28 maggio 2026 – In Italia nel 2025 la spesa farmaceutica totale è stata di 25 miliardi di euro. Si registra così un aumento del 15%, circa 3 miliardi, rispetto al 2023. Il 28% del totale risulta però a carico dei cittadini anche se al momento il prezzo dei farmaci è inferiore rispetto a numerosi Paesi europei (in media circa il 20-30%). Sono questi alcuni dei dati emersi ieri durante una Teleconferenza organizzata dal FoSSC, il Forum che riunisce 75 Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri ed Universitari Italiani. L’evento, dal titolo L’impatto dei Nuovi Farmaci e dell’Innovazione Terapeutica sulla salute dei cittadini ha visto la partecipazione di clinici e dei rappresentanti delle istituzioni sanitarie. A promuovere l’attenzione su questo argomento è stata tempo fa una nota del prof. Schillaci, inviata ai vertici dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Il Ministro della Salute chiedeva, insieme con il Sottosegretario Gemmato, interventi correttivi e di iniziative formali su questa materia.
“La crescita della spesa farmaceutica anche a carico dei privati non può essere una sorpresa – ha sottolineato Francesco Cognetti, Coordinatore FoSSC -. Si tratta di un fenomeno legato all’invecchiamento della popolazione la cui speranza di vita in Italia ha raggiunto gli 84,1 anni. È la più alta in Europa nonché la seconda al Mondo dopo il Giappone. L’altro principale motivo è lo sviluppo della ricerca e l’arrivo di farmaci innovativi ad alto costo. Tuttavia, è anche la disponibilità di terapie efficaci a posizionare l’Italia agli ultimi posti nel mondo per mortalità da malattie prevenibili e curabili. Un paziente con leucemia negli anni 90 moriva entro pochi mesi mentre oggi può vivere per molti decenni. Un infartuato può dover assumere statine, betabloccanti e anticoagulanti per il resto della vita. Di fronte a questi successi noi professionisti ed esponenti delle più importanti Società Scientifiche non possiamo che essere d’accordo sul diritto alla salute e alle cure migliori per tutti i cittadini. Chiedere che i costi di queste terapie rientrino in budget pensati 20 anni fa è irrealistico ed impossibile. A nostro avviso non sono auspicabili ulteriori tagli della spesa farmaceutica”.
Al centro del dibattito on line di ieri vi è stato anche il così detto MFN (Most Favored Nation drug pricing) adottato dagli USA, che impone che il prezzo effettivo dei farmaci negli USA sia pari o inferiore a quello più basso tra un gruppo di Nazioni, tra cui l’Italia. “Il provvedimento potrebbe avere nell’immediato una riduzione di un terzo dei lanci dei nuovi farmaci in Europa – ha proseguito Cognetti -. Inoltre, le conseguenze economiche ed energetiche del conflitto in Medio Oriente hanno già determinato una crescita dei costi totali di oltre il 20-30%. L’Italia potrebbe risultare tra i Paesi più penalizzati e corriamo il rischio di un accesso più lento alle innovazioni terapeutiche e di rincari ai prezzi. Siamo molto preoccupati perché nel dibattito pubblico, anche a livello politico, fa notizia lo sfondamento della spesa farmaceutica senza una consapevole analisi obiettiva dei dati. Preoccupa anche molto l’obiettivo, per altro dichiarato, del controllo di una spesa fisiologicamente in crescita.
Come Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri ed Universitari Italiani chiediamo quindi che dalla revisione del Prontuario Farmaceutico Nazionale siano esclusi le terapie innovative, i farmaci orfani e di eccezionale rilevanza terapeutica e sociale. Sono dei trattamenti che devono essere considerati non solo una spesa ma anche come un investimento. Le ricadute positive che possono determinare non riguardano solo la salute del singolo paziente ma anche l’intera collettività”.
“Nel caso della spesa farmaceutica si sottolinea la necessità di dover considerare il diritto alla salute di tutti i cittadini e il diritto alle cure migliori per quelli affetti da importanti patologie – ha affermato Robert Nisticò, Presidente AIFA -. Bisogna trovare un giusto equilibrio tra questi principi inderogabili e la sostenibilità economica per il nostro Paese. Va superata la logica dei silos separati in cui è suddivisa la spesa farmaceutica nel nostro Paese. Abbiamo nuovi strumenti per valutare l’efficacia terapeutica di un nuovo farmaco ma anche i risparmi che può generare, per esempio, sulle ospedalizzazioni evitate. Stiamo già lavorando per trovare altre soluzioni come il pagamento rateizzato fino anche a 6-7 anni per i farmaci one shot. L’obiettivo è riuscire a coniugare l’innovazione con la sostenibilità considerando anche il fatto che la nostra sanità è divisa in 21 diversi sistemi regionali”.
