difficoltà cognitive può aiutarli a riprendere quella che era la vita prima della malattia.”
Il servizio è suddiviso in due step: la valutazione neuropsicologica e la riabilitazione.
“La valutazione prevede un’analisi approfondita delle funzioni cognitive del paziente, grazie all’utilizzo di test specifici – continua Grasso –. Avviene in struttura e dura circa un’ora e mezza. Gli obiettivi sono esaminare la memoria a breve e lungo termine, la capacità di attenzione e concentrazione, il linguaggio e le funzioni comunicative, le funzioni esecutive (pianificazione, organizzazione e problem solving) e le abilità visuo-spaziali. Ogni test è condotto da neuropsicologi esperti, in grado di comprendere l’entità dei deficit e di progettare un intervento personalizzato, che si realizza poi nella seconda fase, la riabilitazione, che punta a favorire il recupero delle funzioni cognitive compromesse o a sviluppare strategie di compenso per gestirle in modo più efficace. Questa fase del percorso può essere svolta sia in struttura che da remoto, per favorire i pazienti che sono distanti o che hanno difficoltà di movimento. Dopo un primo incontro si pianifica un pacchetto di 10 o 20 sessioni, da svolgere a intervalli di 2-3 giorni l’una dall’altra, perché il cervello si comporta come un muscolo, per questo va ‘allenato’ con costanza ma lasciandogli il tempo di recuperare tra un’esercitazione e l’altra. Nella fase riabilitativa vengono svolti esercizi pratici, con focus sulle aree deficitarie individuate in valutazione. Per esempio, se il paziente ha problemi di memoria, esistono attività specifiche da svolgere o con carta e matita o con strumenti tecnologici. Tra questi, riscuotono grande successo i training cognitivi computerizzati, cioè giochi basati su test neuropsicologici che permettono di rafforzare e compensare i domini in modo ludico.”
Il percorso è nato dalla necessità di fornire un sostegno ai sempre più numerosi pazienti oncologici: le nuove diagnosi di tumore sono infatti in aumento ogni anno, ma con loro aumentano anche i pazienti che sopravvivono grazie a nuove terapie risolutive o cronicizzanti.
“Spesso il disturbo cognitivo non viene considerato dagli oncologi come meriterebbe – conclude Grasso –. Si vigila molto sugli aspetti biologici (i più comuni effetti collaterali delle terapie oncologiche) e ora anche su quelli psicologici, ma ai problemi intellettivi viene riservata ancora poca attenzione. Si tratta però di disagi che possono impattare tantissimo sulla vita delle persone e che possono essere recuperati o compensati con grande successo, come dimostrano i risultati ottenuti allo IEO.”
3 marzo 2025 – Circa il 10% delle donne presenta una particolare tipologia di tessuto mammario: è il seno denso o molto denso, che rende più difficile l’individuazione di un eventuale tumore. In questi casi la mammografia potrebbe non bastare per una efficace prevenzione ed è importante effettuare anche una risonanza magnetica Mri addizionale. Ad affermarlo è il presidente della Società europea di Imaging mammario (Eusob) Michael Fuchsjager che, dal Congresso europeo di radiologia Ecr 2025 in corso a Vienna, ha richiamato l’attenzione su questo particolare gruppo di donne a maggiore rischio.
La mammografia, spiegano i radiologi, resta il primo strumento per lo screening del tumore al seno, ma la sua efficacia può essere ridotta nelle donne con un seno denso, perchè le lesioni tumorali possono passare inosservate aumentando il rischio di diagnosi tardive. La densità del seno si riferisce alla composizione del tessuto mammario. Il seno, infatti, è composto principalmente da tessuto adiposo (grasso) e tessuto fibroghiandolare (ghiandole e tessuto connettivo). Il seno denso, dunque, indica che vi è una maggiore quantità di tessuto fibroghiandolare rispetto al tessuto adiposo. La densità del seno può variare notevolmente tra le donne. Una tipologia che rappresenta una sfida importante per la diagnosi del tumore, perché apparendo in questo caso il seno bianco sulla mammografia, proprio come i tumori, ciò rende più difficile individuare eventuali anomalie o noduli cancerosi, mascherati magari dal tessuto fibroghiandolare. Di conseguenza, nelle donne con un seno denso, il rischio di una diagnosi tardiva o mancata può essere più elevato.
Torino, 28 febbraio 2025 – L’Italia si colloca dietro ad altri importanti Paesi europei per numero di studi di Fase I in oncologia. Da inizio 2012 a fine 2021, sono state 500 le sperimentazioni di questo tipo nel nostro Paese, mentre nello stesso periodo sono state 960 in Spagna, 873 in Francia, 812 nel Regno Unito e 597 in Germania. Va affrontata l’assenza di organizzazione e di risorse, che spiega la posizione del nostro Paese nel confronto europeo. Il Network dei centri di Fase I (POINts, Phase One Italian Network for transfer and share), istituito da AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) nel 2023, è il primo passo per favorire il dialogo e l’interconnessione fra le strutture che possono condurre questi trial e aumentarne il numero. Perché può migliorare la capacità di arruolamento dei pazienti per offrire nuove cure, la condivisione di esperienze specifiche, le occasioni di formazione, best practice, procedure, competenze, professionalità e personale. È quanto emerge dalla XXII Conferenza Nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), dedicata proprio agli “Studi di Fase I”. L’evento si svolge oggi e domani a Torino e vede la partecipazione di oltre 100 specialisti da tutta Italia.
