14, febbraio 2025 – L’Oms Europa propone l’introduzione di etichette visibili sulle bevande alcoliche per avvertire sui rischi di cancro, in risposta all’alto numero di decessi causati dall’alcol, circa 800.000 ogni anno nell’area. La consapevolezza pubblica sui rischi per la salute è infatti ancora bassa. A sottolineare la necessità di un’etichettatura obbligatoria e standardizzata sulle bevande alcoliche è un nuovo rapporto “Etichette di avvertenza sanitaria sull’alcol: una prospettiva di salute pubblica per l’Europa”, che rivela che solo il 15% degli intervistati è consapevole che l’alcol possa causare il cancro al seno e solo il 39% è a conoscenza del suo legame con il cancro al colon. La proposta dell’Oms si concentra sull’obbligo di etichette di avvertenza chiare, sottolineando che il design e il posizionamento delle etichette sono cruciali per sensibilizzare i consumatori. A oggi, solo 3 dei 27 paesi UE implementano queste etichette. “Etichette di avvertenze chiare e ben visibili sull’alcol, che includono un’avvertenza specifica sul cancro, sono un pilastro del diritto alla salute, perché forniscono alle persone informazioni vitali per fare scelte consapevoli sui danni che i prodotti alcolici possono causare. Fornire queste informazioni non toglie nulla ai consumatori, al contrario, li arma di conoscenza, e la conoscenza è potere”, dichiara Hans Henri P. Kluge, direttore regionale dell’Oms per l’Europa. Per l’Oms i QR code sui prodotti, non sono sufficienti: “sono stati scansionati solo dallo 0,26% dei consumatori, evidenziando l’importanza di etichette visibili”.
13 febbraio 2025 – Uno ‘sguardo positivo alla vita’ potrebbe favorire la salute a lungo termine: al contrario la depressione si associa col tempo al rischio di altre malattie fisiche, infatti, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Plos Medicine, gli adulti con una storia di depressione si ammalano di patologie fisiche circa il 30% più velocemente di chi non ne soffre. Lo studio è stato condotto da Kelly Fleetwood dell’Università di Edimburgo. La depressione è il disturbo di salute mentale più comune ed è associata a una serie di esiti negativi come le malattie cardiache e il diabete. Ricerche passate hanno confrontato persone con e senza depressione per vedere quante malattie fisiche sviluppano nel tempo, ma la maggior parte degli studi prende in considerazione un numero limitato di malattie.
Il nuovo studio ha incluso 172.556 partecipanti alla UK Biobank, che hanno completato una valutazione di base tra il 2006 e il 2010. Gli esperti hanno selezionato 69 condizioni fisiche e seguito i partecipanti per una media di 6,9 anni. Inizialmente, i soggetti con depressione presentavano una media di tre disturbi di salute, rispetto a una media di due in quelli senza depressione. Nel corso del periodo di studio, gli adulti con una storia di depressione hanno accumulato una media di 0,2 problemi fisici aggiuntivi all’anno, mentre quelli senza depressione ne hanno accumulati 0,16. Le nuove problematiche più comuni sono state l’osteoartrite (15,7% dei soggetti con depressione all’inizio dello studio contro il 12,5% dei non depressi), l’ipertensione (12,9% contro 12%) e la malattia da reflusso gastroesofageo (13,8% contro 9,6%). I risultati evidenziano che una precedente diagnosi di depressione è un indicatore di rischio a lungo termine per lo sviluppo di condizioni di salute fisica durante la mezza età e l’età anziana. “Le persone che hanno sofferto di depressione hanno maggiori probabilità di sviluppare problemi di salute fisica a lungo termine, come le malattie cardiache e il diabete. È necessario che i servizi sanitari adottino un approccio integrato per la cura delle persone con depressione”, conclude Fleetwood.