Strettamente collegata alla spesa farmaceutica c’è quella sanitaria pubblica che in Italia si attesta al 6,2-6,3% del Pil. È un valore inferiore rispetto a quelli registrati in Francia (9-10%), Germania (10,1-10,6%) e Regno Unito (8,9%) nonché alla media europea del 6,9%. Su questo parametro siamo al 14° posto in Europa, al 22° posto nell’ OCSE e all’ultimo posto tra i Paesi del G7. Per quel che riguarda poi la spesa sanitaria pubblica pro capite, quella italiana è di 3.835 dollari contro una media OCSE di 4.625 (- 790), una media europea di 4.689 (-854). Occupiamo quindi in Europa il 14° posto anche dopo Repubblica Ceca e Slovenia. “E’ un gap che si è allargato durante la pandemia quando gli altri Paesi hanno investito molto di più dell’Italia – conclude Cognetti -. È evidente che sono necessari maggiori investimenti alla luce del continuo invecchiamento generale della popolazione. Corriamo il serio rischio di non poter più garantire un modello sanitario universalistico e anche il diritto alla salute così come sancito dalla nostra Costituzione”.
Milano, 27 maggio 2026 – In Italia, circa il 40% dei pazienti ricoverati in ospedale è a rischio di malnutrizione. La percentuale è più alta e raggiunge il 60% nel caso delle persone colpite da tumore, per arrivare al 70% nel caso delle neoplasie gastrointestinali (stomaco e pancreas) e del distretto testa-collo. Circa il 20% dei pazienti oncologici muore per le conseguenze della perdita di peso e massa muscolare. Questa condizione, infatti, si associa a esiti clinici sfavorevoli, quali ridotta tolleranza alle terapie, peggiore prognosi, minore qualità di vita, ospedalizzazioni prolungate e maggiori costi sanitari. Ma, nella pratica clinica, la malnutrizione è sottodiagnosticata e, di conseguenza, insufficientemente trattata. Nel nostro Paese serve una legge nazionale che stabilisca l’obbligatorietà dello screening nutrizionale per tutti i pazienti ricoverati. Va inoltre implementata la formazione universitaria degli operatori sanitari su questi temi e gli alimenti a fini medici speciali devono essere inseriti nei Livelli Essenziali di Assistenza, cioè nell’elenco delle cure garantite a tutti i cittadini, per ridurre le differenze regionali. Le richieste vengono dal Convegno Nazionale “Medical Nutrition Summit”, giunto alla seconda edizione, oggi alla Statale di Milano.
“Lo screening nutrizionale deve essere eseguito quanto prima al momento del ricovero, ma ci sono ancora troppe differenze tra le Regioni – spiega Riccardo Caccialanza, Professore Ordinario di Scienza dell’Alimentazione e delle Tecniche Dietetiche Applicate al Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia (DIPO) della Statale di Milano -. Nonostante la crescente consapevolezza, soprattutto nei centri oncologici, dell’importanza della nutrizione, l’approccio alla gestione nutrizionale in Italia è eterogeneo e non sempre adeguato”. “La malnutrizione è il risultato di un’assunzione insufficiente di nutrienti che porta non solo alla perdita di peso, ma anche alla modifica della composizione corporea, soprattutto della massa muscolare – continua il Prof. Caccialanza -. In particolare, i pazienti oncologici possono sperimentare una perdita dell’appetito dovuta a sintomi che compromettono la normale assunzione alimentare, ad esempio ulcere nel cavo orale, diarrea, vomito, dolore, occlusioni intestinali o malassorbimento”.
