27, febbraio 2025 – Circa un terzo degli italiani dorme meno di 6 ore a notte, compromettendo l’equilibrio metabolico e aumentando così il rischio obesità. Secondo l’Associazione Italiana Medicina del Sonno (Aims), la carenza di sonno altera infatti gli ormoni dell’appetito: aumenta la fame e riduce la sazietà, favorendo un eccesso calorico e l’aumento di peso. Inoltre, il sovrappeso può causare apnee notturne, peggiorando il riposo e alimentando un circolo vizioso di stanchezza e maggiore assunzione di cibo. Rispettare il proprio ritmo circadiano e mangiare sano, potrebbe essere la soluzione. “Il sonno è un fattore chiave nella regolazione del peso corporeo.
Studi scientifici hanno dimostrato che una cattiva qualità del sonno altera il bilancio energetico, portando a scelte alimentari poco salutari e a un aumento del rischio di obesità – spiega Luca Piretta, medico gastroenterologo, nutrizionista e professore di allergie e intolleranze alimentari presso l’Università Campus Bio Medico di Roma-. Non si tratta solo di quanto si mangia, ma anche di quando e come. Mantenere un corretto ritmo circadiano e adottare abitudini alimentari sane è essenziale per prevenire problemi metabolici e migliorare la qualità della vita. E in questo senso, assumere le dosi consigliate di dolcificanti, riducendo la quantità di zuccheri semplici assunti, può contribuire a ridurre l’apporto calorico complessivo, coadiuvando uno stile di vita sano”. Secondo i dati dell’Associazione Italiana Medicina del Sonno (Aims), circa 13,4 milioni di italiani soffrono di insonnia, non raggiungendo le 7-8 ore di sonno giornaliere consigliate per la salute psico-fisica. L’obesità colpisce inoltre quasi 6 milioni di persone in Italia, circa 1,6 milioni in più rispetto a 20 anni fa. Per migliorare il sonno e prevenire l’obesità, in vista della Giornata Mondiale dell’Obesità (4 marzo), Piretta ha sviluppato con il Gruppo di lavoro Edulcoranti di Unione Italiana Food, cinque consigli pratici. Tra le buone abitudini, rispettare il ritmo circadiano distribuendo le calorie in modo equilibrato nella giornata ed evitando pasti abbondanti la sera.
Importante anche considerare gli alimenti giusti; alcuni cibi favoriscono il sonno, come cereali, pesce azzurro, frutta secca, verdure a foglia verde, mentre altri lo ostacolano, tra cui carne rossa, formaggi stagionati, caffeina, cioccolato e alcolici. Per chi ama i dolci, l’uso di dolcificanti al posto dello zucchero può ridurre gli sbalzi glicemici che influenzano la qualità del riposo. Infine, è fondamentale mantenere una buona idratazione durante il giorno, evitando però di bere troppo prima di dormire per non interrompere il sonno con frequenti risvegli.
Roma, 26 febbraio 2025 – Se non ci sarà un’inversione di rotta, l’impatto del tumore al seno nei prossimi 25 anni è destinato ad aumentare notevolmente con una crescita di circa il 39% delle nuove diagnosi e del 64% dei decessi connessi alla neoplasia. È il dato che emerge da uno studio condotto dalla International Agency for Research on Cancer (IARC) e pubblicato sulla rivista Nature Medicine. Il tumore al seno è oggi la neoplasia femminile più diffusa: colpisce ogni anno 2,3 milioni di donne e si stima che 1 su 20 svilupperà il tumore nel corso della vita. La sua diffusione è però in crescita e, secondo lo studio, se il trend sarà confermato, nel 2050 i nuovi casi annui saranno 3,2 milioni mentre i decessi saliranno a 1,1 milioni rispetto ai 670 mila attuali.
