Il ritmo con cui si cammina può rivelare molto sullo stato generale di salute di una persona. La walking speed (ws), ovvero la velocità di camminata, è infatti considerata dai medici uno dei ‘segni vitali’, al pari del battito cardiaco e della pressione sanguigna. Strettamente correlata a fattori come forza muscolare, funzione cardiaca e polmonare, coordinazione neuromuscolare, può variare in base a fattori come l’età o il sesso. Per la maggior parte degli adulti sani è di circa 5 chilometri orari (km/h), ma se al di sotto di questi parametri può indicare problemi come artrite, malattie cardiache o persino declino cognitivo. “La velocità di camminata può essere utilizzata per valutare la probabilità di sopravvivenza di un individuo, permettendo di stratificare la popolazione in base a questo parametro tanto semplice quanto significativo – spiega il presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (Sigg), Dario Leosco – nel caso degli anziani, quando si scende al di sotto a 0,8 metri al secondo, chiaramente è già un indice negativo”.
Un test specifico utilizzato dai geriatri è quello dei 400 metri. “Si tratta di una prova semplice ma altamente indicativa – continua- che consiste nel misurare il tempo impiegato da una persona per percorrere questa distanza a passo sostenuto. Permette di valutare resistenza fisica, capacità cardiovascolare e muscolare, oltre a fornire indicazioni sul rischio di fragilità e mortalità. Partendo da questo parametro, guardando soltanto una persona, in questo caso un anziano come cammina, noi ci possiamo rendere conto di quale è la sua performance e quale sarà il suo futuro in salute”. Se la velocità del passo può segnalare eventuali problemi di salute, tuttavia camminare regolarmente aiuta a prevenire condizioni future, come la sarcopenia. “È caratterizzata dalla perdita di massa e forza muscolare e strettamente legata a un invecchiamento non sano, aumentando il rischio di disabilità e perdita dell’autosufficienza. Valutare e monitorare questi parametri è fondamentale per prevenire il declino funzionale e promuovere un invecchiamento più attivo e in salute”. Uno studio inglese pubblicato su Communications Biology, che ha esaminato la correlazione tra la camminata veloce e lunghezza dei telomeri dei leucociti (Ltl), le estremità protettive dei cromosomi, ha rilevato che camminare velocemente e regolarmente riduce l’età biologica di una media di 16 anni una volta raggiunta la mezza età. Ma cercare di camminare più velocemente non è l’obiettivo finale. Piuttosto, si dovrebbe dare priorità all’esercizio per farlo diventare un’abitudine. Nel caso degli anziani, “il nostro consiglio è quello di camminare tra i 4 e i 5 chilometri al giorno a passo moderato”, conclude Leosco.
17 gennaio 2024 – Le sperimentazioni cliniche valutate nel 2023 in Italia sono state 764: di queste l’80% è stato autorizzato (611), mentre solo il 4,6% ha ricevuto un diniego. Lo scorso anno ha segnato un calo del 7,8% rispetto al 2022, una tendenza comune a molti Stati dell’UE. Dei 611 trial autorizzati, 524 (85,8%, era l’88,7% nel 2022) sono internazionali e 87 (14,2%, era l’11,3% nel 2022) nazionali. Si assiste, dunque, a un leggero recupero delle sperimentazioni nazionali (+2,9%) pur rimanendo al di sotto del livello pre-pandemico, quando si attestavano intorno al 20%. E’ quanto emerge dal 21° Rapporto nazionale sulle sperimentazioni cliniche dei medicinali, pubblicato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Nonostante il banco di prova delle nuove regole europee, non c’è stato, dunque, nel 2023 il temuto crollo delle sperimentazioni cliniche. Ma è un quadro in chiaroscuro quello che si evidenza dal documento: il settore ha subito il contraccolpo della piena applicazione del Regolamento europeo 536/2014, con l’adozione di modalità organizzative più complesse: si è registrato un arretramento nel numero di sperimentazioni in quasi tutti gli Stati Membri dell’Ue, ma anche segnali di resilienza. In particolare, l’analisi progressiva dei trend mostra che l’Italia non ha perso terreno, appunto, con 611 trial clinici autorizzati nel 2023. In più, in Italia il 2023 è stato l’anno dell’attesa riforma dei Comitati etici, passati a 40 territoriali e 3 nazionali. Per essere avviato, uno studio clinico deve aver ottenuto l’autorizzazione da parte dell’Aifa, che include le conclusioni favorevoli del Comitato etico.