“La nutrizione clinica deve diventare parte integrante dei percorsi di formazione universitaria di tutti gli operatori sanitari – afferma Gianluca Vago, Direttore del DIPO della Statale di Milano -. La valutazione e il supporto nutrizionale dovrebbero procedere di pari passo rispetto alle cure oncologiche, iniziando dal counseling nutrizionale iniziale, per proseguire con il supporto nutrizionale orale, e, nelle situazioni più compromesse, con la nutrizione enterale o parenterale. Perché l’integrazione avvenga in maniera ottimale, è necessaria una stretta collaborazione tra tutte le figure coinvolte: oncologi, medici specialisti in nutrizione clinica e dietisti per fornire la migliore assistenza ai pazienti, in tutte le fasi della malattia, sia in corso di trattamento attivo che durante il follow-up”. “E’ importante un impegno condiviso a livello nazionale, da parte dei decisori istituzionali, e anche una sensibilità particolare per chi lavora sulla formazione – continua il Prof. Vago -. In questa direzione, quanto realizzato da Regione Lombardia può rappresentare un primo modello operativo, facilmente replicabile; ha istituito la Rete della nutrizione clinica ed è stata la prima Regione a rendere obbligatorio lo screening nutrizionale per tutti i pazienti ricoverati negli ospedali pubblici e privati convenzionati. Lo screening nutrizionale costituisce parte integrante del Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale della Regione Lombardia denominato ‘Percorsi Nutrizionali nel Paziente Oncologico’. Questo documento, unico nel suo genere, definisce un modello di presa in carico nutrizionale del paziente oncologico attraverso le strutture di nutrizione clinica e i team nutrizionali multidisciplinari della Regione”.
Inoltre, la Lombardia è stata la prima Regione a penalizzare economicamente l’assenza dello screening nutrizionale nelle cartelle cliniche. “La mancata o inadeguata compilazione della scheda di screening comporta un abbattimento del 20% della remunerazione del rimborso relativo al ricovero – sottolinea il Prof. Caccialanza -. Si tratta di un forte incentivo per garantire il corretto esame di questa condizione in tutti i pazienti. Vi sono solide evidenze scientifiche a supporto dell’efficacia dello screening nutrizionale precoce. Ad esempio, uno studio multicentrico ha dimostrato che, se il paziente oncologico viene trattato dal punto di vista nutrizionale in modo adeguato e proattivo durante la prima settimana di ricovero, si riduce la mortalità a un solo mese dalla dimissione del 6% circa. In un’altra ricerca effettuata dalla nostra struttura al San Matteo di Pavia, è stata evidenziata una riduzione del 60% del rischio di sospendere o ridurre la dose di chemioterapia e radioterapia nei pazienti con tumori del distretto testa-collo trattati precocemente con counseling e supplementazione nutrizionale orale. In un altro studio in pazienti colpiti da diverse forme di neoplasia e a rischio nutrizionale, grazie alla supplementazione precoce è stata ottenuta una riduzione del 30% delle tossicità di grado 3 e 4”.
“Oltre ai benefici clinici, il supporto nutrizionale ha anche un importante valore economico per il Servizio Sanitario Nazionale – afferma Francesco De Lorenzo, Presidente FAVO (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) -. La malnutrizione, infatti, è associata a un aumento significativo dei costi sanitari, dovuto soprattutto al prolungamento delle degenze ospedaliere, all’aumento delle complicanze e alla maggiore frequenza di riospedalizzazioni. Nonostante il suo ruolo dimostrato nel migliorare gli esiti clinici, la qualità di vita dei pazienti e la sostenibilità del sistema, la nutrizione clinica non è ancora pienamente integrata nei percorsi di cura oncologici. L’impegno di FAVO è quello di richiedere l’inserimento dello screening nutrizionale obbligatorio nelle Reti Oncologiche Regionali, per la sostenibilità del Servizio Sanitario e per la qualità della vita dei pazienti oncologici. Quest’ultima rappresenta infatti il terzo pilastro della ‘Mission on cancer’. Noi ci impegniamo perché venga promossa questa iniziativa in tutte le Regioni. Il ruolo delle Associazioni dei pazienti nelle Reti oggi è in grado di condizionare il loro funzionamento, attraverso la partecipazione attiva nella direzione e organizzazione”.
“Garantire un adeguato supporto nutrizionale ai pazienti oncologici non rappresenta soltanto una questione clinica o economica, ma anche un tema di equità e di diritti dei pazienti – conclude il Prof. Caccialanza -. L’accesso a una nutrizione adeguata è sempre più riconosciuto come parte integrante del diritto alla salute. L’attenzione delle Istituzioni nei confronti di questi temi sta aumentando. Il 29 ottobre 2025, la Camera ha approvato all’unanimità la mozione bipartisan che riconosce la nutrizione clinica come pilastro fondamentale nella sfida contro il cancro. L’atto impegna il Governo a inserire il supporto nutrizionale nei percorsi di cura. Vi è poi stato l’emendamento alla Legge di Bilancio 2026, che ha introdotto un programma di screening nutrizionale per i pazienti oncologici, riconoscendone così il ruolo chiave. Ci auguriamo che il prossimo passo sia l’approvazione di una legge che renda obbligatorio questo tipo di screening”.