12 febbraio 2025 – Quasi 800mila persone sono morte nel mondo negli ultimi 30 anni a causa di oltre 9.400 eventi meteorologici estremi che hanno provocato danni economici per un totale di 4.200 miliardi di dollari Usa (al netto dell’inflazione). Dominica, Cina e Honduras sono stati i Paesi più colpiti da alluvioni, tempeste e ondate di calore dal 1993 al 2022 mentre l’Italia con perdite economiche per circa 60 miliardi di dollari e più di 38.000 vittime è stato il Paese più colpito in Europa. Lo indica il ‘Climate Risk Index 2025’ di Germanwatch. L’Italia è al quinto posto nella classifica dei Paesi più colpiti nei 30 anni e al terzo nel 2022. Italia, Spagna e Grecia sono i tre stati dell’Ue tra i dieci Paesi più colpiti nel mondo, afferma l’organizzazione ambientalista. L’Italia si colloca al quinto posto negli ultimi 30 anni a livello globale dopo Dominica, Cina, Honduras e Myanmar, “soprattutto a causa dell’elevato numero di vittime” (in relazione alla popolazione o al prodotto interno lordo) concentrate nel 2003 e nel 2022, spiega Lina Adil, co-autrice del Climate Risk Index e Policy Advisor, Climate Change Adaptation and Loss & Damage presso Germanwatch. Il nostro Paese si è invece piazzato al terzo posto nel 2022 dopo Pakistan e Belize.
“Negli ultimi due decenni – precisa – il Paese ha sperimentato numerose ondate di calore estremo, che hanno causato un numero eccezionalmente alto di vittime e gravi conseguenze economiche. Le temperature torride, la siccità, gli incendi, la riduzione della produttività agricola, i danni alle infrastrutture e la pressione sui servizi sanitari e sulle reti energetiche hanno contribuito a queste perdite. Anche le forti inondazioni, soprattutto lungo il fiume Po, come quelle del 1994 e del 2000 in Piemonte, hanno causato vaste distruzioni” ha aggiunto. Il Rapporto, che si basa sui dati relativi agli eventi meteorologici estremi dell’International disaster database (Em-dat) e su quelli socio-economici del Fondo monetario internazionale, mostra che “l’insufficiente ambizione e azione nella mitigazione e adattamento climatico comportano impatti significativi, anche per i paesi ad alto reddito e ad alte emissioni che “devono riconoscere l’urgenza di accelerare gli sforzi di mitigazione. Negli ultimi 30 anni, le perdite totali di 4.200 miliardi di dollari sono paragonabili all’intero Pil della Germania. Meno investiamo oggi nella mitigazione e adattamento, più saranno elevati i costi umani ed economici in futuro”, afferma David Eckstein, consigliere senior per la Finanza climatica e gli Investimenti presso Germanwatch e co-autore dell’indice. Il prossimo vertice sul clima in Brasile deve affrontare la mancanza di finanziamenti climatici aggiuntivi per supportare i più vulnerabili nell’aumentare le loro capacità di adattamento e affrontare adeguatamente perdite e danni, ricorda l’associazione. Lina Adil, consigliera politica per l’adattamento e perdite & danni di Germanwatch e co-autrice dell’indice, aggiunge: “I paesi più vulnerabili sono sproporzionatamente colpiti dagli impatti del cambiamento climatico in parte a causa delle loro limitate capacità finanziarie e tecniche di adattamento e gestione delle perdite e dei danni. Allo stesso tempo, per prevenire ulteriori perdite e danni, i paesi devono urgentemente intensificare le loro azioni di mitigazione con nuovi contributi determinati a livello nazionale per rimanere al di sotto o il più vicino possibile a un riscaldamento di 1,5 gradi centigradi”.
11 febbraio 2025 – E’ un senso di sfinimento sia fisico che psichico, anche senza la comparsa di altri disturbi, è senz’altro l’effetto collaterale più frequente della chemioterapia. In molti casi ha inizio durante la somministrazione dei farmaci oppure subito dopo. Può essere particolarmente intensa nelle 36-48 ore che seguono la seduta di chemioterapia.
La fatigue può essere considerata parte integrante della sintomatologia causata dal tumore, come effetto collaterale delle terapie oncologiche e non oncologiche, oppure come espressione di uno stato depressivo.
