Archivio degli autori Fabrizio Fiorelli

4 Dicembre 2023

Stress e ansia rafforzano i tumori e indeboliscono le cure

4, dicembre 2023 – Il cancro si nutre di emozioni negative e le “sfrutta” per proteggersi dagli attacchi del sistema immunitario che tentano di fermarlo. E’ per questo che lo stress, l’ansia e la depressione possono compromettere l’esito dei trattamenti immunoterapici, rendendoli meno efficaci e la cura dello stato emotivo diventa centrale come l’uso delle altre terapie.

A dimostrarlo è uno studio condotto dal Netherlands Cancer Institute di Amsterdam e recentemente pubblicato sulla rivista Nature Medicine. I risultati saranno discussi in occasione della nona edizione dell’Immunotherapy e Melanoma Bridge che si concluderà oggi e che ospita l’autore del lavoro, Christian U. Blank. Questi studi non riguardano il melanoma ma indicazioni in tal senso arrivano anche da ricerche sul tumore al polmone non a piccole cellule e sul tumore del colon. Paolo Ascierto, presidente del convegno e direttore del dipartimento di oncologia melanoma, immunoterapia oncologica e terapie innovative dell’Istituto Nazionale dei Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli, spiega che “lo stress può favorire la crescita e la resilienza del tumore, sia attraverso la produzione di una serie di ormoni (come il cortisolo) che lo ‘nutrono’, sia promuovendo la creazione di un microambiente vantaggioso per la proliferazione di metastasi e sia ‘indebolendo’ e ‘corrompendo’ le cellule del sistema immunitario. Il supporto psicologico dall’inizio del percorso di cura può dunque avere una triplice funzione: da un lato può migliorare la qualità della vita del paziente, dall’altro può ridurre il ‘nutrimento’ del tumore e dall’altro ancora sostenere e tutelare la risposta ai trattamenti immunoterapici”. “E’ quindi indispensabile che lo stato emotivo e psicologico del paziente non venga trascurato, ma bisogna considerarlo a tutti gli effetti parte integrante del percorso di cura”, evidenzia Ascierto.

1 Dicembre 2023

Società italiana infertilità, 5mila nati in più da PMA nel 2021

1, dicembre 2023 – I dati della relazione del ministro della Salute al Parlamento sulla legge 40/2004 sulla Procreazione medicalmente assistita (Pma) “ci restituiscono un quadro che i centri specializzati in medicina della riproduzione conoscono bene: dopo la pandemia e i prolungati lockdown, periodi in cui le nostre attività si sono dovute interrompere, a eccezione di quelle urgenti, le coppie hanno sentito il forte bisogno di tornare a perseguire il sogno di diventare genitori, e lo abbiamo visto con un sensibile aumento delle richieste di prime visite e di trattamenti. Il risultato è che nel 2021 sono nati oltre 5.000 bambini in più rispetto all’anno precedente”.

Lo afferma Alberto Vaiarelli, ginecologo, segretario della Società italiana di Infertilità e Sterilità-Medicina della riproduzione (Sifes-MR) e responsabile medico-scientifico del centro Genera di Roma, intervenendo dopo la pubblicazione dei dati della relazione al Parlamento sulla legge 40. La Pma, sottolinea Vaiarelli, “consente oggi di far nascere il 4,2% dei bambini in Italia e con un adeguato supporto anche da parte delle istituzioni pubbliche, attraverso l’implementazione dei Lea su tutto il territorio, campagne di informazione su prevenzione e cura dell’infertilità, si potrebbe fare molto di più per sostenere chi desidera un bambino ma ha problemi nel concepimento, come anche i giovani che devono progettare il loro futuro riproduttivo, consentendo loro di conoscere le regole più semplici per la preservazione della fertilità. Questo consentirebbe di dare un contributo importante alla crisi demografica che investe il nostro Paese”.

