Novartis ha annunciato i risultati positivi a lungo termine dallo studio di fase III ASC4FIRST con asciminib che mostrano tassi di risposta molecolare maggiore (MMR) superiori a 96 settimane. Lo studio ha confrontato il tasso di MMR di asciminib con i TKI standard di cura (SoC) selezionati dagli investigatori (imatinib, nilotinib, dasatinib e bosutinib) e con il solo imatinib in pazienti adulti con leucemia mieloide cronica in fase cronica con cromosoma Philadelphia positivo (LMC-CP Ph+) alla valutazione delle 96 settimane, gli endpoint secondari chiave dello studio1. I risultati a lungo termine hanno mostrato una differenza crescente nel tasso di MMR di asciminib rispetto alla SoC, rispetto a imatinib e rispetto ai TKI di seconda generazione (nilotinib, dasatinib e bosutinib)1. I risultati sono stati presentati al 66° Congresso Annuale della Società Americana di Ematologia (ASH)1.
“È essenziale avere nuovi farmaci per affrontare le sfide che ancora restano da vincere per i pazienti con leucemia mieloide cronica di nuova diagnosi, come ad esempio la continuità del trattamento ed il mantenimento di una risposta e di una qualità della vita ottimali. I farmaci attualmente in uso nella LMC devono purtroppo essere spesso interrotti per effetto terapeutico insoddisfacente o per tossicità. I risultati a 96 settimane dello studio ASC4FIRST si confermano molto positivi, mostrando un’efficacia superiore di asciminib rispetto alla terapia standard con un profilo di tollerabilità migliore. Questo farmaco aumenterà il numero di pazienti che possono raggiungere in tempi rapidi gli obiettivi del trattamento,” ha affermato Fausto Castagnetti, Professore Associato, Università di Bologna, Istituto di Ematologia “Seràgnoli” IRCSS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna.
Il follow-up mediano è stato di 2,2 anni per asciminib e per i TKI SoC selezionati dagli investigatori1. Oltre il 22% in più di pazienti trattati con asciminib (80 mg QD) ha raggiunto la MMR a 96 settimane rispetto a tutti i TKI SoC selezionati dagli investigatori, e quasi il 30% in più di pazienti ha raggiunto la MMR a 96 settimane rispetto al solo imatinib1. Il tasso di MMR di asciminib è stato superiore del 15,1% rispetto ai 2G-TKIs (72% vs. 56,9%)1. I pazienti trattati con asciminib hanno anche raggiunto tassi più profondi di risposte molecolari (MR4 e MR4.5) rispetto ai TKI SoC selezionati dagli investigatori1.
“In Italia ci sono circa 9000 pazienti con leucemia mieloide cronica, di cui il 75% è in trattamento di prima linea,” ha dichiarato Massimiliano Bonifacio, Professore Associato presso il Dipartimento di Ingegneria per la Medicina di Innovazione (DIMI), Università di Verona. “Per questi pazienti, auspichiamo una nuova e migliore opportunità terapeutica grazie ad asciminib. L’efficacia prolungata, le risposte rapide e profonde, insieme a un profilo di sicurezza e tollerabilità favorevole rispetto ai TKI standard di cura, rafforzano il potenziale di asciminib come opzione terapeutica innovativa nei pazienti con LMC-CP Ph+ di nuova diagnosi.”
Il profilo di sicurezza di asciminib a 96 settimane è stato coerente con il follow-up di 4 anni dello studio di fase III ASCEMBL, senza nuovi eventi avversi osservati fino ad oggi1,2,4. Nei pazienti trattati con asciminib, è stata osservata una minore percentuale di eventi avversi di grado ≥3 e di aggiustamenti della dose per gestire gli eventi avversi; inoltre l’interruzione dovuta agli eventi avversi è stata più del 50% inferiore per asciminib rispetto sia ad imatinib che ai 2G-TKIs1.