L’oncologia fa ancora la parte del leone. Nell’area delle neoplasie (oncologiche ed emato-oncologiche) si concentra il maggior numero di sperimentazioni autorizzate nel 2023, che raggiungono il 34,7% del totale, in calo rispetto al 39,9% del 2022 (-5,2%). Seguono gli studi clinici sulle malattie del sistema nervoso (11,1%), in aumento di 2,8 punti percentuali rispetto all’anno precedente; del sistema immunitario (8,5%), cardiovascolare (6,2%), ematico e linfatico (6,1%), anch’essi in lieve aumento. Prosegue nel 2023 la diminuzione degli studi sulle malattie virali, in costante calo dal 2021. Fra le prime dieci aree terapeutiche troviamo poi le malattie dell’apparato digerente (4,1%) e le patologie e anomalie neonatali (3,9%), entrambe in leggero aumento. Chiudono la classifica le malattie del metabolismo e della nutrizione (3,3%) e quelle del sistema muscoloscheletrico (2,8%).
“I dati emersi nel Rapporto ci offrono nell’insieme un quadro di luci e ombre, dal quale emerge chiara una prevedibile difficoltà iniziale nell’applicazione di modalità organizzative diverse e più complesse. Tuttavia, l’Italia è riuscita a garantire una buona tenuta del sistema, anche se non in maniera omogenea per le varie tipologie di sperimentazioni”, commenta il presidente dell’Aifa, Robert Nisticò. “Nel dettaglio, il settore delle sperimentazioni profit ha maggiormente beneficiato delle semplificazioni amministrative. La ricerca no profit ha dimostrato una tenuta meno solida, non solo in Italia, ma in tutta l’Unione Europea; del resto, già nel corso del 2022 era emerso come i promotori no profit avrebbero subito i maggiori contraccolpi. Proprio per gestire al meglio queste potenziali criticità – prosegue Nisticò – nel corso del 2023, sono state attivate dal network delle Agenzie europee, insieme alla Commissione Europea e all’EMA, una serie di iniziative pensate per il settore no profit, ascoltando anche la voce degli stakeholder, pazienti per primi, in modo da contribuire a rendere lo scenario europeo più attrattivo”.
16, gennaio 2025 – Il 72% degli italiani pensa che l’intelligenza artificiale generativa avrà un impatto positivo su scienza e medicina, c’è meno diffidenza verso questi strumenti tanto che il 43% già li usa, il 71% sul lavoro. Sono alcuni dati dell’indagine ‘La nostra vita con l’AI: dall’innovazione all’applicazione’, effettuata da Google e Ipsos in 21 paesi, compreso il nostro. In particolare, emerge entusiasmo per le potenzialità dell’IA nella scienza, medicina e benessere (72%) e per le ricadute su istruzione (59%), cybersecurity e agricoltura (entrambi 43%). Gli italiani, inoltre, considerano prioritario l’utilizzo di questa tecnologia per aiutare le persone a utilizzare dati o sistemi complessi (82%) e per supportare il benessere dei lavoratori (82%). Seguendo la tendenza mondiale, sono più numerosi gli italiani che ritengono che l’IA libererà del tempo al lavoro permettendo così di concentrarsi su aspetti più gratificanti (58%), rispetto a quelli che ritengono che aumenterà la richiesta ai lavoratori di fare di più con meno (42%).
Sette italiani su dieci (71%) utilizzano l’intelligenza artificiale per lavoro. Di questi, il 74% lo fa per la scrittura (74%), per idee e progetti (62%) e per risolvere problemi (78%), oltre che per sintetizzare documenti più lunghi (72%) o informazioni complesse (71%). C’è ottimismo poi riguardo l’impatto sull’economia: un terzo degli italiani intervistati (37%) ritiene che l’IA influirà positivamente e il 61% che cambierà le professioni nei prossimi 5 anni e in positivo (61%, contro una media globale del 58%). Persistono, però, alcune preoccupazioni: il 24% ritiene che l’IA avrà un effetto negativo sull’economia, mentre per il 33% danneggerà professioni e settori lavorativi. La maggioranza degli italiani (53%) ritiene inoltre che il nostro Paese si stia impegnando a sufficienza per permettere all’economia nazionale di beneficiare dell’intelligenza artificiale. Infatti, il 65% vede positivamente il supporto delle aziende di IA nella formazione del governo e il 61% è a favore di una collaborazione tra soggetti privati e pubblici per testare strumenti innovativi.