Milano, 26 maggio 2026 – Dovrà essere discussa in Parlamento la proposta di legge d’iniziativa popolare per aumentare di 5 euro il costo di tutti i prodotti da fumo e da inalazione di nicotina. La campagna “5 euro contro il fumo” (https://5eurocontroilfumo.it) ha infatti raggiunto il traguardo delle 50.000 firme necessarie per presentare il disegno di legge al legislatore. Un risultato davvero straordinario, che può portare ad una sostanziale riduzione del numero di fumatori in Italia e del costo umano e sociale legato al tabagismo. Il 31 maggio si celebra la “Giornata mondiale senza tabacco” (World No Tobacco Day). Su scala globale, il fumo causa 7 milioni di morti all’anno. In Italia circa 10 milioni di cittadini fumano e si stimano 93.000 morti ogni anno per il consumo di tabacco, con costi diretti e indiretti di circa 24 miliardi di euro. La campagna è promossa da AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione AIOM. La raccolta delle firme non si ferma e prosegue per garantire un margine superiore al limite richiesto.
“Siamo orgogliosi del risultato raggiunto in breve tempo, dopo solo circa 4 mesi dal lancio dell’iniziativa – affermano AIOM, Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione AIOM -. La campagna ha ottenuto il supporto di 53 società scientifiche e Istituzioni e di 32 associazioni e fondazioni. Si tratta di una battaglia di civiltà, fondamentale per proteggere la salute dei cittadini e salvare migliaia di vite. Ora chiediamo al Parlamento di discutere e approvare quanto prima la proposta normativa, come già fatto per la legge sull’oblio oncologico che ha avuto il via libera dei due rami del Parlamento in breve tempo. Per il Senato, il regolamento impone l’esame entro 90 giorni dall’invio delle firme. La proposta riguarda l’istituzione di un’accisa specifica di 5 euro per ogni unità di consumo di tutti i prodotti da fumo e da inalazione di nicotina, inclusi tabacco riscaldato, sigarette elettroniche e liquidi, indipendentemente dal prezzo di vendita e in aggiunta alle accise vigenti. Il gettito derivante dovrà essere destinato al finanziamento e al rafforzamento del Servizio Sanitario Nazionale, con l’obbligo per i Ministeri dell’Economia e della Salute di relazionare annualmente al Parlamento sull’impiego dei fondi e sugli effetti di salute pubblica. Si stima una possibile riduzione del 37% del consumo di tabacco, aumentando di 5 euro il prezzo di tutti i prodotti da fumo, e un gettito annuo di circa 800 milioni di euro”.
In Italia, fuma poco meno del 25% della popolazione adulta (18-69enni). “Il 90% dei casi di tumore del polmone e il 50% di quelli della vescica sono determinati proprio dal fumo, che è inoltre correlato a malattie cardiovascolari, come infarto e ictus, e respiratorie, come enfisema, asma e BPCO – spiegano AIOM, Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione AIOM -. Queste evidenze mostrano la necessità di interventi urgenti volti a diminuire il consumo di tabacco. Per ridurre in modo sostanziale il numero dei tabagisti bisogna intervenire sul fattore economico, come è già avvenuto in altri Paesi. Solo il drastico incremento del prezzo di questi prodotti può dissuadere i fumatori, soprattutto i giovani, fra i più esposti ai rischi del fumo”.