“Il nostro impegno da oltre vent’anni nella ricerca, nell’innovazione e nella partnership con la comunità scientifica e le associazioni di pazienti ha portato a risultati straordinari nella gestione e nel trattamento della leucemia mieloide cronica,” ha dichiarato Paola Coco, Chief Scientific Officer & Medical Affairs Head di Novartis Italia. “Grazie ai trattamenti innovativi, questa patologia è ora gestibile come una condizione cronica. Tuttavia, nonostante i numerosi traguardi raggiunti, ci sono ancora bisogni clinici insoddisfatti. La ricerca non si ferma: oggi la scienza mette a disposizione nuovi trattamenti per migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti, offrendo nuove speranze e prospettive di vita fin dal momento della diagnosi”.
Dal 2023 asciminib è disponibile in Italia per i pazienti affetti da LMC-CP Ph+ con resistenza o intolleranza ad almeno due precedenti inibitori tirosin-chinasici. Recentemente asciminib ha ottenuto l’approvazione accelerata negli Stati Uniti per il trattamento degli adulti di nuova diagnosi con LMC-CP Ph+, che insieme alla sua approvazione nei pazienti adulti precedentemente trattati con LMC-CP Ph+ espande di quattro volte la popolazione di pazienti che potrebbe beneficiare con asciminib2.
5 dicembre 2024 – Il 47% degli italiani pratica sport almeno una volta ogni 7 giorni, con una media di 3-4 volte a settimana e tempi in linea con le raccomandazioni. Queste le evidenze che emergono dal rapporto ‘Cibo e sport: buona alimentazione e attività fisica, un connubio perfetto per la salute’, presentato ieri in Senato dalla Fondazione Aletheia. Lievi le differenze tra genere e età nell’attività sportiva: 68 minuti a sessione per gli uomini, 60 per le donne, con i 18-24enni che arrivano a 69. Camminata veloce la più diffusa (36%), seguita da ginnastica generica (23%) e fitness, incluso spinning e palestra (20%), ciclismo (14%), nuoto (9%). Preoccupante il trend crescente di giovani che passano tempo davanti a device elettronici, con forte incremento tra i 6-10 anni dell’utilizzo quotidiano del cellulare: dal 10% nel 2013 al 33% nel 2023. Diverse invece le scelte alimentari. Più snack, piatti pronti e bevande energetiche (fino a 2,5 volte a settimana) per i giovani, mentre per gli over65 fino a 6 volte in meno. Il 43% degli intervistati ha usato integratori vitaminici negli ultimi 6 mesi, dato fortemente sbilanciato sui giovani. L’80% degli anziani predilige integratori naturali rispetto a quelli sintetici (5%), che per i giovani sono invece il 23%. “Il 40% dei tumori potrebbe essere evitato con corretta alimentazione e attività fisica regolare”, ricorda Riccardo Fargione, direttore della Fondazione. “Tra le cause delle malattie dismetaboliche vi sono soprattutto i cibi ultraprocessati”, continua il direttore, cui fa eco Antonio Gasbarrini, Università Cattolica, direttore Cs Aletheia: “Questo tipo di alimentazione, per cui non siamo strutturati, rimodula il microbiota, che si infiamma e trasforma il nostro corpo. Oggi la maggioranza dei nostri anziani soffre di più patologie insieme, o cambiamo modello alimentare o avremo persone quasi tutte malate”.
4 dicembre 2024 – Il Servizio sanitario nazionale “è da decenni tra i meno finanziati in Europa, per una cifra oggi pari al 6,3% del Pil pur essendo il secondo Paese più anziano al mondo. Per portare la sanità pubblica italiana ai livelli dei grandi Paesi europei servirebbero almeno 40 miliardi, vale a dire metà dell’attuale spesa annua per l’istruzione. Una cifra enorme, in uno scenario caratterizzato da una situazione demografica critica che implica un’elevata spesa pensionistica e minore popolazione in età da lavoro”. Lo evidenzia il Rapporto Oasi 2024 (Osservatorio sulle Aziende e sul Sistema sanitario Italiano) pubblicato dal Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale (Cergas) di Sda Bocconi School of Management. Il rapporto, giunto alla sua 25esima edizione e diventato il punto di riferimento per l’analisi dei cambiamenti in corso nel Ssn e nella sanità italiana, offre una fotografia dello stato di salute del sistema e propone misure utili alla risoluzione delle principali criticità identificate.