“Gli studi di Fase I sono condotti dopo che un trattamento ha già dimostrato il proprio potenziale in laboratorio – spiega Francesco Perrone, Presidente Nazionale AIOM -. Di solito coinvolgono pochi pazienti, spesso meno di 30. L’arrivo della medicina di precisione e dei più innovativi trattamenti anticancro, come l’immunoterapia e le terapie a bersaglio molecolare, ha determinato un profondo cambiamento nel programma di sviluppo dei nuovi farmaci oncologici, in particolare per quanto riguarda la natura e le finalità degli studi di Fase I. Oltre allo studio del profilo di sicurezza, tra gli obiettivi di queste sperimentazioni si è affermata la valutazione dell’attività antitumorale e, in qualche caso, si possono osservare benefici clinici anche rilevanti”.
“In un ventennio – continua il Presidente Perrone -, è aumentato il valore terapeutico degli studi di Fase I in oncologia, perché è possibile definire il profilo molecolare e genetico delle neoplasie e vengono coinvolti pazienti in cui si presume che le nuove molecole possano essere efficaci. Pertanto, questi studi sono fondamentali per comprendere meglio la biologia dei tumori, identificare nuovi bersagli terapeutici e sviluppare trattamenti più efficaci. Rappresentano, quindi, il ‘primo step’ dei trial condotti sulle cure anticancro e sono un importante ‘volano’ per la ricerca clinica in oncologia”.
La Determina n. 809/2015 di AIFA ha definito i requisiti minimi necessari per il funzionamento delle strutture sanitarie che eseguono sperimentazioni cliniche di Fase I. “La Determina ha generato ricadute positive – afferma Giuseppe Curigliano, membro del Direttivo Nazionale AIOM -. L’istituzione di un centro di Fase I è visto come un segno di grande valore della struttura e simbolo dell’impegno nella ricerca, portando i vertici degli ospedali, ma soprattutto gli sperimentatori, ad un’attenzione maggiore in aspetti di qualità e tracciatura dei dati. L’idea di un Network è nata dalla constatazione che, nonostante gli sforzi per incrementare la qualità dei centri, molti non riescono a decollare e ad attivare studi, mostrando in modo evidente il divario tra una struttura autocertificata secondo la norma, pronta quindi ad accogliere studi, e la reale capacità di attivarli in pratica. Il Network, istituito da AIFA nel 2023, vuole contrastare l’isolamento, mettere in relazione i centri e poter così raggiungere un alto livello di interconnessione”.
“Gli studi di Fase I – continua il Presidente Perrone – rappresentano oggi per i pazienti oncologici una possibilità di accedere precocemente a trattamenti efficaci, in grado di migliorare la loro sopravvivenza e qualità di vita. Nel 2024, in Italia, sono state stimate 390.100 nuove diagnosi di tumore. La metà dei cittadini che oggi si ammalano è destinata a guarire, perché avrà la stessa attesa di vita di chi non ha sviluppato il cancro. È proprio grazie alla ricerca scientifica se siamo riusciti ad ottenere, in molte neoplasie, tassi di sopravvivenza e guarigione impensabili fino a pochi anni fa. Dobbiamo perciò impegnarci per incrementare il numero dei trial di Fase I, che al momento sono ancora troppo pochi rispetto a quelli condotti in altri Paesi europei”.
Una delle sfide da affrontare è la crescente complessità della ricerca. “I nuovi trattamenti sono caratterizzati da meccanismi d’azione molto sofisticati – sottolinea Massimo Di Maio, Presidente Eletto AIOM -. Negli ultimi anni, abbiamo assistito all’impressionante evoluzione tecnologica dei farmaci sperimentali, passando dalle piccole molecole chimiche ai farmaci biologici e biotecnologici, fino alle terapie avanzate come la terapia cellulare, genica ed ingegnerizzata, che rappresentano le forme più innovative di trattamento attualmente disponibili. Questa evoluzione è stata particolarmente evidente nel settore delle molecole oncologiche, per le quali si è anche assistito ad una crescente complessità degli studi clinici di Fase I, talvolta caratterizzati da disegni di Fase I/II, rappresentando spesso veri e propri trial registrativi. L’accelerazione nello sviluppo di questi farmaci, giustificata dall’importante bisogno medico non soddisfatto, è accompagnata tutt’oggi dalla crescente complessità dei profili molecolari di alcuni tumori. Da qui l’importanza del ruolo di chi ha responsabilità di valutare e autorizzare gli studi di fase I, richiedendo competenze sempre più qualificate e multidisciplinari”.
“La partecipazione a uno studio di Fase I contribuisce all’avanzamento delle conoscenze sul trattamento dei tumori e i dati raccolti possono indirizzare la ricerca scientifica e migliorare le cure – conclude Massimo Di Maio -. In Italia, oltre l’80% delle sperimentazioni sulle nuove molecole contro il cancro è sostenuto dall’industria. La collaborazione virtuosa fra clinici, Università, Istituzioni, società scientifiche e aziende farmaceutiche è strategica anche per il ‘sistema Paese’. Le aziende sanitarie che ospitano centri sperimentali godono di un innalzamento dell’assistenza e della crescita professionale del personale coinvolto. Inoltre, allo sviluppo di nuovi farmaci fa seguito una forte utilità sociale, per l’allungamento della vita media dei cittadini”.