13, febbraio 2024 – Un semplice test della saliva per la diagnosi del tumore al seno: grazie ad un piccolo dispositivo portatile delle dimensioni di una mano, poche gocce di saliva sono infatti sufficienti a rilevare le molecole-firma del cancro, i cosiddetti biomarcatori, fornendo i risultati nel giro di 5 secondi invece di giorni o settimane. L’innovativo sensore è stato messo a punto da un gruppo di ricercatori guidato dall’Università americana della Florida e dall’Università Nazionale Yang Ming Chiao Tung di Taiwan, che ha utilizzato la piattaforma Arduino, nata in Italia nel 2005 proprio con lo scopo di realizzare dispositivi, sensori e apparecchi elettronici in modo semplice e alla portata di tutti. I risultati sono stati pubblicati sul Journal of Vacuum Science & Technology B.
Il dispositivo utilizza strisce di carta trattate con anticorpi specifici che si legano ai biomarcatori tipici del tumore al seno in seguito all’invio di impulsi elettrici. Il biosensore richiede solo una goccia di saliva e può fornire risultati accurati anche se la concentrazione delle molecole-firma del cancro è bassissima, nell’ordine di un quadrilionesimo di grammo (che equivale a un femtogrammo) per millilitro.
“In molti luoghi, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, tecnologie avanzate come la risonanza magnetica non sono sempre disponibili”, spiega Hsiao-Hsuan Wan dell’Università della Florida che ha guidato lo studio. “La nostra tecnologia è molto più economica: la striscia reattiva costa solo pochi centesimi e il circuito riutilizzabile costa circa 5 dollari. Siamo entusiasti – aggiunge Wan – della possibilità di avere un impatto significativo in aree in cui le persone non hanno forse mai avuto le risorse per i classici test di screening per il tumore al seno”.
Le persone che hanno avuto il cancro spesso sperimentano dolore continuo, ma un nuovo studio rivela che essere fisicamente attivi può aiutare a ridurne l’intensità. La ricerca, guidata dall’American Cancer Society, è pubblicata sulla rivista Cancer.
Sebbene sia stato dimostrato che l’attività fisica riduce vari tipi di dolore, i suoi effetti sul dolore correlato al cancro non sono chiari. Per indagare su questo, il team di ricerca ha analizzato le informazioni relative a 51.439 adulti senza una storia di cancro e 10.651 con una diagnosi di neoplasia pregressa. Ai partecipanti è stato chiesto come valutassero in media il loro dolore, con risposte che andavano da 0 (nessun dolore) a 10 (il peggior dolore immaginabile) e se praticassero attività fisica abitualmente. Sulla base delle risposte dei partecipanti, la ricerca ha evidenziato che, per le persone che avevano avuto il cancro in passato e per quelle senza una storia di neoplasia, una maggiore attività fisica era collegata a una minore intensità del dolore. L’entità dell’associazione era simile per entrambi i gruppi studiati, cosa che indica che l’esercizio fisico può ridurre il dolore correlato al cancro proprio come fa per altri tipi di dolore studiati in passato. Le linee guida statunitensi raccomandano da 150 minuti (2 ore e 30 minuti) a 300 minuti (5 ore) a settimana di attività aerobica a intensità moderata, o da 75 minuti (1 ora e 15 minuti) a 150 minuti (2 ore e 30 minuti) a settimana di attività aerobica a intensità vigorosa.
Tra i partecipanti con una diagnosi di cancro in passato, quelli che superavano i termini fissati dalle linee guida avevano il 16% in meno di probabilità di riportare dolore da moderato a grave rispetto a quelli che non riuscivano a soddisfarli. Inoltre, rispetto alle persone rimaste inattive, coloro che erano costantemente attivi o lo sono diventati in età adulta hanno riferito meno dolore.
Servizi di prevenzione e cura più carenti, minore spesa pubblica sanitaria, più lunghe distanze da percorrere per ricevere assistenza, soprattutto per le patologie più gravi: è sempre più ampio il divario sanitario tra Sud e Nord Italia, con il meridione che vede in generale peggiori condizioni sanitarie e mortalità per tumori più elevata. È quanto emerge dal report ‘Un Paese, due cure. I divari Nord-Sud nel diritto alla salute’, promosso da Svimez in collaborazione con Save the Children e presentato oggi. “Aumentare la spesa sanitaria – si legge nel rapporto – è la priorità nazionale.