L’analisi, elaborata dal gruppo di ricerca coordinato dai professori Francesco Longo, dell’Università Bocconi, e da Alberto Ricci di Sda Bocconi, identifica le criticità principali del Ssn che, pur proponendosi come servizio sanitario universalistico, risulta incapace di fare fronte ai bisogni crescenti dei cittadini, in particolare della popolazione cronica (pari al 41% dei residenti) e della popolazione anziana non autosufficiente (4 milioni di persone). “Se Francia, Germania e Regno Unito finanziano i rispettivi sistemi sanitari nazionali intorno al 9-11% sul Pil, l’Italia si è mantenuta costante nel tempo intorno al 6,3% sul Pil, cifra che si prevede resterà sostanzialmente invariata nel 2025 e 2026. Contrariamente – si legge nel report – a quanto si possa pensare, anche la spesa sanitaria privata cresce meno del Pil, e si attesta al 2,2% nel 2024 – circa il 26% della spesa sanitaria complessiva. Il dato, in sostanziale continuità con gli anni precedenti al Covid-19 – è chiaro: l’Italia non è disponibile a spendere per la salute, né pubblicamente, né privatamente”.
Il Rapporto approfondisce le cause delle liste d’attesa. “Attualmente, la mancanza di criteri di priorità di accesso ai differenti servizi e le logiche prescrittive spesso lontane dalle linee guida cliniche aggravano il problema della scarsità di risorse. Per l’accesso ai servizi non si tiene conto di criteri di prioritizzazione quali, ad esempio, aree di patologia, cluster di popolazione per reddito o livello di istruzione, portafogli di tecnologie da includere nel contenuto dei servizi garantiti dal Ssn. Questo è un meccanismo molto importante – avverte il report – ma quasi mai esplicitato, che ha portato il Ssn a prescrivere molte più prestazioni rispetto alla sua effettiva capacità erogativa. Nei territori dove sono maggiori le prescrizioni, spesso sono elevati anche i consumi per abitante, ma cresce anche la distanza tra prescritto ed erogato, con conseguente incidenza sull’allungamento delle liste d’attesa”.
3, dicembre 2024 – L’Italia è al quarto posto in Europa per numero di abitazioni in cui non è permesso accendersi una sigaretta: quelle libere da fumo passivo sono il 75,8% del totale. Lo rivela un’indagine europea coordinata dall’Irccs Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri e pubblicata sulla rivista Erj Open Research. L’indagine (che ha coinvolto quasi 12mila persone di 12 Paesi nel periodo 2017-2018) pone sul podio dei più virtuosi il Regno Unito (con l’84,5% di case smoke-free), l’Irlanda (79,4%) e la Lettonia (78,9%). In fondo alla classifica ci sono invece Bulgaria (56,6%), Romania (55,2%) e Grecia (44,4%).
