Ancona, 31 gennaio 2025 – In Italia sono in costante crescita le persone che vivono con una diagnosi di tumore e al momento ammontano a oltre 3,7 milioni. Nella lotta al cancro è determinante anche una corretta comunicazione dei risultati ottenuti dalla ricerca scientifica e dalle sperimentazioni cliniche. Vi è perciò l’esigenza di dare un’adeguata formazione a medici, psicologi, pazienti, infermieri, manager delle aziende del farmaco che devono comunicare il cancro, la medicina e la salute. E’ stato questo l’obiettivo della seconda edizione del corso di perfezionamento universitario promosso l’Università Politecnica delle Marche e la Clinica Oncologica Ospedali Riuniti di Ancona. E’ il primo del genere mai realizzato in Italia e ha visto il coinvolgimento di clinici, docenti, giornalisti e si celebra oggi ad Ancona l’evento conclusivo del corso.
“Abbiamo deciso di rinnovare il nostro impegno per favorire una corretta comunicazione a 360 gradi su temi molto complessi come i tumori, l’oncologia e la salute – afferma Rossana Berardi, Ordinario di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche e Direttore della Clinica Oncologica dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche -. La richiesta di questo genere di informazioni è crescente in quanto l’incidenza delle neoplasie è in aumento in quasi tutti i Paesi Occidentali. Inoltre, le novità diagnostiche e terapeutiche sono continue e vanno incessantemente comunicate anche al “grande pubblico”. Non possono rimanere ad appannaggio solo degli “addetti ai lavori” ma vanno promosse sui media nella più corretta modalità ed evitando i facili trionfalismi. Il nostro corso è stato quindi progettato per formare gli operatori sanitari per comunicare in maniera efficace con pazienti e caregiver, i giornalisti e i professionisti sanitari e non, per comunicare in modo appropriato alla popolazione che deve recepire sempre e solo notizie corrette e comprensibili”.
Si calcola che oltre il 90% dei pazienti oncologici utilizza il web per cercare informazioni sulla propria malattia. “Internet rimane di gran lunga il media più usato per reperire notizie – sottolinea il prof. Marcello D’Errico, Comitato ordinatore corso di perfezionamento, Ordinario di Igiene UNIVPM -. Più in generale sta crescendo anche tra i “giovani anziani” e adesso viene utilizzato da oltre il 38% degli uomini e donne d’età compresa tra i 65 e i 74 anni. E’ un dato che si triplicato negli ultimi dieci anni e quindi il web sta diventando una realtà quotidiana tra quasi tutti i cittadini. Si tratta perciò del “luogo” dove può avvenire sia la corretta che la scorretta informazione sulla salute e il benessere”.
Oggi all’Università Politecnica delle Marche (Auditorium Montessori, Polo Murri Facoltà di Medicina), alla conclusione della seconda edizione, sono consegnati gli attestati ai 24 professionisti che hanno superato il corso. L’evento si conclude con la consegna del premio nazionale “Comunicare il cancro, la medicina e la salute”. Per il 2024 sono premiati Giovanni Leonardi (Direttore Dipartimento One Health Ministero della Salute), Manuela Correra (Giornalista redazione Sanità dell’ANSA), Giancarlo Laurenzi (Direttore Corriere Adriatico), Nicoletta Luppi (Presidente e AD MSD Italia) e Nicoletta Carbone (Giornalista Salute Radio 24 – Il Sole 24 Ore).
“Sul cancro circolano ancora troppe fake news soprattutto su alcuni portali on line e sui social media – conclude Mauro Boldrini, Giornalista scientifico e direttore comunicazione AIOM-Associazione Italiana di Oncologia Medica -. Al tempo stesso va aumentata la consapevolezza su un tema di salute pubblica rilevante e che presenta un impatto in costante crescita su tutta la Società. Per tutti questi motivi abbiamo promosso nuovamente un corso innovativo e che intende sviluppare competenze e tecniche inerenti la comunicazione efficace in ambito clinico, scientifico, formativo e organizzativo”.
30, gennaio 2025 – Su internet è possibile trovare informazioni circa presunte proprietà antitumorali della curcuma. Si tratta di notizie solo in parte vere: alcuni studi preliminari suggeriscono che la curcuma potrebbe avere effetti di controllo sull’infiammazione e sulla proliferazione delle cellule tumorali. “Queste ricerche rappresentano niente altro che un buon presupposto per condurre ulteriori studi, ma al momento non è dimostrata alcuna utilità clinica della curcuma, né come prevenzione né come trattamento dei tumori” afferma il prof. Massimo Di Maio, Presidente Eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM).