“Ogni minuto, quattro donne in tutto il mondo ricevono una diagnosi di tumore al seno e una muore a causa della malattia”, afferma Joanne Kim, una delle autrici del rapporto. “E queste statistiche stanno peggiorando”. Lo studio prevede che l’aumento dei casi riguarderà soprattutto i Paesi a basso reddito, dove la qualità dell’assistenza e le probabilità di sopravvivenza alla malattia sono più basse. A oggi, stima lo studio, nei Paesi ricchi per ogni 100 donne che ricevono una diagnosi di tumore al seno, 83 sopravvivono alla malattia. Nei Paesi poveri, la percentuale scende a 44. La differenza, spiega il rapporto, è legato all’assenza di screening, al ritardo nella diagnosi e alla mancata disponibilità di una gestione adeguata della malattia. “I continui progressi nella diagnosi precoce e un migliore accesso al trattamento sono essenziali per colmare il divario globale nel cancro al seno e garantire che l’obiettivo di ridurre la sofferenza e la morte per questo tumore venga raggiunto da tutti i Paesi del mondo”, afferma Isabelle Soerjomataram, vicedirettore della Divisione Sorveglianza del cancro dello Iarc.
25, febbraio 2025 – I tumori rari rappresentano il 22% delle nuove diagnosi oncologiche in Europa e coinvolgono oltre 4,3 milioni di persone, ma chi riceve la diagnosi si trova spesso di fronte a solitudine, diagnosi tardive, mancanza di accesso a terapie specifiche. “Un vero paradosso”, afferma Marco Krengli, presidente dell’Associazione italiana radioterapia e oncologia clinica (Airo), in occasione del mese di febbraio dedicato alle malattie rare.
“Sebbene ogni singolo tumore raro colpisca relativamente pochi individui, nel complesso questi rappresentano una delle principali categorie di nuove diagnosi oncologiche”, aggiunge, evidenziando come i pazienti affrontino “ostacoli unici, tra cui difficoltà nella diagnosi tempestiva, limitate opzioni terapeutiche e minore accesso a studi clinici”, dove “la radioterapia gioca un ruolo cruciale”. A confermarlo è Michele Fiore, componente del Consiglio direttivo Airo, secondo cui è “l’unica speranza di cura” quando la chirurgia non è possibile, “e i farmaci specifici sono pochi”. Per garantire l’accesso a ogni paziente è essenziale “investire nella ricerca e nella collaborazione multidisciplinare”. Fiore ricorda poi il progetto europeo Rarecare, che “ha identificato circa 200 diverse tipologie di tumori rari, sconosciuti ai più”, sinonimo spesso di “diagnosi incerte, lunghi viaggi per trovare centri specializzati e percorsi di cura frammentati”. La radioterapia, conclude il presidente eletto Airo, Stefano Pergolizzi, “può fare davvero la differenza”, ma servono “più ricerca e un’integrazione sempre più forte tra specialisti. Il mese delle malattie rare sia l’occasione per ribadire con forza che nessun paziente deve essere lasciato indietro”.
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Milano, 24 febbraio 2025 – L’intervento e le cure per il tumore al seno possono avere un forte impatto sulla sfera emotiva e sessuale della donna; il bisogno di recuperare femminilità e intimità, così come il desiderio di maternità, sono molto sentiti dalle pazienti, che però non ne parlano. Lo confermano i dati dell’indagine condotta da IQVIA e promossa da Europa Donna Italia per comprendere l’impatto della malattia sull’identità femminile e la relazione di coppia. I risultati sono stati presentati nel corso del convegno scientifico “Rəvolution in Medicine”, che si è tenuto sabato 22 febbraio all’Università degli Studi di Milano.
Oltre il 90% delle donne riscontra problemi legati alla sfera sessuale in seguito a interventi e trattamenti per il tumore al seno, ma il 66% non ne parla con nessuno e il 42% rinuncia a gestirli – evidenzia la ricerca coordinata da Isabella Cecchini, responsabile del Centro Studi IQVIA Italia, che ha coinvolto 382 donne con diagnosi di tumore al seno di diverse fasce di età e a diverso stadio di malattia. I risultati indicano che le tematiche relative a emozioni e sessualità sono percepite importanti per il 72% del campione, ma restano taciute non solo dalle donne stesse – principalmente per timore, vergogna, idea che siano aspetti secondari rispetto alle priorità dettate dalla malattia – ma anche dai medici.