Complessivamente, le abitazioni libere da fumo stanno aumentando in Europa con un incremento di circa l’1% all’anno. Risulta inoltre che le donne, gli anziani, le persone con un livello di istruzione più alto e quelle che vivono con bambini sono più propense a vietare il fumo nelle loro case. Circa il 70% delle persone intervistate non consente di fumare in nessuna parte della propria abitazione. Un ulteriore 18% ha dichiarato di applicare alcune regole, ma di non rendere la propria casa completamente libera da fumo. A sorpresa, circa il 13% delle case in cui non vivono fumatori consente comunque ai visitatori di fumare. In Italia il 75,8% di case ha una restrizione totale del fumo, mentre il 13,4% di case ha una restrizione parziale e il restante 10,8% non ha alcuna restrizione. “L’Italia, grazie alla Legge Sirchia del 2005, è stata il primo Paese europeo, con l’Irlanda, a vietare il fumo al chiuso negli ambienti pubblici e nei luoghi di lavoro. Nonostante ciò, gli ambienti privati, in particolare le abitazioni, rimangono luoghi comuni per il fumo e l’esposizione al fumo passivo”, commenta Silvano Gallus, responsabile del Laboratorio di Ricerca sugli Stili di Vita dell’Istituto Mario Negri. “C’è da sottolineare che, se ripetessimo oggi lo studio, otterremmo un risultato meno favorevole per l’Italia rispetto agli altri Paesi, dal momento che molti governi europei hanno recentemente adottato efficaci strategie di controllo del tabagismo come l’aumento delle accise sui prodotti di tabacco o il rimborso sui trattamenti per la cessazione del fumo. Questo in Italia continua a mancare.”
2 dicembre 2024 – In Italia cresce la variante Xec di Covid-19. Dai dati preliminari, relativi al mese di novembre, al giorno 24, emerge “una predominanza di KP.3.1.1”. “E’ ancora in crescita la proporzione di sequenziamenti attribuibili al lignaggio ricombinante Xec”, riporta il monitoraggio della cabina di regia ministero della Salute-Iss, diffuso online dall’Istituto superiore di sanità. Report che rileva una percentuale di reinfezioni pari al “42% circa, in lieve aumento rispetto alla settimana precedente”.
“La variante Xec, che sta crescendo molto e arriverà a breve a essere dominate da qui a Natale, è come dire più tranquilla rispetto alle altre degli anni passati, meno aggressiva e più debole” spiega all’Adnkronos Salute il virologo Mauro Pistello, direttore dell’Unità di virologia dell’Azienda ospedaliera universitaria di Pisa e tra i fondatori della rete di sequenziamento dell’Istituto superiore di sanità che monitora le varianti Covid. “La situazione Covid in Italia vede una sintomatologia più leggera della malattia rispetto al passato. L’interessamento polmonare non c’è quasi mai, oggi l’infezione nell’80% dei casi è lieve e solo nell’1% dei contagiati c’è una situazione veramente critica. Lo vediamo anche nel numero dei decessi che sta calando ogni settimana”. “Sarà che la maggior parte degli italiani ha fatto la malattia ed è stata vaccinata. Abbiamo, poi, una sintomatologia molto sovrapponibile a quella dei virus influenzali (mal di gola, febbre, dolori muscolari) che difficilmente permette di capire se abbiamo di fronte l’influenza o il Covid”.
“Esprimiamo soddisfazione per l’assegnazione dei 3 bandi AIFA per la ricerca indipendente. Si tratta di un passo avanti molto importante per sostenere gli studi no profit in oncologia. Il potenziale della ricerca oncologica in Italia è significativo e le nostre sperimentazioni sono all’avanguardia, ma servono più finanziamenti pubblici. Vi sono, inoltre, forti criticità nella disponibilità di personale e di una solida infrastruttura digitale. Oggi, in Italia, solo il 15% degli studi è no profit. Questi elementi impongono un cambio di passo e l’impegno dell’Agenzia Italiana del Farmaco sta andando nella direzione giusta. I 3 bandi, infatti, riguardano studi di sequenza terapeutica, che possono ottimizzare l’efficacia delle opzioni terapeutiche disponibili nell’intero percorso di cura del paziente”. È il commento di Francesco Perrone, Presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), alla pubblicazione dei vincitori dei 3 bandi AIFA sulla ricerca indipendente nel tumore del polmone non a piccole cellule (Dipartimento di Oncologia, Università di Torino), nel carcinoma renale (Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori, Milano) e nell’epatocarcinoma (ASL Napoli 1 Centro, Napoli). Il finanziamento complessivamente previsto è pari a 7 milioni e 500mila euro (due milioni e cinquecentomila euro per ogni bando).