La curcuma è una spezia largamente impiegata in cucina, sia per insaporire i cibi che come colorante. E’ conosciuta anche come “zafferano indiano”, è coltivata ampiamente in molti paesi asiatici, ed appartiene alla famiglia dello zenzero. Come succede per altre sostanze, è un dato di fatto che i paesi del mondo che si caratterizzano per un consumo più elevato di curcuma sono anche caratterizzati da una minore incidenza di alcune forme tumorali. Tuttavia, bisogna stare attenti: tale dato è assolutamente lontano dal dimostrare una relazione causa-effetto tra l’assunzione di curcuma e l’incidenza di tumori. Quegli stessi paesi differiscono per mille altre variabili, sia legate alla dieta che ad altri fattori di rischio.
“La curcuma è innocua e il suo impiego gastronomico non comporta rischi per la salute – prosegue Di Maio -. Almeno alle dosi comunemente adottate per insaporire i piatti, infatti, e anche a dosi “generose” per periodi di tempo discretamente lunghi, non sono descritti effetti collaterali degni di nota. Peraltro, è bene ribadire che, se a qualcuno venisse l’idea di assumerne grandi quantità, queste potrebbero essere associate a fastidi gastrointestinali, oltre che a possibili interferenze con i farmaci assunti dal paziente, inclusa la chemioterapia. Quindi, fino a prova contraria, l’uso antitumorale della curcuma, non solo come terapia alternativa (al posto delle terapie standard), ma anche come terapia complementare (in aggiunta alle terapie standard) va sconsigliato”.
29, gennaio 2025 – Anche una persona colpita da cancro può svolgere regolarmente un po’ di moto. Chi fa sport e si mantiene attivo è infatti meno esposto al rischio di una recidiva (o ricomparsa della malattia). Non solo, contribuisce anche ad alleviare alcuni dei principali effetti collaterali provocati dalle cure anti-tumorali. I benefici sono accertati per la neoplasia:
• alla prostata: gli uomini che fanno attività fisica intensa per tre volte alla settimana hanno una probabilità di morire del 61% in meno rispetto a chi si allena per meno di un’ora alla settimana
• al colon-retto: con 30 minuti di moto al giorno la mortalità diminuisce del 19% e la progressione della malattia del 16%
• alla mammella: l’esercizio regolare riduce il rischio di recidiva di ben il 50% nelle donne con tumori ormono-dipendenti e del 9% per le pazienti con tumore che non ha questa caratteristica
Lo sport rappresenta un aiuto importante per il paziente ma non può (e non deve) in alcun modo sostituire le terapie. Bisogna quindi sempre seguire scrupolosamente ogni istruzione e consiglio del proprio medico curante. Il consiglio generale è quello di praticare 150 minuti alla settimana di attività aerobica a intensità moderata (camminata veloce, bicicletta o nuoto) oppure 75 minuti alla settimana di attività intensa (come corsa o la camminata in salita). Ogni paziente presenta un quadro clinico specifico e quindi spetta all’oncologo stabilire se è possibile (o meno) fare sport dopo una diagnosi di tumore. È importante concordare con il medico uno schema di allenamento, che tenga conto del necessario riposo post-intervento e rispetti lo stato di forma della persona.
28, gennaio 2025 – “Eliminare il cancro cervicale non è più un sogno lontano: è un obiettivo tangibile a portata di mano per la regione europea dell’Oms. Gennaio è il mese della consapevolezza sul cancro cervicale e un’opportunità per riconoscere gli sforzi instancabili e i significativi progressi nella vaccinazione contro l’Hpv, grazie ai quali il percorso verso l’eliminazione è più chiaro che mai. Come padre di due figlie, questo progresso è profondamente significativo per me, sapendo che le future generazioni di donne saranno meglio protette da questa malattia prevenibile. Ma dobbiamo muoverci più velocemente. Vaccinando più adolescenti ed eseguendo lo screening di più donne, possiamo salvare molte vite negli anni a venire”. Lo spiega Hans Henri P. Kluge, direttore regionale dell’Oms per l’Europa.
L’infezione da papillomavirus umano (Hpv) può portare al cancro cervicale, che rappresenta un grave problema di salute pubblica. Secondo le stime dell’Oms per il 2022, ogni anno nella regione europea circa 60.000 donne ricevono una nuova diagnosi di cancro cervicale e più di 32.000 muoiono a causa di questa malattia prevenibile. I vaccini per prevenire i tipi di Hpv ad alto rischio e offrire una protezione incrociata contro i tipi di Hpv non inclusi nei vaccini sono disponibili dal 2006. Da allora, sono state distribuite oltre 500 milioni di dosi di vaccini contro l’Hpv e studi sulla sicurezza del vaccino contro l’Hpv che hanno coinvolto diversi milioni di persone hanno valutato un’ampia gamma di risultati sulla salute. Nessuno di questi studi ha identificato problemi di sicurezza. La regione europea dell’Oms si sta avvicinando a un futuro in cui le donne non muoiono di cancro cervicale. Con maggiori sforzi per aumentare la vaccinazione contro il papillomavirus umano (Hpv) e lo screening e il trattamento del cancro cervicale, quel futuro potrebbe arrivare molto prima, salvando la vita di molte più giovani donne negli anni a venire.