Andrebbe inoltre corretto il metodo di riparto regionale del Fondo per tenere conto dei maggiori bisogni di cura nei territori a più elevato disagio socio-economico. L’autonomia differenziata, inoltre, rischia di ampliare le disuguaglianze nelle condizioni di accesso al diritto alla salute”.
La crescita della spesa sanitaria, rileva il report, si è arrestata dopo l’emergenza Covid, “con i divari territoriali che restano ampi”. In base alle recenti valutazioni del Crea (Centro per la ricerca economica applicata in sanità), sono il 6,1% le famiglie italiane in povertà sanitaria, perché hanno riscontrato difficoltà o hanno rinunciato a sostenere spese sanitarie. Nel Mezzogiorno la quota la povertà sanitaria riguarda l’8% dei nuclei familiari, una percentuale doppia rispetto al 4% del Nord-Est (5,9% al Nord-Ovest, 5% al Centro). Sempre nel meridione, la speranza di vita è minore al Sud di 1,5 anni: più alta anche la mortalità per tumore, pari al 9,6 per 10 mila abitanti per gli uomini rispetto a circa l’8 del Nord. equità del Ssn. “I dati del report – sottolinea il dg della Svimez Luca Bianchi – offrono la fotografia preoccupante di un divario di cura che si traduce in minori aspettative di vita e più alti tassi di mortalità per le patologie più gravi nelle regioni del Mezzogiorno. Rafforzare la dimensione universale del Sistema sanitario nazionale è la strada per rendere effettivo il diritto costituzionale alla salute”.
“La condizione di povertà familiare – afferma da parte sua Raffaela Milano, responsabile dei Programmi Italia – Europa di Save the Children – incide fortemente sui percorsi di prevenzione e sull’accesso alle cure da parte dei bambini. È necessario un impegno delle istituzioni a tutti i livelli per assicurare una rete di servizi di prevenzione e cura per l’infanzia e l’adolescenza all’altezza delle necessità, con un investimento mirato nelle aree più deprivate”.
7 febbraio 2024 – La vaccinazione contro Covid-19 in gravidanza non ha effetti nocivi sul nascituro e potrebbe anzi contribuire a prevenire alcune complicanze alla nascita. Una nuova conferma arriva dal più grande studio finora realizzato sull’argomento. La ricerca, coordinata dal Karolinska Institutet di Stoccolma, è stata illustrata sul Journal of the American Medical Association (Jama). “La vaccinazione durante la gravidanza è stata associata a tassi ridotti di Covid-19 nelle donne incinte e nei loro neonati. Sulla base di questi risultati e di un attento monitoraggio degli esiti potenzialmente avversi, diverse autorità hanno raccomandato la vaccinazione durante la gravidanza”, ricordano i ricercatori. Tuttavia, “le preoccupazioni sugli effetti avversi sul feto e sui neonati hanno portato a tassi di vaccinazione più bassi tra le donne incinte rispetto alla popolazione generale della stessa età”.
Il nuovo studio ha preso in considerazione circa 200 mila bambini nati in Svezia e Norvegia tra giugno 2021 e gennaio 2023 e lo stato vaccinale delle rispettive mamme. L’analisi ha mostrato che i bambini nati da donne vaccinate con vaccino a mRNA contro Covid-19 durante la gravidanza non solo non avevano maggiori probabilità di complicanze alla nascita, ma avevano un rischio più basso di soffrire di alcuni problemi, come l’emorragia cerebrale o l’asfissia neonatale. Più basso anche il rischio di mortalità neonatale (-32%). “Covid-19 è ancora presente nella società ed è probabilmente qualcosa con cui dovremo fare i conti per molto tempo. È quindi molto importante per le 100 mila donne che rimangono incinte ogni anno in Svezia e per le 130 milioni nel mondo sapere che la vaccinazione con vaccini mRNA contro il Covid-19 è sicura per i loro bambini”, commenta in una nota il primo firmatario dello studio Mikael Norman.
L’inquinamento dell’aria si sta dimostrando un fattore di rischio sempre più rilevante per l’insorgenza del cancro, in particolare per il cancro al polmone. A sottolinearlo è il presidente della Fondazione AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), Saverio Cinieri. Della stessa opinione anche Paolo Vineis, ordinario di Epidemiologia ambientale all’Imperial College di Londra, che rileva come siano “migliaia ogni anno i casi di cancro in Italia collegabili all’inquinamento ambientale e dell’aria”.