– La procreazione medicalmente assistita (Pma) ha contribuito al 3,7% del tasso di fecondità totale in Italia nel 2022, rispetto al 2,1% nel 2013, un aumento di oltre il 76%. Ma, soprattutto, ha consentito il concepimento di un figlio su tre dopo i 40 anni. I dati sono stati illustrati nel corso del convegno ‘Un Istituto per il futuro della popolazione’, che ha esplorato i risultati del programma Age-It guidato dall’Università di Firenze e finanziato dal Pnrr. “Per comprendere e affrontare i cambiamenti demografici in atto in ottica ‘positiva’ è fondamentale rimuovere gli ostacoli strutturali che impediscono alle donne e alle coppie di pianificare e realizzare il numero di figli desiderato nei tempi auspicati”, ha spiegato il direttore scientifico di Age-It, Daniele Vignoli, che ha presentato i dati relativi al bisogno insoddisfatto di fecondità nelle donne italiane conviventi o sposate: quasi il 67% tra le 35-39enni e il 45% delle 40-44enni intende avere figli nei prossimi anni.
“Politiche di stampo ‘pronatalista’ come baby bonus o incentivi specifici non sono percepite come importanti per la genitorialità e non si dimostrano efficaci per raggiungere l’obiettivo prefissato”, ha continuato Vignoli. “Contano aspetti di natura più strutturale, in particolare l’indipendenza economica di una coppia (avere due stipendi e un reddito dignitoso e senza squilibri di genere) che è percepito come centrale per le scelte riproduttive”. Vignoli identifica nella fecondità, nella longevità e nelle migrazioni gli elementi essenziali per una visione ‘positiva’ della demografia. “La bassa fecondità potrebbe rappresentare un’opportunità per maggiori investimenti nel campo dell’istruzione, verso la riduzione delle disuguaglianze sociali o l’aumento dell’occupazione femminile”, ha sottolineato, aggiungendo come invece “le caratteristiche demografiche dell’Italia, pioniera globale nell’invecchiamento, potrebbero consentire al Paese, che non ha un modello di riferimento da cui apprendere, di diventare quel modello”. Per quanto riguarda le migrazioni, esse “sono essenziali per una lente positiva sull’invecchiamento: le politiche di fecondità vedono i propri risultati in decenni, mentre le persone migranti sono potenziali genitori oggi, subito”.
14, gennaio 2025 – In 7 giorni 667mila, ma l’incidenza è inferiore alla scorsa stagione. Lo evidenzia l’ultimo bollettino della sorveglianza epidemiologica RespiVirNet, coordinata dall’Istituto superiore di sanità (Iss) in collaborazione con il ministero della Salute. L’incidenza, pur essendo in aumento, si attesta però ad un livello decisamente inferiore a quello registrato nella scorsa stagione in cui la curva cominciava la sua discesa. Nella prima settimana del 2025, i casi stimati di sindrome similinfluenzale, rapportati all’intera popolazione italiana, sono circa 667.000, per un totale di circa 5.851.000 casi a partire dall’inizio della sorveglianza. L’incidenza dei casi è stabile nelle fasce di età pediatrica, mentre è in aumento nei giovani adulti e negli anziani.
Maggiormente colpiti i bambini sotto i cinque anni di età, in cui l’incidenza è pari a 21,4 casi per mille assistiti (21,7 nella settimana precedente). Il valore dell’incidenza totale è pari a 11,32 casi per mille assistiti. Nella fascia di età 0-4 anni l’incidenza è pari a 21,39 casi per mille assistiti, nella fascia di età 5-14 anni a 10,01 nella fascia 15-64 anni a 11,97 e tra gli individui di età pari o superiore a 65 anni a 8,09 casi per mille assistiti. “Sebbene la circolazione dei virus influenzali sia in aumento, si sottolinea che il numero di sindromi similinfluenzali – si legge nel bollettino – è sostenuto anche da altri virus respiratori”. Quanto alla distribuzione geografica, maggiormente colpite da casi di sindrome similinfluenzale risultano essere la Provincia autonoma di Bolzano, Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia e Sicilia. Basilicata e Calabria non hanno invece attivato la sorveglianza epidemiologica.