27 gennaio 2025 – A cinque anni dall’inizio della pandemia, sono tuttora numerosi i casi di pazienti che in Italia, anche a distanza di tempo dalla guarigione, presentano sintomi persistenti dovuti alla cosiddetta Pasc, acronimo di post-acute sequelae of Sars-CoV-2 infection. Circa sei pazienti su dieci ospedalizzati per Covid nelle fasi più acute della pandemia (2020) presentano ancora sintomi, mentre nei casi meno gravi valutati dai medici di Medicina Generale che non hanno richiesto un ricovero, il rapporto è di un caso ogni 10 pazienti. Cefalee, insonnia, problemi respiratori, alterazioni metaboliche e problemi neurologici sono i sintomi più diffusi, e tra i principali fattori di rischio per l’insorgenza della Pasc (conseguenze post-acute da Sars-CoV2) sono risultati determinanti l’età avanzata, la presenza di cronicità e/o comorbidità, nonché fumo e alcol. È quanto emerge dal progetto scientifico Pascnet, coordinato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore.
La rilevazione, basata sulla raccolta di dati clinici sistematici di oltre 1.200 pazienti, ha cercato di valutare l’impatto clinico della Pasc e, nello stesso tempo, di indagare le conseguenze che la pandemia di Covid-19 ha avuto sul Ssn lombardo. Secondo lo studio, tra gli effetti della pandemia, ci sono infatti anche quelli indiretti sul Servizio Sanitario Nazionale che, alla fine del periodo pandemico, registrava ancora un calo ampio e persistente dell’assistenza ambulatoriale. “L’obiettivo di Pascnet – secondo l’Università – è stato sia colmare tutte le lacune relative alla sindrome, sia migliorare la conoscenza delle caratteristiche cliniche e dei fattori di rischio, grazie anche a una prospettiva epidemiologica, clinica e di salute pubblica. Lo studio si è avvalso del coinvolgimento di diversi attori del Ssn lombardo”. “I risultati scientifici raggiunti – ha commentato Claudio Lucifora, docente di Economia politica alla Cattolica e coordinatore scientifico del progetto – contribuiranno a migliorare sia la diagnosi di Long Covid da parte dei medici, sia la presa in carico da parte del Servizio sanitario nazionale di tutti quei pazienti che, a distanza di tempo, soffrono dei sintomi legati alla sindrome Pasc”.
“Sale ancora, ma con minore intensità, il numero di casi di sindromi simil-influenzali nella terza settimana del 2025”. Dal 13 al 19 gennaio, “il livello d’incidenza in Italia è pari a 15 casi per mille assistiti (14,4 nella settimana precedente). Probabilmente è stato raggiunto il picco stagionale”. Lo riporta l’ultimo bollettino della rete di sorveglianza RespiVirNet dell’Istituto superiore di sanità. Nella settimana in esame i nuovi casi sono stati “circa 886.000, per un totale di circa 7.705.000 casi a partire dall’inizio della sorveglianza”.
Mentre “nella scorsa stagione in questa settimana la curva dell’incidenza era nella fase discendente” dopo il superamento del picco, si legge nel report epidemiologico, “nella terza settimana del 2025 l’incidenza delle sindromi simil-influenzali è ancora in aumento e si attesta ad un livello di media intensità”. Dopo la brusca salita della settimana precedente la curva sembra piegarsi, a indicare appunto il possibile raggiungimento del punto massimo. “L’incidenza è in aumento solo nelle fasce di età pediatrica – si precisa nel rapporto – soprattutto nei bambini sotto i 5 anni di età, in cui l’incidenza è pari a 34,2 casi per mille assistiti (25,3 nella settimana precedente)”. Segue la fascia 5-14 anni con un’incidenza di 17,5 casi su mille (13,3/mille nella settimana precedente). Il dato è invece “stabile nei giovani adulti e negli anziani”. Le regioni più colpite sono “Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo e Campania”, elenca l’Iss. Basilicata e Calabria non hanno attivato la sorveglianza epidemiologica.