30 Novembre 2023

Smog da combustibili fossili fa 5,1 milioni di morti l’anno

L’inquinamento atmosferico dovuto all’uso industriale di combustibili fossili, nella produzione di energia e nei trasporti è responsabile di 5,1 milioni di morti l’anno nel mondo, secondo un nuovo studio pubblicato sul British Medical Journal. Si tratta del 61% degli 8,3 milioni di morti annui totali stimati in tutto il mondo a causa dell’inquinamento dell’aria da tutte le fonti nel 2019. Sono tutte vite che potrebbero essere salvate sostituendo i combustibili fossili con fonti energetiche pulite e rinnovabili, spiegano gli autori del lavoro dell’istituto tedesco Max Planck per la Chimica a Mainz. L’inquinamento dell’aria è il principale fattore di rischio ambientale per la salute, ma pochi studi globali hanno attribuito le morti a specifiche fonti di inquinamento atmosferico finora. Gli esperti hanno valutato le morti in eccesso (il numero di morti oltre a quelle attese in un determinato periodo) utilizzando dati dallo studio Global Burden of Disease 2019, dati satellitari sulle polveri sottili, dati di popolazione e modelli di chimica atmosferica, aerosol. I risultati mostrano che nel 2019, 8,3 milioni di morti in tutto il mondo erano attribuibili a particolato fine (PM2,5) e ozono (O3), di cui il 61% (5,1 milioni) derivanti dai combustibili fossili.

L’inquinamento dell’aria uccide di più in Asia meridionale e orientale, in particolare in Cina con 2,44 milioni di vittime l’anno, seguita dall’India con 2,18 milioni. La maggior parte (52%) delle morti è legata a malattie come cardiopatia ischemica (30%), ictus (16%), malattia polmonare ostruttiva cronica (16%) e diabete (6%). Circa il 20% è probabilmente in parte legato all’ipertensione e a disturbi neurodegenerativi come Alzheimer e Parkinson. Nei paesi ad alto reddito (che dipendono in gran parte dall’energia fossile), circa 460.000 morti l’anno potrebbero potenzialmente essere prevenute eliminando i combustibili fossili, ovvero circa il 90% delle morti legate alle fonti antropogeniche di inquinamento dell’aria. Dato l’obiettivo dell’Accordo di Parigi sul clima di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, “la sostituzione dei combustibili fossili con fonti di energia pulite e rinnovabili avrebbe enormi benefici per la salute pubblica e per il clima”, concludono gli autori.

28 Novembre 2023

Chirurgia, CIC: “Spesa più bassa di media Ue ma si può spendere meglio”

28, novembre 2023 – Rispetto agli altri Paesi europei, l’Italia spende “meno di come dovrebbe”. Ma “spendendo meglio”, con modelli organizzativi adeguati, “sfruttando la rete dei centri”, tenendo presente, “in ogni caso clinico, il rapporto costo-beneficio, si potrebbero ottenere migliori risultati per il paziente a costi minori”. Così Maurizio Brausi, presidente del Collegio italiano dei chirurghi (CIC) a margine di un convegno.

“La spesa sanitaria in chirurgia – spiega – con 2.609 euro pro capite all’anno, è ben più bassa dei 3.269 euro della media europea. Anche il rapporto rispetto al Pil è dell’8,6% contro il 10,9% della media Ue”. Con questi valori, “l’Italia è al 13esimo posto nella graduatoria dei Paesi Ue per spesa pro capite: sotto a Repubblica Ceca e Malta, e molto distante dalla Francia che spende 3.807 euro, e della Germania che spende 4.831 euro pro capite all’anno. E le previsioni per il 2024-26 non sono molto rosee. Da studi Gimbe emerge che ci sarà un definanziamento del -1,3% nel 2024”. Una delle situazioni più critiche “è il numero i medici e infermieri”. Non solo “il numero dei chirurghi va riducendosi – osserva Brausi – anche la formazione dei nostri chirurghi non è congrua. Deve essere modernizzata. In questo Forum si è richiesto alla sanità di indire dei fellowship, dopo la specialità, cioè dei periodi di perfezionamento di 2 anni dopo la specialità che ogni chirurgo potrebbe fare nell’area d’interesse”. Un altro punto critico riguarda i contenziosi medico-legali: “Le denunce da parte dei pazienti che subiscono l’atto chirurgico sono le più alte d’Europa – rimarca il presidente Cic – Nel 90% dei casi finiscono in un nulla di fatto, ma hanno implicazioni importantissime sia dal punto di vista economico che psicologico sul professionista che si trova coinvolto in queste situazioni”. Funzionano come “un deterrente per chi vuole intraprendere la specialità chirurgica”.

27 Novembre 2023

Quasi 7 fumatori su 10 non hanno mai provato a smettere

La maggioranza dei fumatori di sigarette tradizionali (il 68,6%) dichiara di non aver mai provato a smettere di fumare, mentre il 31,4% afferma invece di averci provato. Sull’intenzione di smettere in un prossimo futuro, il 27,2% dichiara che dovrebbe smettere, ma non vuole; il 26,6% dovrebbe smettere ma crede di non riuscire a farlo; il 18,4% vorrebbe smettere, ma non in tempi brevi.