13 gennaio 2024 – L’adesione ai programmi di screening oncologico da parte degli italiani rallenta ma evidenzia una forte ripresa rispetto al periodo pandemico legato al Covid-19, rispetto al quale si era peraltro già recuperato il ritardo a partire dal 2021. E’ quanto emerge da un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss) sui programmi di screening oncologico realizzati da Regioni e Province autonome in Italia pubblicata sul sito del ministero della Salute. In particolare nel 2022 la copertura dello screening mammografico è stata del 43% (in calo rispetto al 2021, soprattutto al Nord), con forti disomogeneità tra le macroaree (Nord 54%, Centro 47%, Sud e Isole 26%). Per lo screening cervicale, il valore a livello nazionale è del 41%, con minori variazioni tra le macroaree, mentre per la ricerca del sangue occulto per il tumore colorettale si attesta al 27%, con un evidente trend da Nord (38%), al Centro (28%), a Sud (12%). A livello dell’offerta degli screening l’Italia sembra essere divisa in due.
Da una parte le Regioni del Centronord che mostrano una buona organizzazione, con differenze che riguardano prevalentemente l’estensione dell’offerta dello screening mammografico alle donne più giovani e l’implementazione di protocolli per lo screening della cervice che tengano conto dello stato vaccinale contro il papilloma virus (human papilloma virus, Hpv), 78% delle Regioni del Nord contro il 50% del Centro, per entrambe le caratteristiche; dall’altra parte ci sono le Regioni del Sud che, sebbene siano allineate con il resto del territorio italiano relativamente all’offerta di alcune tipologie di screening (cervice e colon-retto), sembrano essere più indietro riguardo l’estensione ad altre fasce di età, sia per lo screening mammografico che per il colon-retto (25% e 13% rispettivamente per il mammografico 45-50 anni e 70-74 anni e 13% per l’estensione dello screening colon-retto agli over 70), l’implementazione di protocolli per le donne vaccinate in giovane età per HPV (sono stati implementati solo nel 38% delle Regioni del Sud) e l’utilizzo delle farmacie come supporto alla facilitazione dello screening colon-retto (50%). Per quanto riguarda le modalità di invio agli screening, l’invito cartaceo è la modalità primaria.
Genova, 10 gennaio 2025 – Diminuisce in Italia la mortalità per tumore del seno tra le pazienti più giovani. In un arco di 15 anni, tra il 2006 al 2021, la riduzione complessiva per le donne under 50 è stata del 16%. Un risultato che apre ad una serie di nuove problematiche da gestire per i clinici tra cui la preservazione della fertilità. Un ambito quest’ultimo dove gli specialisti italiani, e in particolar modo l’ospedale San Martino di Genova, sono stati pionieri sul versante della ricerca. Lo dimostrano i numerosi studi scientifici condotti a riguardo e presentanti nei più importanti congressi scientifici nazionali ed internazionali. E’ quanto emerso nel capoluogo ligure in occasione del meeting “Back From San Antonio”, che si apre oggi a Genova e dedicato alle principali novità dal “San Antonio Breast Cancer Symposium”. “Ogni anno nel nostro Paese ancora più di 15mila donne perdono la vita a causa del tumore mammario – sottolinea Lucia Del Mastro, Professore Ordinario e Direttore della Clinica di Oncologia Medica dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino, Università di Genova -. Tuttavia il calo dei decessi, tra le pazienti più giovani, è senza dubbio un dato incoraggiante e dovuto soprattutto ad un netto miglioramento delle possibilità terapeutiche. Quando colpisce una donna giovane, al di sotto dei 40 anni, il tumore è spesso biologicamente più aggressivo. Inoltre il rischio che si tratti di una neoplasia ereditaria, legata alla presenza di mutazioni patogenetiche BRCA, è più elevato rispetto ai casi diagnosticati in età più avanzata.
Il percorso di cura, oltre a garantire le ottime probabilità di guarigione attualmente raggiunte, deve prevedere che le donne giovani possano avere, una volta superata la malattia, le stesse prospettive ed aspettative delle donne che non si sono ammalate. Tra queste prospettive riveste particolare importanza l’eventuale desiderio di gravidanza futura. Da anni qui a Genova stiamo studiando gli effetti collaterali legati alle terapie antitumorali e che possono portare a disfunzione ovarica, menopausa precoce ed infertilità. Grazie a trattamenti adeguati e personalizzati, messi a punto anche attraverso gli studi condotti dal nostro gruppo di ricerca del San Martino-Università di Genova, è oggi possibile diventare madre anche dopo il cancro”.