Durante la settimana numero 3 del nuovo anno, risulta dal report virologico, la percentuale dei campioni risultati positivi all’influenza sul totale dei campioni analizzati risulta pari al 31%, stabile rispetto alla settimana precedente (31,8%). Nel dettaglio, su 3.023 campioni clinici ricevuti dai diversi laboratori afferenti alla rete RespiVirNet, 937 sono risultati positivi al virus influenzale, 742 di tipo A (365 di sottotipo H1N1pdm09, 192 H3N2 e 185 non ancora sottotipizzati) e 195 di tipo B. Tra i campioni analizzati, 202 (6,7%) sono risultati positivi per virus respiratorio sinciziale, 82 (2,7%) per Sars-CoV-2 e i rimanenti 421 sono risultati positivi per altri virus respiratori, di cui: 179 (5,9%) rinovirus, 110 (3,6%) coronavirus umani non Covid, 55 (1,8%) adenovirus, 32 metapneumovirus, 27 virus parainfluenzali e 18 bocavirus.
L’obesità e il grave eccesso di peso sono due problemi globali sempre più diffusi. Secondo la World Obesity Federation nel 2025 in tutto il Pianeta vi è una quota di eccesso ponderale (sovrappeso e obesità) pari al 42% della popolazione. Si stimano quindi circa 3 miliardi di persone (escludendo i bambini under 5) in eccesso ponderale di cui 1,2 miliardi sono addirittura obese. Nel 2035 la quota potrebbe salire al 51% della popolazione mondiale che risulterà così in eccesso ponderale (la prevalenza di obesità sarà del 24%). Strettamente collegata ai chili di troppo è la dieta che dovrebbe essere il più possibile sana ed equilibrata. Ecco cinque semplici consigli contenuti in un recente documento redatto dalla FISM (Federazione Italiana della Società Scientifiche Mediche) e dal Ministero della Salute.
Le raccomandazioni per un’alimentazione sana e sostenibile sono:
Infine contro eccesso di peso e obesità bisogna praticare sempre un po’ di attività fisica. Rappresenta infatti uno degli strumenti più importanti anche per la prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili. Infine è in grado di sostenere e rafforzare il benessere psico-fisico e di migliorare la qualità della vita delle persone, a tutte le età.
Molti italiani si ritrovano proprio in questi giorni a letto con febbre, mal di gola e disturbi intestinali. Secondo gli ultimi dati l’influenza ha già mandato a letto 7 milioni di persone e colpirà un italiano su quattro.
Tra cura e prevenzione, cerchiamo di sfatare i “falsi miti” sulla malattia:
“Ci auguriamo che il Ministro Valditara non tralasci di inserire nella riforma della scuola, programmi di educazione alla salute che si inseriscano nell’offerta formativa con la cura dell’ambiente scolastico, fisico e sociale, fin dalla primaria”. Così la Vice Presidente della Società Italiana d’Igiene Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI), Roberta Siliquini in una nota indirizzata al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, sulla riforma della scuola. “Può rappresentare un’occasione unica per la promozione della salute – continua- la Società Italiana d’Igiene è, come sempre, a disposizione delle Istituzioni per collaborare”. L’introduzione di questi elementi nei programmi scolastici per la Sitl, risponderebbe anche a un principio di equità sociale: “non tutti i bambini e gli adolescenti hanno accesso alle stesse risorse e opportunità educative fuori dall’ambiente scolastico. Garantire un’educazione alla salute all’interno del percorso formativo significa colmare queste disuguaglianze e fornire a tutti gli strumenti per un futuro sano e consapevole”.
Per la Sitl, l’educazione alla salute va ben oltre la semplice trasmissione di nozioni teoriche. “Essa implica l’acquisizione di competenze pratiche e la consapevolezza di comportamenti che influenzano direttamente la qualità della vita – prosegue Siliquini-. La scuola, in quanto luogo di formazione per eccellenza, ha il compito di preparare i giovani non solo dal punto di vista accademico, ma anche nella capacità di prendersi cura di sé stessi e degli altri. Uno degli aspetti chiave è la prevenzione, intesa come capacità di riconoscere e gestire i rischi per la salute prima che questi si trasformino in problemi cronici. Un’educazione adeguata può contribuire a ridurre l’incidenza di malattie come l’obesità, il diabete di tipo 2 e le patologie cardiovascolari, promuovendo scelte consapevoli sin dalla giovane età”. Non ultimo, la promozione del benessere psicologico e la prevenzione delle dipendenze. “La promozione del benessere psicologico è essenziale in un periodo storico in cui l’incidenza di disturbi come l’ansia e la depressione tra i giovani è in aumento. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, il 16% degli adolescenti italiani manifesta sintomi depressivi. La scuola può offrire strumenti di gestione dello stress, educazione emotiva e pratiche di mindfulness, contribuendo così a creare un ambiente più sereno e favorevole all’apprendimento”, conclude.