Tra i più giovani i dati sono preoccupanti: fuma o “svapa” il 7,5% degli studenti tra gli 11 e i 13 anni, percentuale che sale al 37,4% tra i 14 e i 17 anni. Il fenomeno del policonsumo interessa oltre il 70% dei fumatori delle scuole superiori.“L’industria del tabacco commercializza in modo aggressivo i nuovi prodotti a base di nicotina, come sigarette elettroniche, spesso mascherati da innovazione, per alimentare la dipendenza e reclutare nuovi consumatori – concludono AIOM, Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione AIOM -. Queste strategie rischiano di vanificare i risultati faticosamente raggiunti nel controllo del tabacco e nella salute pubblica. La ‘Giornata mondiale senza tabacco’ sottolinea il costante impegno dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel denunciare le tattiche dell’industria e nel promuovere politiche a tutela dei giovani e di tutti i cittadini dalla dipendenza da nicotina. La ‘Giornata’ vuole sensibilizzare i governi e la società civile a rafforzare la regolamentazione, colmare le lacune normative e salvaguardare le generazioni future dai danni del tabacco e dei prodotti a base di nicotina. La campagna ‘5 euro contro il fumo’ si colloca in questo contesto e il drastico aumento del prezzo del tabacco è uno strumento efficace per scoraggiare soprattutto i più giovani. Vogliamo richiamare l’attenzione delle Istituzioni su uno dei principali fattori di rischio per la salute dei cittadini, perché vengano adottati quanto prima provvedimenti adeguati”.
Oltre alle associazioni dirette, vanno considerate quelle indirette, particolarmente evidenti per il fumo. L’industria del tabacco determina un notevole impatto ambientale: per produrre una singola sigaretta servono 3,7 litri di acqua e 3,5 grammi di petrolio, con un’emissione di 4 grammi di CO2. Si stima che, per azzerare l’effetto serra prodotto da un singolo fumatore, sarebbe necessario piantare oltre 130 alberi e farli crescere per 10 anni.
22, maggio 2026 – In Europa circa 4 milioni di adolescenti tra i 13 e i 15 anni d’età utilizzano prodotti a base di tabacco e la prima sigaretta elettronica per 1 ragazzo su 7, tra i 15 e i 18 anni d’età, è stata ‘svapata’ prima dei 13 anni. In numerosi Paesi, come nel Regno Unito, le sigarette elettroniche stanno ormai superando quelle tradizionali tra i più giovani. E spopolano sul web le nicotine pouches (le bustine di nicotina da assumere oralmente) e gli annunci illegali online di prodotti alla nicotina, veicolati tramite Sms, newsletter e social. È quanto è emerso durante la seconda giornata della European Conference on Tobacco or Health (Ectoh) in corso a Milano, organizzata da Lilt (Lega italiana per la lotta contro i tumori). Per gli esperti, la vera emergenza non è non è più solo il fumo, ma la dipendenza da nicotina a 360 gradi.
In Italia, si stima che i consumatori regolari di e-cig e tabacco riscaldato nella fascia d’età 18-34 anni siano quasi 1,7 milioni, costituendo quasi la metà (circa il 45%) di tutti gli utilizzatori di sigarette elettroniche e tabacco riscaldato presenti nel nostro paese. “Il vero rischio oggi è che la nicotina torni a essere percepita come innocua o addirittura banale soprattutto tra ragazzi che non avrebbero mai iniziato a fumare sigarette tradizionali. Il problema non è soltanto il prodotto, ma la dipendenza”, commenta Roberto Boffi, direttore della Pneumologia dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.
21 maggio 2026 – Sono quasi 700mila i decessi annuali riconducibili al fumo nell’Unione europea, che conta ancora 179 milioni di consumatori tabagisti. Di questi, ben 12,4 milioni sono in Italia, tra sigarette tradizionali e nuovi prodotti, con il Belpaese che ha perso ben 14 posizioni in soli 4 anni, scivolando al 32° del 2025 nella ‘Tobacco control scale’. È davanti a questa emergenza sanitaria che si è aperta a Milano la European Conference on Tobacco or Health (Ectoh), il principale vertice europeo sul controllo del tabacco, organizzato per la prima volta in Italia da Lilt (Lega italiana per la lotta ai tumori), in cui viene lanciato l’appello affinché si creino “spazi liberi da nicotina per città più sane”.