«Rispetto agli esordi del mio essere oncologa – dichiara Manuelita Mazza, oncologa della Senologia Medica dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e responsabile scientifica di “Rəvolution in medicine”- la vita delle pazienti è cambiata. In poco più di vent’anni ho assistito a grandi passi avanti nella capacità di curare il tumore al seno, anche nelle forme metastatiche; tuttavia, se si guarisce sempre di più e l’aspettativa di vita è più lunga, non sono certa sia anche più larga, più piena, più densa di vita stessa. La salute sessuale è un aspetto puntualmente trascurato del benessere di chi ha una diagnosi impegnativa come il tumore al seno, specie se metastatico, ma è parte integrante del benessere di ciascuna donna e non può essere un argomento omesso a fronte di una diagnosi di tumore al seno».
«Fornire alla paziente informazioni chiare sugli effetti collaterali sessuali dei trattamenti e, se desiderato, includere il partner nelle discussioni cliniche può fare una grande differenza – prosegue Mazza -. Questa apertura non solo supporta meglio la paziente, ma le permette di sentirsi compresa in una delle sfere più intime e vulnerabili della sua vita». I dati presentati confermano quanto un cambio di passo sia necessario: appena il 22% delle donne intervistate ha un alto livello di consapevolezza dell’impatto delle terapie sulla propria sessualità, l’11% ha interrotto la relazione con il proprio partner dopo la diagnosi di tumore al seno e 2 coppie su 3 hanno interrotto i rapporti sessuali. Anche sul fronte della maternità emergono dati significativi: solo 3 pazienti su 4 parlano del desiderio di diventare madri con il proprio medico di riferimento, e la comunicazione risulta chiara e rassicurante appena per la metà di esse, con il risultato che troppo spesso si rinuncia al proprio progetto di vita perché non si sono ricevute informazioni adeguate.
«È il momento di promuovere un cambiamento – dichiara Rosanna D’Antona, presidente di Europa Donna Italia – e far sì che i problemi riscontrati dalle pazienti nella sfera emotiva e sessuale escano dal cono d’ombra del tabù. Le donne chiedono un supporto specifico da parte dei medici e vorrebbero essere affiancate anche dagli psiconcologi. L’impegno di Europa Donna in queste direzioni non mancherà. Già dal 2022 abbiamo avviato il progetto “Come Prima”, dedicato al recupero della femminilità e al desiderio di maternità delle donne con tumore del seno, coinvolgendo le pazienti, i loro partner e i medici con materiale informativo e appuntamenti dedicati, e proseguono i nostri sforzi per promuovere e normalizzare il dialogo tra pazienti e professionisti sanitari, medici in primis, anche su questi aspetti. Non dimentichiamo che la presa in carico delle pazienti deve prendere in considerazione non solo la malattia di per sé, ma la donna nella sua interezza, con i suoi bisogni fisici e psicologici».
21, febbraio 2025 – Lavori errati o fraudolenti, cattiva condotta dei ricercatori che firmano lo studio, dati falsi e molto altro: sono questi i principali motivi di ritrattazione, cioè di rimozione, di articoli scientifici pubblicati su riviste peer-review in tutto il mondo, un fenomeno in aumento. Nell’ultimo decennio è triplicato il tasso di ritrattazione annuale, ovvero la percentuale di articoli pubblicati in un determinato anno che sono stati ritrattati. E, secondo un’analisi globale unica nel suo genere condotta da Nature sui tassi di ritrattazione delle istituzioni nell’ultimo decennio, vi sono alcuni paesi (tra cui Cina, India, Pakistan) e alcune istituzioni in pole position. Per esempio, il cinese Jining First People’s Hospital è in cima alla classifica, con oltre il 5% della sua produzione totale dal 2014 al 2024 ritrattata – più di 100 articoli. Questa percentuale è un ordine di grandezza superiore al tasso di ritrattazione della Cina e 50 volte la media globale.