“Finora – spiega Cinieri in occasione del Convegno nazionale ‘Close the Care Gap’ – si sono considerati i siti di interessi quali l’Ilva e la Terra dei fuochi, con una sensazione legata all’aumento del rischio di cancro. Ora però abbiamo un dato mondiale, pubblicato, che ci dice che laddove c’è un maggiore inquinamento dovuto ad automobili, riscaldamento e fumi dei camini c’è una maggiore propensione ad una manifestazione precoce di un gene, chiamato Gfr, che è causa di cancro al polmone soprattutto nelle donne non fumatrici. Si tratta di una dato importante, su cui stiamo lavorando”. Le polveri sottili PM2. 5, afferma Vineis, “sono dichiarate dall’Oms fra i cancerogeni certi per l’uomo (Gruppo 1) e si stimano circa 4,5 milioni di morti l’anno nel mondo per varie cause collegate all’inquinamento atmosferico”. Un ambito il cui studio si sta ora approfondendo anche attraverso una nuova branca di ricerca, l’Esposoma: “Si tratta dello studio e del riconoscimento degli inquinanti ambientali e del loro effetto sulle cellule dell’organismo umano”. Ad oggi, sottolinea, “sappiamo che sono numerose le sostanze inquinanti che vengono rilevate nel sangue umano ed il punto è che non conosciamo ancora gli effetti della loro interazione”.
Ma a pesare sono anche altri cattivi stili di vita. Errata alimentazione, sedentarietà, fumo di sigaretta, alcol: “Su questi fronte gli italiani purtroppo – afferma Cinieri – sono ancora messi male. Il consumo di alcol, ad esempio, persiste ma è più comune al nord che al sud, mentre la sedentarietà è più comune al sud nei giovani rispetto alle regioni del nord. Sul fronte alimentare va invece segnalato che il consumo di frutta e verdura è bassissimo al sud e nelle isole, eppure in queste zone si producono ampiamente frutta e verdura. Produciamo cioè prodotti salutari che non consumiamo e questo è un grave errore”. Da qui i consigli per uno stile di vita sano, con una funzione preventiva anche contro i tumori. Principi che dovrebbero ormai essere noti ma che, purtroppo, non sono ancora applicati adeguatamente: “Niente fumo, ridurre fortemente l’alcol, seguire una dieta il più vicino possibile a quella mediterranea riducendo i consumi di carne rossa e con fritta e verdure da consumarsi da 3 a 7 volte al giorno, ed infine – conclude Cinieri – aumentare l’attività fisica”.
5, febbraio 2024 – L’influenza rallenta ancora. Nell’ultima settimana sono stati 584 mila i casi di sindromi simil-influenzali registrati, secondo l’ultimo bollettino RespiVirNet dell’Istituto superiore di sanità, quasi 100 mila in meno rispetto alla scorsa settimana. Con i contagi dell’ultima settimana, sono oltre 10 milioni gli italiani messi a letto da sindromi simil-influenzali dall’inizio della stagione. Nella settimana compresa tra il 22 e il 28 gennaio, l’incidenza delle sindromi simil-influenzali è risultata pari a 9,9 casi per mille abitanti, (era 11,7 nella settimana precedente). L’incidenza scende in tutte le fasce di età. I bambini con meno di 5 anni restano i più colpiti con 28,5 casi per mille. L’incidenza è invece 10,64 per mille nella fascia 5-14 anni, 9,25 in quella 15-64 anni, 5,97 negli over-65. Tra le Regioni, solo la Sicilia registra un’intensità alta con 16,85 casi per mille. Scende anche la proporzione dei campioni positivi ad influenza sul totale dei campioni analizzati: è il 14,5% rispetto al 19,9% della settimana precedente.