Negli ultimi anni l’Europa ha accelerato sulle politiche di controllo, soprattutto sui nuovi prodotti, mentre l’Italia ha accumulato ritardi importanti nei settori oggi considerati più critici dalle istituzioni internazionali. In Italia, infatti, sono tuttora consentite massicce campagne pubblicitarie per sigarette elettroniche e prodotti a tabacco riscaldato. Inoltre, l’utilizzo di questi nuovi prodotti resta permesso in numerosi ambienti indoor, inclusi bar, ristoranti e luoghi di lavoro. “Abbiamo compiuto importanti progressi, ma ora ci troviamo di fronte a sfide nuove e in continua evoluzione – spiega Juha Pekka Turunen, presidente delle European Cancer Leagues -. La rapida comparsa di nuovi prodotti a base di nicotina, unita al cambiamento delle modalità di consumo, rende il nostro lavoro più urgente che mai”. L’obiettivo programmatico di Ectoh Milano 2026 è guidare i centri urbani verso una trasformazione radicale. Nei prossimi anni, le città non potranno più essere semplici spazi abitativi, ma dovranno diventare ecosistemi che promuovono attivamente la salute. Per farlo, la strategia del congresso prevede una de-nicotinizzazione totale degli spazi pubblici: dalle scuole ai parchi, dalle strade fino ai nodi del trasporto pubblico, liberando l’aria non solo dal fumo tradizionale, ma anche dagli aerosol dei prodotti emergenti. “Nel contrasto al tabacco e ai prodotti contenenti nicotina e sostanze cancerogene la prevenzione rappresenta il primo e più efficace strumento di tutela della salute pubblica”, sottolinea Francesco Schittulli, presidente di Lilt nazionale.
19, maggio 2026 – L’attività fisica comporta numerosi benefici alla salute e al nostro benessere. Questa regola vale per tutti ciò nonostante esistono delle differenze di genere nella tendenza alla sedentarietà. Qual è il rapporto tra le italiane e lo sport? Ecco quello che emerge dagli ultimi dati. Il il 42% degli uomini pratica sport, rispetto al 31% delle donne.
Ecco perché le donne (e non solo loro) devono sempre fare un po’ di sport:
adolescenza: oltre a giovare al benessere ha anche un grande valore educativo. Le sportive sono più sane ma anche più protette da comportamenti a rischio (fumo, abuso di alcol, uso di droga o sesso non protetto)
maternità: esistono esercizi specifici per prepararsi alla fine della gravidanza che vengono insegnati durante i corsi pre-parto
menopausa: durante questa fase è più che mai necessario mantenersi in forma. Il movimento fisico è inoltre prezioso per l’umore e per scaricare le tensioni
terza età: un po’ di moto aiuta a prevenire le malattie tipiche dell’anzianità (non solo cancro ma anche ipertensione, diabete e scompenso cardiaco)
La parola d’ordine deve essere costanza! Lo sport per determinare vantaggi all’organismo e prevenire alcune gravi malattie (come cancro, patologie reumatiche, disturbi respiratori e cardio-vascolari) deve essere pratica metodo e frequenza costante
18 maggio 2026 – L’oncologia si conferma oggi l’area terapeutica più studiata al mondo. Sono 9.036 i medicinali in ricerca e sviluppo dedicati ai tumori, pari a quasi il 40%” del totale globale “e al 26% del totale dei pazienti arruolati nei trial clinici nel 2025, con oltre 300.000 partecipanti. Dati che testimoniano il forte impegno dell’industria farmaceutica nell’individuare terapie sempre più efficaci, mirate e personalizzate”. E’ quanto ha affermato nei giorni scorsi il dott. Marcello Cattani, presidente di Farmindustria.
“I progressi scientifici e tecnologici degli ultimi anni – aggiunge in una nota – stanno cambiando la lotta contro il cancro, rendendo curabili molte forme di tumore e trasformandole in molti casi in condizioni croniche con cui è possibile convivere. Un esempio concreto: in Italia negli ultimi 10 anni le persone che sopravvivono dopo una diagnosi di tumore sono 1 milione in più, grazie anche al ruolo fondamentale dei farmaci”. Parallelamente cresce anche il numero degli studi clinici oncologici: “All’inizio del 2026 – ricorda il Presidente – erano 20.383 quelli in corso a livello globale, con un aumento del 5,8% rispetto all’anno precedente. E in Italia secondo l’Agenzia Italiana del Farmaco, circa il 35% degli studi clinici è relativo alle neoplasie. Segnali concreti della vitalità della ricerca scientifica e della capacità dell’innovazione di accelerare nuove possibilità di cura per i pazienti”. L’Italia ha competenze scientifiche, cliniche e industriali di eccellenza e può rafforzare ulteriormente il proprio ruolo nella ricerca oncologica internazionale. “Per farlo – evidenzia Cattani – è essenziale continuare a investire in innovazione, semplificare i percorsi autorizzativi, ridurre le disuguaglianze territoriali nell’accesso ai farmaci e valorizzare la collaborazione tra istituzioni, comunità scientifica, imprese e associazioni dei pazienti. Garantire prossimità assistenziale, aggiornamento continuo degli operatori sanitari e una sempre maggiore sensibilizzazione su queste tematiche – conclude – significa costruire un sistema salute più vicino ai bisogni delle persone”.