In un anno (2021-2022), nel nostro Paese, gli studi clinici non sponsorizzati dall’industria farmaceutica sono passati dal 22,6% al 15% del totale. “Una diminuzione di oltre il 7% solo in 12 mesi, segno di un impoverimento del sistema della ricerca no profit in Italia. Questo, per l’oncologia, rappresenta un problema molto rilevante – sottolinea Evaristo Maiello, Presidente della Federation of Italian Cooperative Oncology Groups (FICOG) -. È molto importante che siano promossi anche altri bandi AIFA per la ricerca indipendente che, se supportata, può realizzare la triplice missione di migliorare la pratica clinica, aumentare il livello di conoscenza sui nuovi farmaci e fungere da supporto alle politiche di rimborsabilità”.
Nell’ultima settimana monitorata, dall’11 al 17 novembre, i casi stimati di sindrome simil-influenzale, rapportati all’intera popolazione italiana, sono stati circa 418.000, per un totale di circa 1.792.000 casi a partire dall’inizio del monitoraggio che potrebbero avere gia’ raggiunto in questi giorni i due milioni di casi. Lo afferma l’ultimo bollettino della sorveglianza RespiVirNet, appena pubblicato, secondo cui l’incidenza delle sindromi simil-influenzali (ILI) è in lieve aumento rispetto alla settimana precedente con un livello pari a 7,1 casi per mille assistiti (6,5 nella settimana precedente) e minore di quello osservato nella scorsa stagione (8,2 nella settimana 2023-4). Maggiormente colpiti i bambini sotto i cinque anni di età con un’incidenza pari a 15,9 casi per mille assistiti (13,7 nella settimana precedente).
In metà delle Regioni/PPAA italiane il livello dell’incidenza è sopra la soglia basale. Durante la prima settimana di sorveglianza virologica per la stagione 2024/2025, si registra una limitata circolazione dei virus influenzali. Su 1.038 campioni clinici ricevuti dai diversi laboratori afferenti alla rete RespiVirNet, 17 (1,6%) sono risultati positivi al virus influenzale, 14 di tipo A e 3 di tipo B. Tra i campioni analizzati, 29 (2,8%) sono risultati positivi per SARS-CoV-2, 15 (1,4%) per RSV e i rimanenti 273 sono risultati positivi per altri virus respiratori, di cui: 185 (17,8%) Rhinovirus, 37 Adenovirus, 25 virus Parainfluenzali, 20 Coronavirus umani diversi da SARS- CoV-2, 3 Metapneumovirus e 3 Bocavirus.
22, novembre 2024 – “Negli ultimi anni il numero assoluto di studi no profit e non sponsorizzati sta progressivamente riducendosi. I finanziamenti per la ricerca scientifica in Italia sono estremamente ridotti: l’80% degli studi è sostenuto da aziende farmaceutiche (profit), e solo il 20% è ‘no profit’, quelli cosiddetti accademici”. A evidenziarlo è Giampaolo Tortora, direttore del Comprehensive cancer center della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli Irccs di Roma, nel corso della presentazione della campagna nazionale “La ricerca siamo noi. Tutti insieme, dalla scienza alla cura”, promossa dall’Accademia del paziente esperto Eupati Aps (AdPee) oltre a 47 tra associazioni pazienti, accademie e aziende sanitarie, società scientifiche e centri di ricerca, presentata oggi presso l’Ospedale Isola Tiberina – Gemelli Isola.