In Italia circa un quarto delle morti per cancro è riconducibile a bassi livelli di istruzione. Quasi 30mila (29.727) decessi oncologici nel 2019 nel nostro Paese, nella popolazione fra 30 e 84 anni, sono infatti correlabili alla scarsa scolarità (22.271 morti negli uomini e 7456 nelle donne), come evidenziato in uno studio pubblicato sul ‘Journal of Public Health’. Tra i determinanti socioeconomici in grado di influire sulla mortalità da cancro rientra pertanto il livello del ciclo di studi, che spesso condiziona anche la successiva capacità di reddito. Una diagnosi di cancro, inoltre, può causare ulteriori difficoltà economiche nei pazienti. È la cosiddetta tossicità finanziaria, che colpisce il 26% delle persone con neoplasia ed è legata a diversi fattori, tra cui i costi che i malati devono sostenere per recarsi nei luoghi di cura. Basti pensare che, nel 2022, in Italia quasi 28mila pazienti oncologici hanno cambiato Regione per curarsi, in particolare per un intervento chirurgico. Ma servono strumenti per individuare tutte le cause della tossicità finanziaria e proporre alle Istituzioni le soluzioni per porvi rimedio. È italiano il primo questionario al mondo in grado non solo di misurare questa condizione ma anche di definirne i motivi nel contesto di un servizio sanitario pubblico. Se ne parla al Convegno nazionale “Close the Care Gap”, promosso dall’Istituto Superiore di Sanità, AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Fondazione AIOM, con l’intervento di Rocco Bellantone, Presidente dell’ISS, che ospita l’evento. Il Convegno si svolge alla vigilia della Giornata Mondiale contro il Cancro (World Cancer Day), che si celebra il 4 febbraio e vuole sensibilizzare i cittadini sulle differenze nell’accesso alle cure.
“La tossicità finanziaria interessa anche i pazienti di sistemi sanitari universalistici come il nostro – spiega Francesco Perrone, Presidente AIOM -. Abbiamo già dimostrato, in uno studio su 3.760 cittadini con tumore in Italia, che al momento della diagnosi il 26% deve affrontare problemi di natura economica e il 22,5% peggiora questa condizione di disagio durante il trattamento. Questi ultimi, inoltre, hanno un rischio di morte nei mesi e anni successivi del 20% più alto. Alla luce di questi dati, ci siamo chiesti quali fossero le cause. Da qui il questionario PROFFIT (Patient Reported Outcome for Fighting Financial Toxicity), composto da 16 affermazioni sui cui i pazienti sono chiamati a esprimere o meno il loro assenso. Negli Stati Uniti è stato sviluppato COST, un questionario composto da 11 affermazioni che esplorano e misurano le conseguenze, prevalentemente psicologiche, della tossicità finanziaria, senza però indagarne le cause, che vengono date per scontate. In PROFFIT, invece, 9 affermazioni riguardano proprio le cause delle difficoltà economiche e 7 ne misurano le conseguenze”. Le 16 affermazioni di PROFFIT toccano diversi temi, a partire dalla qualità della interazione tra il paziente e gli operatori sanitari e dalla capacità di questi ultimi di parlarsi e costruire una rete di accoglienza, in cui il malato si senta preso in carico, fino alle spese che il sistema non copre. “Alcune uscite – continua il Presidente Perrone – riguardano il ricorso più o meno frequente alla sanità privata. Altre toccano farmaci supplementari o integratori, oppure trattamenti aggiuntivi utili, ad esempio la fisioterapia che è difficile praticare nel sistema pubblico. Poi c’è la logistica: la distanza tra la casa e il luogo dove si ricevono le cure e le spese di trasporto da sostenere. E questo non solo nei casi estremi di migrazione sanitaria da Sud a Nord. I problemi possono nascere per raggiungere dalla provincia i centri specialistici nelle grandi città. Insomma, una serie di determinanti, sui quali vogliamo sensibilizzare i decisori politici e gli amministratori, che possono mettere in campo politiche di cambiamento. PROFFIT è a disposizione della comunità scientifica ed è stato validato in lingua inglese per la sua applicazione anche nel Regno Unito, perché è utile in tutti i contesti in cui vi sia un sistema sanitario pubblico. È importante che nessun cittadino, dalla prevenzione all’accesso alle cure, sia lasciato indietro. Per questo chiediamo più investimenti e più personale, anche per liberare i clinici dai troppi adempimenti burocratici. L’Oncologia è un cardine del Servizio Sanitario Nazionale, ma va sostenuta con misure strutturali”.