Velletri, 15 Maggio 2026 – Le spese per raggiungere ospedali e centri di cura rappresentano un peso crescente per le persone con tumore. Il 35% dei pazienti oncologici dichiara una riduzione delle proprie risorse economiche a causa della malattia, mentre per il 29% la situazione finanziaria incide persino sulla possibilità di ricevere cure mediche. Le spese di viaggio e gli spostamenti necessari per raggiungere i centri oncologici sono fra i fattori che sono maggiormente associati alla tossicità finanziaria.
Un impatto che pesa sulla qualità di vita, sull’organizzazione familiare e, in alcuni casi, anche sulla continuità terapeutica. Alle spese dirette si aggiungono infatti giornate di lavoro perse, costi per carburante, parcheggi, pernottamenti e necessità di assistenza da parte dei caregiver. Per molte famiglie, il percorso oncologico comporta quindi difficoltà economiche e logistiche che si sommano agli effetti della malattia. La distanza dai luoghi di cura può trasformarsi in un ulteriore elemento di vulnerabilità, soprattutto per le persone anziane, fragili o residenti in territori meno serviti.
Il tema è stato al centro del 43° Congresso nazionale di ANDOS, l’Associazione Nazionale Donne Operate al Seno, che si è aperto ieri a Velletri per chiudersi domani. L’edizione 2026 dal titolo “L’importanza della prossimità nella presa in carico della fragilità, vulnerabilità e deprivazione”, ha visto il coinvolgimento di clinici, Istituzioni, associazioni pazienti ed esperti di organizzazione sanitaria. Tra gli argomenti affrontati: reti oncologiche, screening, qualità delle cure, Patient Reported Outcomes e tossicità finanziaria.
“La vicinanza delle cure rappresenta un elemento fondamentale del percorso oncologico – afferma Flori Degrassi, Presidente Nazionale ANDOS –. Le pazienti non chiedono soltanto terapie efficaci, ma un’assistenza che tenga conto della loro vita quotidiana, della fragilità emotiva, del lavoro, della famiglia e delle difficoltà economiche. Ridurre distanze, tempi e disagi significa garantire maggiore equità e migliore qualità di vita. La prossimità dell’assistenza rafforza anche il rapporto di fiducia con i professionisti sanitari e favorisce l’aderenza terapeutica. Per questo servono reti oncologiche solide, servizi territoriali e modelli organizzativi capaci di accompagnare le persone lungo tutto il percorso di cura. Le associazioni pazienti svolgono un ruolo fondamentale perché aiutano le donne ad affrontare non solo la malattia, ma anche le conseguenze sociali, psicologiche ed economiche che spesso accompagnano la diagnosi oncologica”.
“La prossimità delle cure può incidere in modo significativo sulla qualità di vita delle persone con tumore – sottolinea Massimo Di Maio, Presidente nazionale AIOM –. Ridurre spostamenti, difficoltà organizzative e tempi di accesso ai servizi significa alleggerire il peso quotidiano della malattia e migliorare concretamente il percorso assistenziale. Per questo oggi è fondamentale ascoltare direttamente i pazienti anche attraverso i PROs, cioè gli esiti riportati dalle persone in cura senza il filtro del clinico. Questi strumenti permettono di valutare sintomi, effetti collaterali, impatto psicologico e difficoltà pratiche legate alla malattia e consentono ai medici di personalizzare maggiormente l’assistenza. La qualità di vita deve diventare un parametro sempre più centrale nell’organizzazione dei percorsi oncologici e nella valutazione dell’efficacia delle cure”.
“La tossicità finanziaria costituisce un problema concreto anche in un sistema sanitario universalistico come il nostro – conclude Francesco Perrone, Presidente Fondazione AIOM –. Tra i fattori che incidono maggiormente figurano anche gli spostamenti necessari per raggiungere i centri oncologici, soprattutto quando le cure si protraggono nel tempo. Per molte famiglie questi costi diventano un peso significativo e si aggiungono alle difficoltà legate alla malattia. In questo contesto le reti oncologiche assumono un ruolo strategico, perché permettono di costruire percorsi più vicini ai pazienti, più omogenei sul territorio e più sostenibili anche dal punto di vista sociale ed economico. Ridurre le distanze significa infatti migliorare l’accessibilità delle cure e limitare le disuguaglianze”.