Lo afferma Eurispes presentando i risultati più importanti emersi nelle indagini del 2023 effettuate sul tema “Fumo: nuovi prodotti e riduzione del danno. L’evoluzione del fenomeno in Italia”. Secondo l’indagine, inoltre il 15,5% afferma di non voler assolutamente smettere, il 12,2% si propone di smettere di fumare entro sei mesi. Costante la percentuale di fumatori che dichiarano di voler smettere entro sei mesi rispetto al 2021. “I risultati delle nostre indagini – dichiara il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara – continuano a confermare tre aspetti: il primo che vi è un costante aumento di fumatori che dichiarano di non avere alcuna intenzione di smettere di fumare. Il secondo è legato ai prodotti senza combustione, la cui diffusione va di pari passo con una diminuzione delle sigarette tradizionali o con l’abbandono delle stesse. Il terzo aspetto riguarda la mancanza di informazione sui nuovi prodotti lamentata da quanti hanno partecipato negli anni alle indagini campionarie.” “L’adozione dei dispositivi a tabacco riscaldato è riuscita ad avere un impatto positivo sulla riduzione del consumo di sigarette tradizionali”, si legge nella nota dell’ Eurispes, che ha presentato alcuni dei risultati più importanti emersi nelle indagini del 2023 relative al tema “Fumo: nuovi prodotti e riduzione del danno. L’evoluzione del fenomeno in Italia”. Il 79,5% di chi usa tabacco riscaldato, spiega l’Eurispes, afferma di aver abbandonato le sigarette tradizionali dopo essere passati ai prodotti senza combustione. Prima di adottare i prodotti a tabacco riscaldato l’87% degli intervistati fumava sigarette tradizionali, l’8,8% la sigaretta elettronica, il 2,7% altri prodotti tradizionali del tabacco e solo l’1,5% non utilizzava alcun prodotto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

24 Novembre 2023

Studio: attività fisica intensa 2-3 minuti al giorno allunga la vita

24, novembre 2023 – Pochi minuti di attività fisica intensa, come una corsetta per non perdere l’autobus, possono allungare la vita, ad esempio arrivando fino a quasi dimezzare il rischio di morte per cause cardiovascolari. Lo indica lo studio dell’università di Sydney pubblicato sulla rivista Nature Medicine. Si è visto che brevi e vigorosi atti di attività fisica della durata di uno o due minuti, che si svolgono nell’ambito della vita quotidiana – come una camminata molto veloce – sono associati a una sostanziale riduzione del rischio di morte.

Emmanuel Stamatakis e colleghi hanno analizzato i dati degli accelerometri indossati da 25.241 partecipanti alla UK Biobank, che hanno dichiarato di non praticare attività fisica nel tempo libero (quindi di non andare in palestra o praticare uno sport con regolarità). Per questo gruppo, con un’età media di 61,8 anni, erano disponibili dati sulla mortalità per un periodo medio di 6,9 anni, durante il quale si sono verificati 852 decessi. Gli autori della ricerca hanno riscontrato che le persone che praticavano un’attività fisica intermittente vigorosa (VILPA), definita come un’attività della durata massima di uno o due minuti nel quotidiano, presentavano rischi sostanzialmente ridotti di mortalità per tutte le cause, per cancro e per cause cardiovascolari, rispetto alle persone che non praticavano la VILPA. I ricercatori hanno osservato che tre occasioni di VILPA al giorno, della durata di uno o due minuti ciascuna, sono associate a una riduzione del 38-40% del rischio di mortalità per tutte le cause e per cancro e a una riduzione del 48-49% del rischio di mortalità per malattie cardiovascolari. La riduzione del rischio di mortalità era simile ai benefici di un’attività fisica vigorosa tra i 62.344 partecipanti alla UK Biobank che invece praticavano attività fisica nel tempo libero. Quindi le persone che non possono o non vogliono fare esercizio fisico possono comunque trarre grandi benefici dalle brevi occasioni di attività vigorosa che si verificano nel corso della vita quotidiana, come una breve ma intensa corsa o una passeggiata di buon passo.