Nel periodo 2014-24, quasi il 60% degli articoli ritrattati (più di 20.000) ha autori con affiliazioni in Cina. Complessivamente, finora è stato ritrattato circa lo 0,3% degli articoli di questo Paese, tre volte la media globale. Molti altri ospedali cinesi sono ‘hotspot’ di ritrattazione. Ma anche università e istituti in Cina, Arabia Saudita, India, Pakistan ed Etiopia sono presenti nei dati. Le ritrattazioni possono essere dovute a errori in buona fede o a errori amministrativi, ma i dati suggeriscono che la maggior parte dei casi sono legati a una cattiva condotta degli autori. Comunque si tratta di eventi rari. Su 50 milioni e più di articoli pubblicati nell’ultimo decennio, ad esempio, ne sono stati ritrattati appena 40.000 (meno dello 0,1%). Ma l’aumento degli avvisi di ritrattazione (con cui le riviste annunciano che un articolo viene ritrattato) sta superando la crescita degli articoli pubblicati. Insomma vi è una tendenza all’aumento delle ritrattazioni nell’ultimo decennio. Gli avvisi vengono pubblicati dalle riviste quando ritrattano un articolo e spesso riguardano articoli di anni precedenti. Nel 2023, come riporta Nature, sono stati emessi più di 10.000 avvisi di ritrattazione. La percentuale ha raggiunto circa lo 0,2% per gli articoli pubblicati nel 2022 e aumenterà man mano che verranno ritirati altri articoli.
20 febbraio 2025 – In due anni 39mila donne in Italia hanno scelto protesi mammarie per motivi estetici o ricostruttivi. Protesi che durano in media dagli 11 ai 14 anni, che non ‘scoppiano’ mai, anche se possono rompersi a distanza di anni, e che non necessariamente sono correlate allo sviluppo del linfoma Bia-Alcl.
Lo rivela un’indagine sull’uso delle protesi mammarie in Italia, tratta dal Registro nazionale protesi mammarie (Rnpm) a cura del Ministero della Salute, presentato a Roma in occasione del meeting ‘Un modello per la nuova governance sanitaria. Registro Nazionale degli Impianti Protesici Mammari’. La ricerca evidenzia che le protesi impiantate in circa 60mila casi dal febbraio 2023 a dicembre 2024, durano mediamente dagli 11 ai 14 anni, a seconda dell’uso e delle condizioni. Nel caso della ricostruzione post-mastectomia, la durata si riduce a circa 9 anni, soprattutto se abbinata a trattamenti di radioterapia e chemioterapia. “In questi casi incidono sulla durata le superfici delle protesi a contatto con il tessuto irradiato: rispetto alle superfici lisce e testurizzate, è dagli anni ’80 che il poliuretano è correlato ad un numero più basso di casi di contrattura capsulare anche nei casi di radioterapia” spiega Roy De Vita, Primario di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva Istituto Nazionale dei Tumori di Roma Regina Elena. La misura più utilizzata delle protesi è pari ad una terza taglia abbondante ma il 30% delle donne ha preferito misure più piccole. I dati confermano inoltre che le protesi non ‘scoppiano’ mai, anche se possono rompersi a distanza di anni: le revisioni per rottura avvengono in media dopo 14,8 anni e dopo 13 anni nei casi di ricostruzione dopo il tumore, con medie che calano ad 11,9 anni se abbinata alla radioterapia e 10,6 anni se alla chemioterapia. I dati smentiscono, infine, l’allarme nato gli scorsi anni sul linfoma Bia-Alcl correlato con le protesi. Il Ministero della salute conferma la rarità della correlazione (confermati 1 caso ogni 25 mila pazienti). In dieci anni, dal 2014 al 2024 ci sono stati in tutto 114 casi.
Milano, 19 febbraio 2025 – Firmato oggi il protocollo di intesa tra AIOM e AIRC. Questo accordo segna un rafforzamento della già solida collaborazione tra le due realtà, espressione della cura e della ricerca contro il cancro, con l’obiettivo di realizzare iniziative congiunte su temi cruciali come la prevenzione e la corretta informazione. Un impegno che si estenderà per tutto il 2025, un anno di particolare significato per Fondazione AIRC che taglia il traguardo di 60 anni di sostegno alla ricerca indipendente sul cancro, e per AIOM, da oltre 50 anni in prima linea per migliorare la qualità delle cure oncologiche e promuovere azioni di sensibilizzazione e advocacy sulla prevenzione e su temi rilevanti per la tutela dei diritti dei pazienti.
Il protocollo firmato oggi riflette la volontà di entrambe le organizzazioni di sviluppare progetti comuni per affrontare le sfide più urgenti legate al cancro e alle crescenti esigenze di prevenzione, cura e informazione. Questa alleanza strategica vuole focalizzarsi anche su tematiche sociali rilevanti per l’impatto che il cancro ha sulla vita delle persone, delle famiglie e del sistema Paese, in un momento storico in cui l’attenzione verso le problematiche sociali e sanitarie è crescente.