“L’Oncologia italiana, se adeguatamente supportata, può affermarsi come un motore di sviluppo in ambito non solo scientifico, ma anche economico e sociale – spiega Mauro Biffoni, Direttore Dipartimento Oncologia e medicina molecolare dell’ISS -. La qualità del nostro Sistema Sanitario è testimoniata dalla sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi, che presenta tassi più alti rispetto alla media europea nei tumori più frequenti. La ‘Giornata Mondiale contro il Cancro’ vuole evidenziare le differenze nelle cure. Anche in Italia vi sono disparità che devono essere superate, perché nessuno rimanga indietro e tutti possano accedere non solo alle terapie più efficaci ma anche ai programmi di screening, indipendentemente dal luogo in cui vivono”.
Nel 2023, in Italia, sono state stimate 395.000 nuove diagnosi di tumore. “Le persone con un alto livello di istruzione – afferma Saverio Cinieri, Presidente Fondazione AIOM – dispongono di più strumenti per comprendere l’importanza della prevenzione, per interpretare le informazioni utili sui sintomi della malattia e per adottare comportamenti che possono influire sull’efficacia delle terapie. Da qui il tasso di mortalità per cancro più elevato nei cittadini meno istruiti. È necessario potenziare le azioni volte a diffondere l’adozione consapevole di uno stile di vita sano e attivo in tutte le età, promuovendo campagne mirate. La sedentarietà disegna un gradiente sociale a svantaggio delle persone con maggiori problemi economici o bassa istruzione, fra le quali raggiunge il 43% rispetto al 25% dei cittadini che non vivono questa condizione. E l’obesità è pari al 17% fra gli individui con svantaggio sociale rispetto al 9% di chi non ne riferisce. Nel 2022, la prevalenza del fumo fra le persone con molte difficoltà economiche era pari al 37% ed analoga a quanto si osservava nel 2008, mentre fra chi non ha problemi finanziari la quota di fumatori è scesa dal 27% al 22% fra il 2008 e il 2022. Accanto alla prevenzione primaria è necessario migliorare, soprattutto nelle Istituzioni, la consapevolezza del legame fra inquinamento atmosferico e cancro”.
“L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rilasciato ripetuti aggiornamenti delle linee guida per la qualità dell’aria – sottolinea Paolo Vineis, Ordinario di Epidemiologia Ambientale all’Imperial College di Londra -. I limiti raccomandati per il PM2.5, il particolato fine che è considerato cancerogeno per l’uomo, sono passati da 10 a 5 microgrammi per metro cubo. Nell’ottobre 2022, la Commissione Europea ha proposto una nuova Direttiva per allinearsi con le linee guida OMS e per raggiungere l’ambizioso obiettivo di ‘inquinamento zero’ fissato dalla Commissione per il 2050, che comporterebbe, tra l’altro, la riduzione del numero di morti premature attribuibili al particolato fine del 55% al 2030, rispetto al 2005. La norma italiana prevede attualmente un valore medio massimo annuale per il PM2.5 di 25 microgrammi per metro cubo. Nel 2023 quattro Regioni, tutte nella Pianura Padana, una delle aree più inquinate in Europa, si sono opposte alla revisione della Direttiva europea sulla qualità dell’aria, chiedendo valori limite degli inquinanti meno stringenti rispetto a quanto proposto e una deroga temporale. L’Italia, pertanto, rischia di rimanere indietro nella lotta al cambiamento climatico e all’inquinamento ambientale, avviata dalla Commissione Europea con il Green Deal”.
“Superare le disuguaglianze nel diritto alla cura del cancro è di fondamentale importanza – conclude Adriana Bonifacino, Presidente della Fondazione IncontraDonna -. Il miglior percorso di diagnosi e cura non può essere relazionabile alla Regione, alla città, al territorio di appartenenza. L’offerta dei centri di eccellenza per la cura del cancro e l’innovazione farmacologica non devono trovare ostacoli. I diritti esigibili e l’equità all’accesso alle cure migliori devono essere garantiti, senza discriminazione alcuna. Realizzare e implementare le reti oncologiche non è più opzionabile, è una necessità che le Associazioni di pazienti sentono fortemente. Le Associazioni desiderano portare un contributo concreto alle Istituzioni nazionali e territoriali unitamente alle società scientifiche. Basti pensare quanto sia fondamentale, solo per il carcinoma mammario, affidarsi ai centri di senologia di eccellenza regionale per poter ottenere un 18% in più in termini di sopravvivenza a 5 anni”.