“L’integrazione tra assistenza, ricerca e formazione – spiega Marco Damonte Prioli, Direttore Generale dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova – è fondamentale per garantire la più alta qualità delle cure e la possibilità di effettuare attività di ricerca in grado di cambiare gli standard terapeutici a livello internazionale. E’ quanto accade all’Ospedale San Martino che è stato nuovamente riconosciuto, al termine di una procedura di accreditamento e verifica molto selettiva e condotta da esperti internazionali, come “Comprehensive Cancer Center”. E’ il livello massimo di accreditamento previsto dall’organizzazione internazionale OECI (Organization of European Cancer Institutes). La Breast Unit, del nostro ospedale, rappresenta non solo l’hub regionale per la patologia ma anche un riferimento a livello nazionale ed internazionale per il trattamento e la ricerca sul carcinoma mammario”. “In Liguria ogni anno vengono diagnosticati circa 1.650 nuovi casi di tumore del seno e la maggioranza viene trattata nel nostro Ospedale – aggiunge Antonio Uccelli, Direttore Scientifico dell’IRCCS San Martino -. L’intensa attività di ricerca è testimoniata dalla percentuale, superiore alla media internazionale, di pazienti che vengono inserite in studi clinici: circa il 26%. Ciò consente alle donne un accesso precoce ai nuovi trattamenti, con potenziale miglioramento dei risultati terapeutici. Inoltre, il nostro Ospedale si distingue per l’elevato numero di studi cosiddetti “accademici” vale a dire studi disegnati dai nostri ricercatori, attraverso i quali è possibile migliorare la qualità delle cure attraverso strategie che non sono basate esclusivamente sull’introduzione di nuovi farmaci”.
Sempre al convegno di Genova sono illustrati i principali risultati di quattro studi che i ricercatori italiani hanno presentato nelle scorse settimane in sessione orale al San Antonio Breast Cancer Symposium. Al congresso americano Matteo Lambertini (Professore Associato di Oncologia Medica presso l’Università di Genova-IRCCS Ospedale Policlinico San Martino) ha mostrato una nuova ricerca sul ruolo della chirurgia preventiva per la riduzione del rischio di recidiva tra le portatrici di mutazioni BRCA. Sono stati analizzati i dati raccolti tra il 2000 e il 2020 di 5.290 pazienti under 40 con tumore del seno trattate in 109 istituti di tutto il mondo. Quelle che hanno subito una mastectomia bilaterale avevano un rischio di morte inferiore del 35% e una riduzione del 42% di recidiva del cancro o di un secondo tumore maligno. “Lo studio evidenzia nuovamente l’importanza della chirurgia di riduzione del rischio – afferma il prof. Lambertini -. E’ una scelta difficile, spesso dolorosa per una donna ma che può essere salvavita in determinate occasioni. I benefici della chirurgia sono stati osservati sia nelle donne BRCA1 sia in quelle BRCA2 mutate”.
Valentina Guarneri (Professore Ordinario di Oncologia Medica presso l’Università di Padova e Direttore dell’UOC di Oncologia 2 dell’IOV IRCCS di Padova) ha invece portato negli Stati Uniti una ricerca sul carcinoma mammario triplo negativo. E’ stato valutato l’immunoterapico avelumab adiuvante per pazienti ad alto rischio di recidiva. “E’ un tipo di cancro al seno molto invasivo perché tende a crescere e a diffondersi più velocemente – aggiunge Guarneri -. Al momento vi sono poche opzioni di trattamento disponibili e tra queste vi è l’immunoterapia attualmente indicata come trattamento neoadiuvante. Il nostro studio ha dimostrato che l’anticorpo anti-PD-L1 avelumab, somministrato dopo il trattamento chemioterapico standard, migliora significativamente la sopravvivenza globale. Rispetto ad altre neoplasie, l’immunoterapia è arrivata relativamente tardi nella pratica clinica del carcinoma mammario. Sta però producendo evidenze scientifiche rilevanti in sottogruppo di malattia in cui le prognosi sono di solito più infauste”.