Molte sono le cause che provocano la fatigue nei malati di cancro. Alla base possono esserci anemia, disordini del metabolismo e infezioni, cui si sovrappongono fattori psicologici quali le inevitabili paure che la diagnosi di cancro porta con sé. Possono provocare la fatigue anche i trattamenti oncologici, dolori di varia natura e problemi alimentari (difficoltà a nutrirsi, diarrea, vomito, perdita di peso, anoressia), disturbi del sonno. Gli interventi farmacologici possono in qualche caso giovare (anche se purtroppo non esiste una terapia farmacologica efficace nel prevenire o nell’eliminare la fatigue), ma i migliori risultati si ottengono dalla combinazione delle terapie con un adeguato sostegno psicologico. Lo spazio per un intervento psicologico è un momento delicato e fonda la sua ragione d’essere nell’attenzione e nel rispetto dei bisogni della persona.
L’obiettivo di un intervento strutturato di supporto psicologico, rivolto al benessere globale e alla riabilitazione individuale e sociale, è di accompagnare la persona aiutandola ad affrontare i momenti più difficili e ad organizzare la propria vita quotidiana, gestendo meglio i disagi causati dalla fatigue.
10 febbraio 2025 – Prima di un intervento chirurgico tra esami del sangue e altri test vengono eseguiti tantissimi accertamenti non sempre necessari. Uno studio di Jama Surgery svela che il 37% dei pazienti, che stanno per essere operati, viene sottoposto ad almeno un esame non necessario. Secondo la ricerca diretta da un team dell’Università del Michigan e del Brigham and Women’s Hospital, questa quota può essere più che dimezzata. Lo studio ha coinvolto 1.143 pazienti con un’età media di 58 anni visitati presso le tre cliniche pre-operatorie dell’U-M Health. Si è trattato di pazienti a basso rischio che dovevano essere sottoposti all’asportazione di noduli al seno o di cistifellee malate, o alla correzione di ernie. Lo studio ha testato un programma progettato per ridurre gli esami preoperatori non necessari. Il programma si è concentrato sulla riduzione di quattro esami. Ai medici è stato chiesto di seguire un diagramma di flusso e una griglia, detti documenti di supporto decisionale, per determinare quali esami un paziente dovesse fare prima dell’intervento, in base alle sue caratteristiche individuali. Gli esami in questione sono stati selezionati perché anni di ricerche e raccomandazioni di gruppi nazionali e internazionali per la qualità dell’assistenza sanitaria li hanno ritenuti non necessari per alcuni pazienti.
Sono stati presi in considerazione gli esami del sangue chiamati emocromo completo (CBC), pannelli metabolici di base (BMP) e pannelli metabolici completi (CMP), nonché gli elettrocardiogrammi. A ogni paziente è stato assegnato un punteggio su una scala utilizzata per valutare il rischio di complicanze durante l’anestesia. I pazienti che si trovavano sui due gradini più bassi potevano rinunciare a tutti e quattro gli esami, a meno di una richiesta da parte di uno specialista. Ma anche i pazienti che si trovavano all’estremità superiore della scala, chiamata ASA Physical Status, potevano evitare alcuni esami a seconda del caso clinico. Ebbene, è emerso che la percentuale complessiva dei test – la percentuale di tutti i pazienti che hanno ricevuto i quattro test prima di sottoporsi agli interventi – è scesa dal 51% al 27%. La riduzione dei test operatori è avvenuta in totale sicurezza per il paziente, infatti i tassi di visite al pronto soccorso e di ricoveri ospedalieri sono rimasti invariati nelle settimane successive all’intervento, suggerendo che la riduzione dei test non necessari non ha peggiorato la sicurezza o i risultati dell’intervento.