Il 40% dei casi di tumore può essere evitato seguendo stili di vita sani (no al fumo, dieta corretta e attività fisica costante). Il cancro, fra le malattie croniche, è quella che può beneficiare maggiormente della prevenzione primaria, come dimostrato da centinaia di studi scientifici. E la prevenzione deve ispirare l’attività della società scientifica AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e del Ministero della Salute, sia per tutelare la salute dei cittadini che per garantire la sostenibilità del sistema sanitario, ridurre gli accessi ai pronto soccorso e le liste di attesa. Prevenzione oncologica significa anche adesione agli screening e vaccinazione contro il virus HPV, che può portare all’eradicazione dei tumori HPV correlati. E le campagne di informazione devono raggiungere il maggior numero di cittadini di tutte le età, a partire dai più giovani. È questo il senso dell’incontro fra la delegazione di AIOM e il Direttore Generale della Prevenzione del Ministro della Salute, Francesco Vaia, che si è svolto oggi al Ministero della Salute in Via Ribotta. “Siamo convinti che solo grazie a una forte collaborazione con le Istituzioni si possano trasmettere i messaggi della prevenzione a tutti i cittadini – affermano Francesco Perrone (Presidente AIOM) e Saverio Cinieri (Presidente di Fondazione AIOM) -. Ridurre il carico di malattia è un dovere per una società scientifica come AIOM. Dobbiamo sempre più impegnarci perché la prevenzione diventi, anche attraverso la collaborazione con i medici di famiglia, uno strumento quotidiano a partire dai banchi di scuola, per avere adulti sani”.
In Italia, nel 2023, sono state stimate 395.000 nuove diagnosi di tumore. Nel post pandemia si assiste a una ondata di casi, se si considera che, in tre anni, l’incremento è stato di 18.400 diagnosi (erano 376.600 nel 2020).
“Come Direttore Generale della Prevenzione e sotto l’impulso del Ministro Schillaci – spiega Francesco Vaia -, sono particolarmente coinvolto in questa attività e vedo con grande favore lo sviluppo di collaborazioni con società scientifiche come AIOM, perché i tumori rappresentano uno dei grandi temi di sanità pubblica. Oggi grazie alle nuove terapie è possibile cronicizzare la malattia e, in alcuni casi, arrivare alla guarigione. È però fondamentale, proprio per il costante incremento delle nuove diagnosi, cercare di intervenire a tutti i livelli per evitare lo sviluppo della malattia. La collaborazione fra AIOM e la Direzione Generale della Prevenzione del Ministero della Salute si svilupperà già nelle prossime settimane con campagne e attività concrete che coinvolgeranno l’intera popolazione”.
1 febbraio 2024 – Complice la popolazione sempre più anziana, è in aumento in Europa il numero di persone che hanno ricevuto una diagnosi di tumore, oltre 1 su 20, ovvero ben 23,7 milioni di persone (12,8 milioni di donne e 10,9 milioni di uomini); di questi, il 16% con meno di 55 anni al momento della diagnosi (3,74 milioni, di cui 2,32 femmine e 1,42 maschi). E’ emerso da un lavoro coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e dalla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Tra il 2010 e il 2020 il numero totale di casi di cancro in Europa è aumentato in media del 3,5% l’anno e del 41% in totale (da 16,8 a 23,7 milioni), in parte a causa dell’invecchiamento della popolazione. L’aumento è stato più marcato negli uomini (+46%, da 7,47 milioni nel 2010 a 10,9 milioni nel 2020) che nelle donne (+37%, da 9,34 a 12,8 milioni).
Lo studio, pubblicato su Lancet Oncology, ha stimato la prevalenza (il numero totale dei casi, comprendente quelli di nuova diagnosi, quelli in cura, quelli già trattati) nel 2020 analizzando i dati dei registri tumori di 29 Paesi europei partecipanti al programma di ricerca EUROCARE- 6. La ricerca ha coinvolto 61 registri tumori e si è basata sui dati di pazienti diagnosticati a partire dal 1978 e seguiti fino al 2013, coprendo più di 19 milioni di casi di cancro e 32 tipi di tumore analizzati. Ci sono paesi con più casi, tra questi i valori più alti si riscontrano in Germania, Italia, Belgio e Francia (tra 5,861 e 5,603 per 100.000 abitanti).