Luca Malorni (Direttore dell’unità di Ricerca Traslazionale dell’Ospedale di Prato) a San Antonio ha presentato i primi risultati del TOUCH trial. In 145 donne con carcinoma mammario in fase iniziale HR+/HER2+ trattate con trastuzumab e pertuzumab come trattamento neoadiuvante, sono stati confrontati paclitaxel e palbociclib, quest’ultimo in combinazione con letrozolo. “Sono tumori mammari in cui dobbiamo implementare le possibilità di cura – sostiene il dott. Malorni -. Nello specifico bisogna ridurre il ricorso alla chemioterapia, favorendo le terapie ormonali anche attraverso una più precisa selezione delle pazienti. Nello studio abbiamo per ora registrato un’ottima compliance al trattamento da parte delle donne che hanno ricevuto palbociclib e letrozolo al posto della chemioterapia. Servono ora studi più ampi, di medicina traslazionale, per valutare l’effettiva efficacia di palbociclib nella gestione di questo tipo di neoplasie”.
Infine le pazienti over 70 a basso rischio con tumore mammario in stadio iniziale sono state al centro dello studio EUROPA presentato da Icro Meattini (Responsabile Breast Unit dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze). “Abbiamo confrontato gli effetti della radioterapia e della terapia endocrina come trattamenti monomodali dopo un primo intervento chirurgico – sottolinea il prof. Meattini -. Abbiamo per reclutato 731 donne in cura presso 17 centri italiani, più uno sloveno. Il trattamento ormonale è risultato associato ad una maggiore riduzione della qualità di vita rispetto a 24 mesi di sola radioterapia. Sono risultati provvisori e che suggeriscono come quest’ultima sia preferibile come terapia per pazienti anziane e quindi più suscettibili agli effetti collaterali delle cure anti-cancro”.
“Gli studi dei colleghi italiani dimostrano l’ottimo livello raggiunto dalla ricerca oncologica italiana – conclude la prof.ssa Del Mastro – che ha contribuito nel corso degli anni a stabilire nuovi standard di trattamento adottati in tutto il mondo. Per il futuro ci aspettiamo importanti novità non solo in termini di disponibilità di nuove terapie sempre più efficaci e personalizzate ma anche di nuovi strumenti diagnostici. In particolare la biopsia liquida, che stiamo già utilizzando nella malattia metastatica per scoprire mutazioni utili per la scelta terapeutica, potrebbe avere un ruolo importante per individuare precocemente le recidive ed intervenire tempestivamente col trattamento. I dati presentati a San Antonio dal Prof. Turner, così come i dati precedentemente presentati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology a Chicago, suggeriscono che attraverso la biopsia liquida, è possibile individuare una quota di pazienti che dopo l’intervento chirurgico presenta in circolo del DNA rilasciato dal tumore, e quindi indicativo della presenza di micrometastasi non individuabili con le normali tecniche strumentali di radiologia. Sono in corso vari studi per valutare se attraverso l’utilizzo di questi test è possibile migliorare la gestione terapeutica delle pazienti e migliorarne la prognosi”.
Infine sempre all’evento di Genova anche in questa edizione, saranno assegnati due premi a giovani oncologi under 40, prime firme di lavori scientifici sul carcinoma mammario pubblicati nel 2024. Verranno premiati: Davide Soldato (rientrato a Genova dopo un periodo di lavoro presso il Gustave Roussy di Parigi) per il lavoro che dimostra l’importanza dell’attività fisica nelle donne operate per carcinoma mammario e Linda Cucciniello (del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano) per il lavoro relativo alla possibilità di prevedere la risposta completa al trattamento nelle pazienti con carcinoma mammario metastatico HER2 positivo.
10 gennaio 2024 – “L’aumento delle temperature ha effetti diretti sulla salute umana e l’ambiente, incrementa il rischio di malattie trasmesse tramite acqua, cibo, insetti e parassiti, e altera l’ecosistema provocando conseguenze sul piano alimentare attraverso un drastico calo di produzioni e coltivazioni con conseguenze su materie prime e prezzi al dettaglio”. Lo affermano gli esperti della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), commentando l’allarme lanciato da Copernicus secondo cui Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, e la temperatura media globale è cresciuta di 1,5 gradi sopra i livelli pre-industriali.