7, febbraio 2025 – Aumentano le gravidanza ottenute grazie alle tecniche di fecondazione assistita in Italia. Nel 2023 sono state 15.085, in media 3,9 per ogni 100. Lo indica il rapporto del ministero della Salute sulla natalità che traccia il quadro della maternità in Italia. Il 60% delle donne che hanno un figlio lavorano, in due casi su 10 sono straniere e ancora troppo spesso sono sottoposte a taglio cesareo. Avviene in un caso su 3 che diventa uno su 2 se si tratta di una gravidanza da fecondazione assistita. Lo scorso anno – secondo il rapporto – le gravidanze da fecondazione assistita erano state 14.364, quindi 3,7 su 100, in aumento di circa il 5% anno su anno. La fecondazione in vitro con trasferimento di embrioni in utero riguarda il 47,7% dei casi mentre la fecondazione in vitro tramite iniezione di spermatozoo in citoplasma riguarda il 35,4% dei casi e il 5,5% il trasferimento dei gameti maschili in cavità uterina. L’utilizzo delle varie metodiche è molto variabile dal punto di vista territoriale. Nelle gravidanze con Pma il ricorso al taglio cesareo nel 2023 si è verificato nel 50,4% di casi. Resta ancora alta la percentuale di parti plurimi in gravidanze medicalmente assistite (6,9%) rispetto a quella registrata nel totale delle gravidanze (1,5%). Ma, spiega Laura Rienzi, embriologa e direttore scientifico del gruppo Genera, “grazie all’avanzamento delle tecniche che consentono oggi di studiare lo stato di salute degli embrioni e di trasferire solamente quelli non affetti da patologie cromosomiche o ereditarie, con la politica del ‘single embryo transfer’, siamo riusciti negli anni a ridurre le nascite plurime”. La riduzione di parti gemellari e’ scesa in alcuni centri a meno dell’1%.
Una maggiore frequenza di parti con procreazione medicalmente assistita ha riguardato le donne con un livello di istruzione alto (5,8%) e le donne con età superiore ai 35 anni. Il rapporto traccia inoltre il quadro della natalità in Italia e riferisce che si partorisce 9 volte su 10 negli Istituti di cura pubblici ed equiparati, e circa il 20,1% delle madri sono di cittadinanza non italiana. L’età media della madre è di 33,2 anni per le italiane mentre scende a 31,2 anni per le cittadine straniere. Le aree geografiche di provenienza più rappresentate, sono quella dell’Africa (29,6%) e dell’Unione Europea (17,9%). Le madri di origine Asiatica e Sud Americana costituiscono rispettivamente il 21,0% e l’8,3% delle madri straniere”. Delle donne che hanno partorito nell’anno 2023, “il 42,4% ha una scolarità medio alta, il 22% medio bassa ed il 35,6% ha conseguito la laurea. Fra le straniere prevale invece una scolarità medio bassa (41,2%)”, si legge nel report. In Italia poi 6 madri su 10 lavorano mentre il 23,7% sono casalinghe e il 14,2% disoccupate o in cerca di prima occupazione. La condizione professionale delle straniere che hanno partorito nel 2023 è per il 50,1% quella di casalinga a fronte del 67,9% delle donne italiane che hanno invece un’occupazione lavorativa. Il rapporto conferma infine il ricorso eccessivo al parto chirurgico: in media ha sfiorato un parto su 3, esattamente il 30,3%. “I dati denotano comunque – si legge – una tendenza alla diminuzione in linea con le indicazioni delle Linee di indirizzo per la promozione e il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e per la riduzione del taglio cesareo”.
6, febbraio 2025 – Come scatta quel clic nel cervello che fa dire: per questo pasto basta cibo? Gli scienziati della Columbia University potrebbero aver trovato la risposta a questa domanda: hanno scoperto nel cervello dei topi dei neuroni specializzati che ordinano agli animali di smettere di mangiare. Sebbene sia noto che molti circuiti legati alla nutrizione nel cervello svolgano un ruolo nel monitoraggio dell’assunzione di alimenti, non sono i neuroni di quei circuiti a prendere la decisione finale se interrompere o meno un pasto.