“In Italia nel 2024 abbiamo registrato 390.000 nuovi casi di tumore – sottolinea Francesco Perrone, Presidente AIOM – Diagnosi precoci, terapie innovative e team multidisciplinari hanno permesso di ottenere risultati davvero importanti. Infatti, registriamo alti tassi di guarigione in neoplasie particolarmente diffuse. Per esempio, abbiamo raggiunto il 53% nel carcinoma del colon retto e il 73% in quello della mammella. Cala la mortalità ma aumentano i casi: nel nostro Paese vi sono oltre 3,7 milioni di persone che vivono con una diagnosi di cancro. Sono perciò indispensabili nuove campagne di informazione per favorire soprattutto la prevenzione primaria, insistendo sull’adozione di corretti stili di vita come non fumare, seguire una dieta varia ma soprattutto ricca di frutta e verdura, combattere la sedentarietà e il consumo di alcol. Va poi maggiormente diffusa quella secondaria, incentivando l’adesione ai programmi di screening. Infine, va sostenuta con forza la prevenzione terziaria rivolta agli ex pazienti per evitare recidive. Per questo siamo particolarmente felici del protocollo d’intesa con Fondazione Airc, che da sessant’anni è il principale motore della ricerca contro il cancro in Italia. Insieme potremo, con maggiore forza e nuovi stimoli, avviare una proficua collaborazione reciproca, concreta e misurabile, a tutto vantaggio dei cittadini, dei pazienti, della sostenibilità del nostro sistema sanitario.“
“La firma di questo accordo, proprio nell’anno in cui Fondazione AIRC celebra 60 anni di impegno a sostegno della ricerca indipendente sul cancro, segna un passo significativo nel rafforzamento della nostra azione anche sul fronte della prevenzione, un elemento cruciale per ridurre il rischio di tumore – afferma Andrea Sironi, Presidente Fondazione AIRC – L’alleanza con AIOM ci permette di amplificare il nostro impatto con iniziative di advocacy su temi fondamentali per la qualità di vita dei pazienti e delle loro famiglie, avvalendoci di un partner di eccellenza nel campo dell’oncologia medica. Oltre a finanziare quest’anno con 141 milioni di euro ben 673 progetti di ricerca, 90 borse di studio, 8 programmi speciali e il nostro Istituto IFOM, Fondazione AIRC investe anche sul futuro dell’oncologia supportando le carriere di medici oncologi che desiderano integrare la ricerca di laboratorio nella pratica clinica, accelerando così l’arrivo di nuove soluzioni terapeutiche ai pazienti. In questa direzione si inserisce il bando Next Gen Clinician, un programma quinquennale dedicato proprio a questi professionisti, che ci auguriamo possa essere di interesse anche per gli associati di AIOM.”
La partnership tra AIOM e AIRC va oltre il semplice gesto simbolico: è un impegno concreto verso la prevenzione e l’informazione. Sono infatti in fase di definizione una serie di incontri sul territorio, organizzati congiuntamente dagli uffici regionali delle due organizzazioni, con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico sulla prevenzione del cancro.
Inoltre, il 1° marzo da Trieste prenderà il via il Tour Mediterraneo 2025 dell’Amerigo Vespucci, di cui AIOM e AIRC saranno partner ufficiali, contribuendo con momenti di informazione e sensibilizzazione all’interno del “Villaggio Italia”, un’esposizione itinerante che toccherà diverse città italiane, informando i visitatori sui temi della salute e della prevenzione oncologica con particolare riferimento alla dieta mediterranea e all’esercizio fisico.
AIOM e AIRC pongono l’accento così sull’importanza della collaborazione tra istituzioni, non profit e cittadini per un futuro sempre più informato e libero dal cancro.
Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM). È stata fondata a Milano il 7 novembre 1973 da un gruppo di “pionieri”, tra cui spiccavano Gianni Bonadonna e Umberto Veronesi. La nascita di AIOM ha segnato, di fatto, la nascita dell’oncologia medica a livello mondiale. Con più di 2.800 soci (oltre la metà sono under 40), oggi AIOM è la più numerosa, rilevante e attiva Associazione Nazionale di Oncologia Medica a livello europeo. Sul fronte dell’appropriatezza, AIOM mette in campo molti strumenti: dalle Raccomandazioni ai Position Paper su temi centrali per l’attività clinica, alle Linee Guida. Uno degli obiettivi strategici di AIOM è la promozione della ricerca clinica e sperimentale e lo svolgimento di attività di formazione continua per i suoi soci, con congressi, conferenze, corsi di aggiornamento. L’attività istituzionale di AIOM si estrinseca sul piano operativo attraverso Progetti speciali, Tavoli di Lavoro, Working Group. Ogni anno, la società scientifica realizza il libro “I numeri del cancro in Italia”, per conoscere l’impatto dei tumori con i dati epidemiologici aggiornati agli ultimi 12 mesi. AIOM, inoltre, promuove numerose campagne di informazione rivolte a tutti i cittadini, per far comprendere l’importanza della prevenzione e degli stili di vita sani.
Su aiom.it sono disponibili le Linee Guida AIOM, le Raccomandazioni, i Position paper, i volumi e tutti i documenti prodotti dalla società scientifica.
Fondazione AIRC. Da 60 anni affrontiamo il cancro. Insieme. Dal 1965 Fondazione AIRC sostiene con continuità la ricerca indipendente sul cancro, con l’obiettivo di trasformare le scoperte scientifiche in cure efficaci. Attraverso un sistema di selezione rigoroso e trasparente, AIRC finanzia le idee più promettenti di ricercatori esperti e giovani talenti in ogni fase della loro carriera, contribuendo così ad aumentare del 54% il numero di persone che hanno superato il cancro (dato a 10 anni dalla diagnosi di cancro tra il 2010 e 2020). In questi sei decenni, ha destinato circa 2,5 miliardi di euro a migliaia di progetti di ricerca, supportando oggi il lavoro di circa 5400 ricercatori attivi in 96 istituti prevalentemente pubblici del nostro Paese. Una comunità composta da 4,5 milioni di sostenitori, 20.000 volontari e 17 Comitati e uffici regionali garantisce una presenza capillare sul territorio. Parte integrante del mondo AIRC è IFOM, l’Istituto di Oncologia Molecolare della Fondazione, punto di riferimento internazionale che richiama studiosi da tutto il mondo. AIRC inoltre diffonde la cultura della prevenzione e i risultati della ricerca in scuole, università, aziende e sui media. Tutte le info su airc.it Dati aggiornati a gennaio 2025.
18, febbraio 2025 – Sono state identificate 380 mutazioni genetiche ereditarie indispensabili per sostenere la formazione e la crescita delle 13 più comuni forme di tumore. Grazie a questo risultato, pubblicato sulla rivista Nature Genetics, diventa possibile sia individuare nuovi bersagli terapeutici per prevenire o bloccare lo sviluppo dei tumori, sia aprire la via a test genetici mirati per valutare il rischio che un individuo ha di ammalarsi di tumore. Condotta dall’Università americana di Stanford, la ricerca restringe così il numero delle probabilità di sviluppare una forma di tumore: dalle migliaia di mutazioni legate a un aumento nel rischio finora note, il numero si è decisamente ristretto a 380: quelle realmente importanti e direttamente responsabili della crescita incontrollata.
I ricercatori coordinati da Paul Khavari si sono concentrati sulle mutazioni che vengono ereditate dai genitori, anzichè su quelle che possono insorgere durante la vita di una persona, ad esempio a causa di errori nella riparazione del Dna. Hanno quindi passato in rassegna oltre 4mila varianti genetiche trovate in centinaia di ricerche svolte finora. “Questa enorme mole di dati ci ha permesso di identificare 380 varianti che controllano l’espressione di uno o più geni associati al cancro”, afferma Khavari. “Alcune di queste possono aumentare il rischio di sviluppare molti tipi di tumori”. Le varianti trovate non coinvolgono geni che codificano direttamente per proteine, ma si trovano invece in regioni regolatrici, che hanno il compito di controllare l’espressione di altri geni. Riguardano i meccanismi alla base della morte delle cellule, come queste interagiscono con l’ambiente circostante e il funzionamento dei mitocondri, le centrali energetiche cellulari. Altre di queste varianti, che hanno sorpreso gli autori dello studio, coinvolgono invece i processi infiammatori dell’organismo. “Questa scoperta – conclude Khavari – suggerisce che potrebbe esserci un dialogo tra le cellule e il sistema immunitario, che guida l’infiammazione cronica e aumenta il rischio di cancro”.