“Il surriscaldamento globale altera l’equilibrio di tutti gli ecosistemi minacciando gli elementi essenziali della vita umana come acqua, aria e cibo, e modifica la frequenza e la distribuzione di molte malattie infettive – spiega Sima – L’aumento delle temperature medie crea le condizioni ideali per la trasmissione di molteplici agenti patogeni: grazie alla maggiore umidità proliferano ad esempio zecche, zanzare e parassiti che diffondono malattie anche gravi come il virus Zika, la febbre dengue e la malaria. Ma a crescere è anche il rischio di malattie idrotrasmesse: piogge intense e alluvioni, eventi direttamente connessi al cambiamento climatico, fanno straripare corsi d’acqua e mandano in tilt le reti fognarie, diffondendo tra la popolazione agenti virali quali virus delle epatiti A ed E, Enterovirus, Adenovirus, Norovirus, Rotavirus, contaminando anche la catena alimentare”.
E proprio sul fronte alimentare, le temperature più alte danneggiano le coltivazioni in determinate aree del mondo, “provocando un taglio alle produzioni di materie prime indispensabili e un fortissimo aumento dei prezzi al dettaglio, come sta avvenendo a livello globale ad esempio per il caffè e il cacao”, avverte Sima. “A tali fenomeni si associa quello psicologico, che non deve essere sottovalutato – afferma il presidente Sima, Alessandro Miani – E’ stato di recente coniato il termine ‘solastalgia’ per indicare proprio l’angoscia provocata dal drastico cambiamento del clima: gli eventi climatici estremi provocano uno stato di stress e ansia tra i cittadini più vulnerabili che può sfociare in disturbi post-traumatici e addirittura in suicidi”.
8 gennaio 2024 – L’aspettativa di vita complessiva può ridursi di circa 20 minuti per ogni singola sigaretta fumata. A rivelarlo è uno studio condotto dall’University College di Londra e pubblicato sulla rivista Addiction. Più precisamente, gli scienziati britannici, dopo aver tenuto conto dello status socioeconomico e di altri fattori, hanno stimato la perdita di aspettativa di vita per sigaretta in circa 17 minuti per gli uomini e 22 per le donne. Questo significa che se qualcuno fuma un pacchetto di 20 sigarette al giorno, “20 sigarette fumate per 20 minuti equivalgono a quasi sette ore di vita perse per pacchetto”, afferma Sarah Jackson, autrice principale dello studio. La ricerca, commissionata dal Department for Health and Social Care del Regno Unito, include dati sulla mortalità degli uomini partecipanti al British Doctors Study e dati sulle donne tratti dal Million Women Study. Questi studi hanno scoperto che, in media, le persone che hanno fumato per tutta la vita hanno perso circa 10 anni di vita rispetto alle persone che non hanno mai fumato.
Nel complesso, i nuovi dati indicano che il danno causato dal fumo sembra essere cumulativo. E la quantità di aspettativa di vita che può essere recuperata smettendo può dipendere da diversi fattori, come l’età e da quanto tempo si fuma. “Questi studi – spiega Jackson – hanno dimostrato che le persone che smettono in età molto giovane, quindi tra i 20 e i 30 anni, tendono ad avere un’aspettativa di vita simile a quella delle persone che non hanno mai fumato. Ma invecchiando, si perde progressivamente un pò di più che poi non si riesce a recuperare smettendo. Ma non importa quanti anni si hanno quando si smette, si avrà sempre un’aspettativa di vita più lunga rispetto a se si continuasse a fumare. Quindi, in effetti, anche se non si sta già invertendo la vita persa, si sta prevenendo un’ulteriore perdita di aspettativa di vita”. Nel loro articolo, i ricercatori hanno scritto che una persona che fuma 10 sigarette al giorno e smette di fumare il primo gennaio potrebbe prevenire la perdita di un giorno intero di vita entro l’8 gennaio. E ancora: potrebbero prevenire la perdita di una settimana intera di vita entro il 20 febbraio e di un mese intero entro il 5 agosto. Entro la fine dell’anno, avrebbero potuto evitare di perdere 50 giorni di aspettativa di vita. “Smettere di fumare è, senza dubbio, la cosa migliore che puoi fare per la tua salute”, sottolinea Jackson. “E prima smetti di fumare, più a lungo vivrai”, conclude.