Nonostante l’Italia abbia sempre avuto “un ruolo di leadership nella ricerca clinica”, ha spiegato Tortora, la riduzione degli studi no profit “è un grave danno”, perché la ricerca clinica “ha un impatto a diversi livelli: scientifico, sanitario, ma anche sullo sviluppo delle attività assistenziali del Paese”. Dal punto di vista scientifico “dà la possibilità di sviluppare farmaci e farli arrivare ai pazienti molto prima rispetto a quando saranno disponibili una volta terminato il percorso”, mentre a livello sanitario “permette di ottenere farmaci quando ancora sono in fase di sviluppo precoce e soprattutto la possibilità di partecipare a tale sviluppo”. Un impatto, quello della ricerca, anche a livello economico: “Analisi recenti dimostrano il risparmio sui costi ‘evitati'”, ha affermato il professore. “Nelle sperimentazioni oltre al nuovo farmaco vengono forniti anche i farmaci standard, di conseguenza se ne giova il Ssn. Inoltre per ogni euro investito il guadagno pubblico è di 3 euro, e nel caso di studi per farmaci oncologici addirittura 3,35”. “Possiamo definire come una sorta di alleanza o di patto quello che si realizza tra i ricercatori, i clinici e i pazienti”, ha concluso Tortora, che ha evidenziato: “Solo una struttura ben organizzata, dotata di personale qualificato e competenze specifiche può assicurare in loco la traslazione della ricerca dal laboratorio al letto del malato”.
Ogni minuto, nei paesi Ocse,- come riporta quotidianosanita.it- si stima che 11 persone ricevano una diagnosi di cancro, con conseguenze di vasta portata per i sistemi sanitari, le economie e le società. Il cancro causa una morte prematura su 4, danneggia la qualità della vita delle persone, la loro capacità di lavorare e il loro reddito. Aumenta la spesa sanitaria e danneggia l’economia attraverso una ridotta partecipazione alla forza lavoro e produttività. E i costi economici e sociali legata a questa malattia cresceranno con l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei costi delle cure contro il cancro. E’ quanto evidenzia il report Ocse Tackling the Impact of Cancer on Health, the Economy and Society.
E ancora prosegue la testata: Il report documenta la solida motivazione economica e sociale che è alla base dell’investimento in politiche contro il cancro. La microsimulazione per 51 paesi (tra cui paesi OCSE, Unione Europea e G20) mostra che un’azione più forte contro il cancro produrrebbe ampi benefici: se tutti i paesi facessero come il paese con le migliori prestazioni nella cura del cancro, si preverrebbe un quarto delle morti premature per cancro. Per quanto riguarda l’Italia, il nostro Paese si piazza sopra la media europea e Ocse quanto a sopravvivenza dei pazienti con cancro del colon-retto, sotto la media Ocse ma sopra la media Ue nel cancro del polmone e di nuovo sopra tutte le media per il cancro del seno (sopravvivenza netta a 5 anni standardizzata per età 2010-2014). Quando alla copertura degli screening di prevenzione, siamo sopra la media Ocse e Ue per il cancro del seno, sotto media Ocse e Ue per il cancro della cervice uterina e del colon retto.
Secondo le nuove stime,- si legge ancora- il cancro costa ai sistemi sanitari Ocse un totale di 449 miliardi di euro all’anno, aumentando la spesa sanitaria del 6% rispetto a uno scenario privo di tumori nel mondo. Questa cifra è superiore al bilancio sanitario annuale totale della Francia (che si aggira attorno ai 270 miliardi di euro). A livello sociale, il cancro riduce il mercato del lavoro di 3,1 milioni di lavoratori a tempo pieno attraverso una riduzione della produttività e delle ore lavorate, e fa calare la produzione della forza lavoro di 163 miliardi di euro all’anno, più o meno l’equivalente del prodotto interno lordo (PIL) annuo dell’Ungheria. Questi costi sono destinati ad aumentare, per tre motivi principali: il solo invecchiamento della popolazione porterà a un aumento della spesa sanitaria per il cancro. Supponendo che l’incidenza e i tassi di sopravvivenza al cancro per fascia d’età rimangano invariati, la spesa sanitaria pro capite per il cancro crescerà del 67% tra il 2023 e il 2050, in media, nell’Ocse.