23 Novembre 2023

Covid, esperti: malattia da non sminuire per la salute pubblica

23, novembre 2023 – L’infezione gira più di quanto pensiamo, sebbene l’ospedalizzazione non sia più così impattante come in passato, grazie a una riduzione della patogenicità e all’immunizzazione generalizzata. Vi sono però i pazienti fragili, esposti alle conseguenze più gravi del Covid-19 e ai ricoveri in terapia intensiva, da tutelare e da vaccinare, come hanno insegnato i 7 milioni di morti e le 13 miliardi dosi di vaccino somministrate a livello globale. Questa fase si contraddistingue quindi per la protezione della popolazione più fragile, attraverso la campagna di vaccinazione e un uso precoce dei farmaci antivirali, nonché per l’attenzione al Long Covid, i cui studi si stanno sviluppando proprio in questo periodo. Per far fronte a queste esigenze, la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT si è messa alla guida di un progetto educazionale pensato in collaborazione con i colleghi della Società Italiana di Medicina di Emergenza e Urgenza (SIMEU) con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza delle risorse e delle opzioni terapeutiche combinate, per affrontare il Covid tra i diversi clinici coinvolti, a partire dai medici di medicina generale della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie – SIMG, fino ai diversi specialisti coinvolti nella cura della fase più avanzata della malattia e nel Long COVID. “Finalmente le nuove linee guida OMS del 10 novembre scorso identificano le priorità tra i pazienti che con infezione da SARS-CoV-2 necessitano di accedere alla terapia precoce – evidenzia Emanuele Nicastri, membro direttivo SIMIT e Direttore UOC Malattie Infettive Alta Intensità di Cura INMI Spallanzani – sono tutti gli immunocompromessi per i motivi più diversi. Il rischio di ricovero o decesso arriva sino al 6%. Questi pazienti devono essere sensibilizzati a fare subito il tampone naso-faringeo in caso di sintomi simil influenzali e, in caso di positività, ad accedere immediatamente alla terapia precoce antivirale attraverso i medici di medicina generale o gli ambulatori ospedalieri di terapia antivirale precoce”. Il programma educativo a cui stanno lavorando le società scientifiche SIMIT, SIMG, SIMEU mira a migliorare le conoscenze a partire dalla patogenesi, dalle caratteristiche cliniche e dalla storia naturale dell’infezione da SARS-CoV-2 per migliorare la gestione clinica del paziente. “Oggi la lotta al COVID parte dal territorio, grazie alla possibilità di accesso a terapie preventive che possono essere somministrate a seguito di diagnosi precoci – sottolinea Claudio Mastroianni, Presidente SIMIT -. Per favorire le diagnosi precoci è fondamentale una sinergia tra diverse discipline, con i medici di famiglia che possono identificare i pazienti più fragili e inviarli al trattamento, in virtù anche delle migliori conoscenze di cui oggi disponiamo. A questo si aggiunge la necessità di una maggiore attenzione per i disturbi post COVID, che, in quanto malattia multifattoriale, necessita di un approccio multidisciplinare, in cui l’infettivologo si conferma il regista dell’azione”. In questo quadro aggiornato anche la medicina di emergenza-urgenza gioca un ruolo strategico. “In queste settimane in cui pure i contagi corrono, si denota un numero limitato di patologie acute, che colpiscono prevalentemente i pazienti anziani fragili – sottolinea Alessandro Riccardi, Consigliere nazionale SIMEU e Responsabile della formazione – diventa pertanto opportuno condividere un approccio con gli infettivologi che preveda maggiore dinamicità nel processo assistenziale, superando il concetto dei reparti COVID, mentre ogni specialità dovrebbe prendere in carico i propri pazienti e lasciare agli infettivologi il paziente con il maggiore coinvolgimento polmonare e una malattia da COVID più elevata, prestando attenzione soprattutto alle comorbidità. Si deve ripensare anche la gestione intraospedaliera, che deve svilupparsi all’insegna di una maggiore elasticità nei reparti”.