Pavia, 17 febbraio 2025 – Nasce la prima “Rete europea di competenza sulle risorse mediche ad alta tecnologia” (European Network of Expertise on Hi-tech medical resources) contro il cancro. L’obiettivo è rimuovere gli ostacoli nell’accesso all’innovazione in oncologia in Europa, eliminare le discrepanze territoriali e garantire l’equità nell’accesso alle cure contro i tumori. Sono 7 i settori su cui si focalizza il nuovo Network europeo: medicina nucleare, radiomica, radioterapie innovative, tecniche chirurgiche innovative, metodi fisici di ablazione, terapie cellulari avanzate, sperimentazione ex vivo di farmaci. Il CNAO (Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica) di Pavia è stato scelto, insieme al Centre Léon Bérard di Lione, per guidare l’area relativa alle radioterapie innovative.
“Il Network europeo sulle risorse mediche hi-tech è un’opportunità unica per evidenziare e rimuovere le discrepanze e gli ostacoli nell’accesso all’innovazione tra gli Stati membri, proponendo soluzioni concrete – spiega il prof. Gianluca Vago, Presidente del CNAO e Direttore del Dipartimento di Oncologia e Onco-Ematologia dell’Università degli Studi di Milano -. La Rete è guidata da Unicancer, che riunisce i Comprehensive Cancer Center francesi, e co-diretta dalla Regione Zealand, isola che comprende il distretto sanitario della capitale della Danimarca. Finora, 22 Stati membri si sono impegnati a contribuire alla Rete, che include 67 organizzazioni in tutta Europa e quasi 200 esperti. Siamo orgogliosi che CNAO ricopra il ruolo di leader dell’area delle radioterapie innovative”.
A fronte dei 2 milioni e mezzo di cittadini che vivevano in Italia nel 2010 con una pregressa diagnosi di tumore, si è passati a circa 3,6 milioni nel 2020, il 37% in più di quanto osservato solo 10 anni prima. In Europa, sono 23,7 milioni le persone a cui è stato diagnosticato un cancro, con un incremento del 41% tra il 2010 e il 2020 (da 16,8 a 23,7 milioni). Questo dipende dall’aumento assoluto del numero di casi di tumore, in relazione all’aumento dell’aspettativa di vita, ma anche agli importanti passi avanti realizzati grazie alle nuove terapie.
“La radioterapia rappresenta un pilastro fondamentale nella cura dei tumori, al fianco della chirurgia e delle terapie sistemiche – spiega la prof.ssa Lisa Licitra, Direttore Scientifico di CNAO e Responsabile della Oncologia Medica 3 – Tumori della Testa e del Collo della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. In Italia, circa il 60% dei pazienti oncologici necessita della radioterapia durante il percorso di cura. È necessario affrontare le criticità per garantire un accesso equo ai trattamenti. Un impegno concreto da parte delle Istituzioni, in termini di investimenti e valorizzazione delle competenze professionali, è fondamentale per il futuro della radioterapia in Italia e in Europa. Strumenti innovativi e altamente specializzati, come l’adroterapia, consentono importanti progressi”. “L’adroterapia – afferma la prof.ssa Ester Orlandi, Responsabile del Dipartimento Clinico di CNAO e Ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Clinico-chirurgiche, Diagnostiche e Pediatriche dell’Università di Pavia – è una forma di radioterapia per la cura di tumori spesso inoperabili o resistenti ai tradizionali trattamenti radioterapici. A differenza della radioterapia tradizionale, che si basa sull’utilizzo di raggi X o elettroni, l’adroterapia prevede l’uso di protoni e ioni carbonio. Queste particelle hanno il vantaggio di essere più pesanti e dotate di maggior energia rispetto agli elettroni e, di conseguenza, di essere ancora più efficaci nel colpire le cellule tumorali. Grazie all’altissima personalizzazione del trattamento in ogni sua fase e alla grande capacità distruttiva dei tessuti tumorali, l’adroterapia ha iniziato la sua esperienza nei tumori della base del cranio, per poi essere utilizzata anche in altre neoplasie. In tutto il mondo solo sei strutture sono in grado di erogare l’adroterapia con protoni e ioni carbonio e una di queste è proprio il CNAO di Pavia. L’adroterapia rappresenta una metodica di un panorama in continua evoluzione. La crescita e l’innovazione tecnologica nel campo della radioterapia si stanno espandendo rapidamente, coinvolgendo ogni fase del trattamento, dalla simulazione all’erogazione. I benefici clinici per i pazienti si intrecciano con questioni etiche, di sostenibilità economica e di equità, rendendo fondamentale un approccio integrato e responsabile nell’applicazione di queste tecnologie”.