I neuroni identificati dai ricercatori sono un nuovo elemento di questi circuiti, e si trovano nel tronco encefalico, la parte più antica del cervello dei vertebrati. La loro scoperta potrebbe portare a nuovi trattamenti per l’obesità. “Questi neuroni sono diversi da qualsiasi altro coinvolto nella regolazione della sazietà”, illustra Alexander Nectow, medico-scienziato del Columbia University Vagelos College of Physicians and Surgeons, che ha guidato la ricerca con Srikanta Chowdhury, ricercatore associato nel laboratorio di Nectow. “Altri neuroni sono solitamente limitati a percepire il cibo che mettiamo in bocca, o come il cibo riempie l’intestino, o il nutrimento ottenuto dal cibo. I neuroni che abbiamo trovato – chiarisce – sono speciali in quanto sembrano integrare tutti questi diversi pezzi di informazione e altro ancora”. Come scatta quel clic nel cervello che fa dire: per questo pasto basta cibo? Gli scienziati della Columbia University potrebbero aver trovato la risposta a questa domanda: hanno scoperto nel cervello dei topi dei neuroni specializzati che ordinano agli animali di smettere di mangiare. Sebbene sia noto che molti circuiti legati alla nutrizione nel cervello svolgano un ruolo nel monitoraggio dell’assunzione di alimenti, non sono i neuroni di quei circuiti a prendere la decisione finale se interrompere o meno un pasto.
I neuroni identificati dai ricercatori sono un nuovo elemento di questi circuiti, e si trovano nel tronco encefalico, la parte più antica del cervello dei vertebrati. La loro scoperta potrebbe portare a nuovi trattamenti per l’obesità. “Questi neuroni sono diversi da qualsiasi altro coinvolto nella regolazione della sazietà”, illustra Alexander Nectow, medico-scienziato del Columbia University Vagelos College of Physicians and Surgeons, che ha guidato la ricerca con Srikanta Chowdhury, ricercatore associato nel laboratorio di Nectow. “Altri neuroni sono solitamente limitati a percepire il cibo che mettiamo in bocca, o come il cibo riempie l’intestino, o il nutrimento ottenuto dal cibo. I neuroni che abbiamo trovato – chiarisce – sono speciali in quanto sembrano integrare tutti questi diversi pezzi di informazione e altro ancora”. La decisione di smettere di mangiare è un fenomeno familiare. “Succede ogni volta che ci sediamo per consumare un pasto: a un certo punto mentre mangiamo, iniziamo a sentirci pieni, e poi ci sentiamo ancora più pieni, e poi arriviamo a un punto in cui pensiamo: ok, basta così”, dice Nectow. Come fa il cervello a sapere quando il corpo ne ha abbastanza e come reagisce a questa informazione per smettere di mangiare? Nectow e Chowdhury hanno sviluppato nuove tecniche che consentono di osservare una regione del cervello e di distinguere diversi tipi di cellule che finora erano difficili da distinguere l’uno dall’altro. La tecnica “consente di vedere dove si trovano le cellule nel tronco encefalico e come appare la loro composizione molecolare”, dice Nectow. Durante la profilazione di una regione del tronco encefalico nota per l’elaborazione di segnali complessi, i ricercatori hanno individuato queste cellule precedentemente non riconosciute che avevano caratteristiche simili ad altri neuroni coinvolti nella regolazione dell’appetito. Si sono dunque chiesti: cosa fanno? Per vedere in che modo influenzavano l’alimentazione, i ricercatori hanno modificato i neuroni in modo che potessero essere attivati e disattivati da loro tramite la luce. Quando i neuroni venivano ‘accesi’, i topi mangiavano pasti molto più piccoli. L’intensità dell’attivazione determinava la rapidità con cui gli animali smettevano di mangiare. “È interessante notare che questi neuroni non segnalano solo uno stop immediato; aiutano i topi a rallentare gradualmente il loro mangiare”, racconta Chowdhury. I due scienziati hanno anche scoperto che i neuroni venivano silenziati da un ormone che aumenta l’appetito e attivati da un agonista del Glp-1, proprio la classe di farmaci ora popolare per il trattamento dell’obesità e del diabete. Gli esperimenti hanno evidenziato che questi input aiutavano i neuroni a tracciare ogni boccone preso dai topi.