22 Novembre 2023

Influenza, raggiunto il picco delle vaccinazioni

22, novembre 2023 – Ferve l’attività di somministrazione del vaccino antinfluenzale negli studi dei medici di famiglia per fragili, anziani, categorie a rischio, per le quali l’immunizzazione è fortemente raccomandata.
Il picco delle somministrazioni in queste fasce di popolazione si può dire raggiunto, secondo Claudio Cricelli, presidente Simg, Società italiana di medicina generale e delle cure primarie. L’influenza come somministrazioni “è a buon punto, direi a tre quarti dell’obiettivo da raggiungere -specifica infatti Cricelli – E coloro la fanno tradizionalmente, quindi gli ultra sessantenni, le persone con patologie, i grandi anziani, le persone vulnerabili, hanno già fatto il vaccino. E ormai ci sono tutti gli appuntamenti pieni fino ai primi di dicembre. Il grosso della vaccinazione viene effettuata fino ai primi di dicembre, quindi al massimo fra una decina di giorni noi avremo fatto la maggior parte dei vaccini”. I medici propongono ai fragili il vaccino Covid assieme a quello per l’influenza con “una buona adesione”. “C’è ormai una tradizione – aggiunge – per cui anche se non riusciamo a raggiungere gli obiettivi ideali che sono quelli di avere 12-13 milioni di vaccini, una larga parte della popolazione che ne ha diritto viene vaccinata ed è abituata a fare il vaccino. Soprattutto gli anziani sono ben abituati a questo. Ne stiamo vaccinando tantissimi. In moltissime Regioni, poi, poiché coloro che devono vaccinarsi appartengono grossomodo alla stessa categoria, quindi sopra i 65 anni, persone con patologie,a rischio, viene effettuata la doppia vaccinazione nella stessa seduta. Questa ormai è una procedura consolidata”. Chi non si è ancora vaccinato è invitato dai medici di famiglia a farlo, meglio se in tempi stretti. “La protezione contro l’influenza – conclude Cricelli – avviene dopo 10-15 giorni dalla somministrazione del vaccino. Quindi prima ci si vaccina, meglio è. Chi si vaccina in questo momento sarà protetto ai primi di dicembre, quindi il consiglio è anticipare la vaccinazione e non aspettare l’ultimo momento. Ma comunque, anche se ci si ricorda tardi, vale la pena di farla lo stesso. I vaccini ci sono, ce ne sono in quantità sufficienti a coprire tutto il fabbisogno e la richiesta”.

21 Novembre 2023

Alimentazione, 10 anni di vita in più per chi passa a dieta sana

21, novembre 2023 – Più cereali integrali, frutta secca, frutta. Meno bevande zuccherate e carni lavorate. Se una quota crescente di popolazione si converte a una dieta sana, l’aspettativa di vita si impenna e può crescere anche di 10 anni. E’ quanto emerge da uno studio condotto in Uk e pubblicato su ‘Nature Food’, che mostra l’impatto concreto della scelta di spostarsi verso abitudini salutari a tavola. Nel Regno Unito, spiegano gli autori, si stima che le diete malsane causino più di 75mila morti premature ogni anno, di cui quasi 17mila nella fascia d’età tra 15 e 70 anni. Il governo britannico e l’agenzia Public Health England hanno incoraggiato la popolazione a sposare modelli alimentari più sani, secondo le raccomandazioni della guida ‘Eatwell’. E’ servito? E un eventuale switch ha avuto effetti osservabili? E’ quello che il team – proveniente da diversi atenei, dall’università di Bergen in Norvegia all’università di Glasgow e di Newcastle in Uk – ha cercato di capire.

Utilizzando i dati, provenienti dalla Uk Biobank, gli autori dello studio hanno rilevato che il cambiamento da modelli dietetici non salutari a regimi alimentari basati sulle raccomandazioni dietetiche della guida Eatwell è associato a un aumento di 8,9 e 8,6 anni nell’aspettativa di vita rispettivamente degli uomini e delle donne di 40 anni. Nella stessa popolazione, un cambiamento alimentare prolungato da modelli alimentari non salutari a modelli alimentari associati alla longevità è risultato associato a un aumento dell’aspettativa di vita di 10,8 e 10,4 anni rispettivamente nei maschi e nelle femmine. “I nostri risultati hanno mostrato che il modello alimentare associato alla longevità prevedeva un’assunzione moderata di cereali integrali, frutta, pesce e carne bianca; un elevato apporto di latte e latticini, verdure, frutta secca e legumi; un consumo relativamente basso di uova, carne rossa e bevande zuccherate; un basso apporto di cereali raffinati e carne lavorata”, elencano i ricercatori. Fra le indicazioni utili emerse dalla ricerca c’è anche un’indicazione su quali sono stato i cambiamenti a tavola che hanno garantito maggiori ‘guadagni’. Le associazioni inverse più forti con la mortalità (in termini di riduzione dei rischi, quindi) riguardavano i cereali integrali e la frutta secca. Mentre le associazioni positive più forti con la mortalità – quindi i fattori che incidevano in maniera da amplificare i rischi – riguardavano le bevande zuccherate e la carne lavorata. Di conseguenza, aumentando i consumi di cereali integrali e frutta secca e diminuendo quelli di bevande zuccherate e carni lavorate, si ottenevano i guadagni più elevati in termini di aspettativa di vita. Guadagni tanto minori quanto più lungo è il ritardo nell’avvio della svolta verso la dieta sana. Anche se, puntualizzano gli esperti, pure per coloro che iniziano il cambiamento dietetico all’età di 70 anni il guadagno nell’aspettativa di vita si è visto, ed è stato calcolato in circa la metà di quello raggiunto dagli adulti di 40 anni.

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