“Essere riconosciuti leader nelle radioterapie innovative – prosegue la prof.ssa Orlandi – è un traguardo significativo per CNAO, che in ambito europeo si afferma come modello integrato di ricerca e clinica. In questo contesto, CNAO ha attratto partner di rilievo come ESTRO, CERN, CERGAS (Università Bocconi), MEDAUSTRON e MIT con i quali collaboriamo per ampliare una visione condivisa e promuovere l’accesso a cure tecnologicamente avanzate e efficaci per tutti i pazienti, coinvolgendo tutti i 22 Stati membri europei impegnati a costruire la rete di esperti in radioterapia innovativa”.
La “Rete europea di competenza sulle risorse mediche ad alta tecnologia” si colloca all’interno della Joint Action (JA) dell’Unione Europea sugli European Networks of Expertise (Reti europee di competenza – NoEs) coordinata dal team del Prof. Paolo Casali dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Il progetto, JANE-2, che durerà 4 anni, ha l’obiettivo di far nascere sette nuove Reti europee in oncologia. Tali Reti copriranno 7 aree di interesse, una costituita proprio dalle risorse mediche ad alta tecnologia, inclusa la radioterapia. Le altre sono le seguenti: tumori complessi e a prognosi sfavorevole; cure palliative; “survivorship”, cioè le problematiche del paziente oncologico guarito; prevenzione primaria e secondaria personalizzate; tecnologie omiche; adolescenti e giovani adulti colpiti dal cancro.
Il 27 e 28 gennaio si è svolto a Milano il meeting di apertura del progetto, che ha visto centinaia di partecipanti in presenza e da remoto. In particolare per l’area Radioterapica, oltre agli Stati membri già coinvolti, era presente una nutrita schiera di eccellenti professionisti italiani.
“Per la prima volta vengono istituite Reti di questo tipo, che affrontano le problematiche e le opportunità legate all’intera filiera di prevenzione, diagnosi e cura dei tumori – conclude il Prof. Vago -, dalla produzione di linee guida e raccomandazioni generali per gli operatori sanitari, i pazienti e la popolazione, alla sensibilizzazione dei cittadini e realizzazione di azioni di advocacy, allo sviluppo di modelli organizzativi sanitari e di strumenti educativi per gli addetti ai lavori e i pazienti, fino alla promozione della ricerca clinica. Dal punto di vista concettuale, quindi, le Reti di competenza forniranno supporto alla comunità oncologica, in primo luogo agli operatori sanitari che curano i pazienti. Si tratta di una differenza di principio rispetto ad altre reti europee, come gli European Reference Networks (ERNs) sui tumori rari, che riuniscono gli operatori sanitari specializzati sui tumori rari, e la nuova Rete dei Comprehensive Cancer Centers (EUNetCCC), costituita dai centri di riferimento europei per la cura del cancro”.
Le NoEs (Network of Expertises) dovranno incorporare non solo le istituzioni oncologiche, ma anche, ad esempio, società scientifiche, associazioni di pazienti, istituti di ricerca dedicati a temi quali la biologia molecolare, la salute pubblica, l’economia sanitaria. L’obiettivo finale della Joint Action è garantire che, al termine del progetto, le NoEs siano completamente attive e indipendenti e allo stesso tempo in grado di collaborare fra di loro, con altre reti europee e con l’intera comunità oncologica europea.