5 febbraio 2025 – “Stiamo cercando di individuare la cura giusta per il singolo paziente. È scomparsa ormai l’oncologia generica, la chemioterapia uguale per tutti – per fortuna, devo dire – I risultati premiano l’attività della ricerca scientifica ma soprattutto l’attività clinica: si individua caso per caso il paziente e, in base al bersaglio molecolare, una terapia che sia indirizzata verso le singole cellule malate”. Questo concetto ha portato a un cambio di “mentalità dell’oncologo medico con l’idea di valutare il paziente nella sua singolarità, in base all’età, alle condizioni generali, al livello psicosociale alla presenza o meno di caregiver. Tutto questo viene valutato” – anche la modalità di assunzione di una terapia – “ed è una cosa che fino a qualche anno fa, posso assicurare, non si faceva”. E’ quanto ha affermato Saverio Cinieri, presidente della Fondazione Aiom, Associazione italiana di oncologia medica, intervenendo ieri ad un convegno organizzato per il World Cancer Day.
“Il messaggio che lanciamo oggi – afferma Cinieri – è quello della riduzione dell’incidenza di cancro nei Paesi occidentali, dell’importanza degli stili di vita” corretti “e degli screening per una diagnosi precoce che migliora la sopravvivenza. La diagnosi precoce – rimarca – si deve alla possibilità di aderire ai 3 grandi tipi di screening che esistono nel nostro Paese e che sono garantiti dai Lea”, i Livelli essenziali di assistenza, “che sono presenti e diffusi in tutto il territorio nazionale: mammografia, sangue occulto nelle feci, pap test o test molecolare per cancro della cervice uterina”. Guardando al futuro, “dati scientifici dimostrano che c’è una adesione agli screening che varia a seconda della regione di residenza” ma, “soprattutto, del livello socio-culturale. Anche su questo – conclude – dobbiamo lavorare”.
3 febbraio 2025 – L’evoluzione del tumore al pancreas raccontato da Eleonora Giorgi, con metastasi al cervello, succede di rado. A spiegarlo è Massimo Di Maio, presidente eletto AIOM (Associazione italiana di oncologia medica): “Quando il cancro al pancreas è in fase avanzata è un’evenienza comune che le metastasi colpiscano altri organi. Più raro, invece, che si presentino nell’encefalo che non è la sede tipica di questo tumore”. “La situazione descritta dalla signora Giorgi è molto avanzata, non conosco il caso specifico ma sicuramente in questo momento le cure palliative (terapie di supporto per i sintomi, nonché supporto psicologico, nutrizionale) sono fondamentali”, ha aggiunto il dottor Di Maio. L’attrice e regista 71enne ha raccontato a Silvia Toffanin che i medici le hanno scoperto “una metastasi nel cervello”. “Mi sono dovuta sottoporre alla radiochirurgia. È andata bene, ma un po’ di paura l’ho avuta”, ha detto. Eleonora Giorgi ha poi rivelato di aver rifiutato la chemioterapia palliativa, a causa dei grandi problemi allo stomaco che le avevano provocato i vari cicli di chemio a cui si è sottoposta nei mesi scorsi. “Anche se quella palliativa sarebbe più leggera, aggredirebbe comunque di nuovo il sistema digestivo. Sono molto restia, non vorrei turbare il mio fragile equilibrio”, ha spiegato.
“Non entro nel merito della decisione dell’artista – tiene a precisare Di Maio, che è Direttore dell’Oncologia Medica Universitaria dell’ospedale Molinette, Aou Città della Salute e della Scienza di Torino – ma con la ‘best supportive care’, cioè le terapie di supporto tra cui ad esempio le terapie antalgiche per ridurre il dolore, ci focalizziamo ancora di più in modo concreto e fattivo sui bisogni di chi abbiamo in cura”. Purtroppo il cancro del pancreas “è più difficile da trattare, più resistente alla chemioterapia e risponde peggio ai trattamenti” conclude.