Roma, 14 maggio 2026 – In Italia vivono 4 milioni di cittadini dopo la diagnosi di tumore, che presentano nuovi bisogni clinici, riabilitativi, sociali e lavorativi. Ma vi è il rischio concreto che diritti conquistati in anni di battaglie civili restino sulla carta a causa di ritardi procedurali, rimpalli di competenze e mancanza di decreti attuativi. È emblematico il caso del Piano Oncologico Nazionale (PON) 2023-2027: nonostante le ripetute sollecitazioni, la mancata operatività della Cabina di Regia nazionale ha paralizzato finora le funzioni di monitoraggio e controllo previste dal documento. A un anno dalla scadenza, l’assenza di questa “cinghia di trasmissione” ha impedito di attuare l’indirizzo strategico del Piano e di monitorarne gli esiti, rendendo impossibile verificare l’effettiva allocazione delle risorse finanziarie destinate all’oncologia. Analogamente, il Coordinamento generale delle Reti Oncologiche (CRO) versa in una preoccupante situazione di stallo. Nonostante la prima delibera approvata nel 2024, l’organismo non è ancora attivo: il Ministero della Salute si trova così nell’impossibilità di conoscere lo stato reale delle Reti e di intervenire con incentivi o correttivi sulle carenze locali e la diffusione delle best practice. Questa paralisi aggrava le già profonde divergenze tra le Regioni, facendo venir meno l’unico vero obiettivo di sistema: l’abbattimento delle disuguaglianze e la riduzione delle liste d’attesa. Persino il fondamentale principio della partecipazione delle associazioni di pazienti alle funzioni strategiche del Servizio Sanitario Nazionale, consacrato dalla Legge di Bilancio 2025, rischia di naufragare nell’assenza dei necessari decreti attuativi. Questa sequela di opere incompiute non rappresenta un semplice intoppo tecnico, ma un ostacolo materiale che impedisce ai pazienti di beneficiare di una tutela effettiva. La denuncia è contenuta nel 18° Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, presentato oggi a Roma, nell’ambito della XXI Giornata nazionale del malato oncologico, promossa da FAVO (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) e dalle centinaia di associazioni federate.
“Il contrasto tra la visione politica e l’inerzia burocratica emerge con chiarezza analizzando alcuni nodi cruciali che, nonostante i provvedimenti formali, sono ancora irrisolti – afferma Francesco De Lorenzo, Presidente FAVO -. Senza la Cabina di Regia nazionale, il PON resta un documento programmatico privo di gambe, incapace di incidere sui percorsi di cura e di garantire l’uniformità dei livelli assistenziali su tutto il territorio nazionale. Dall’altro lato, la mancata attivazione del Coordinamento generale delle Reti Oncologiche svuota di senso l’Accordo Stato-Regioni del 2019, impedendo quel consolidamento uniforme delle reti su tutto il territorio che è l’architrave della sanità oncologica moderna. È eticamente inaccettabile che atti sottoscritti ai massimi livelli istituzionali vengano svuotati da una macchina amministrativa incapace di dare seguito ai propri impegni, trasformando diritti faticosamente conquistati in una sterile lettera morta e in attese estenuanti. La burocrazia, spesso autoreferenziale e lenta, finisce per svuotare di significato i principi sanciti dalle leggi”.
Un altro esempio è costituito dall’Accordo della Conferenza Stato-Regioni del 18 dicembre 2025, che ha approvato il documento “Requisiti per la partecipazione degli enti del non profit attivi in ambito oncologico alle attività delle reti oncologiche regionali”. “Il coinvolgimento reale dei rappresentanti delle associazioni dei pazienti nelle Reti non costituisce un privilegio né una concessione, ma un vero e proprio atto di democrazia sanitaria – continua De Lorenzo -. La competenza esperienziale dei pazienti, che nessun professionista può sostituire, deve entrare a pieno titolo nei PDTA, i Percorsi Diagnostici Terapeutici-Assistenziali, contribuendo alla loro progettazione, revisione e valutazione. Nonostante il quadro normativo sia chiaro, la partecipazione dei pazienti nei PDTA oncologici presenta ancora una forte variabilità regionale”.
“La partecipazione delle associazioni di pazienti alle Reti Oncologiche Regionali e ai processi decisionali di Ministero e AIFA rappresenta oggi un pilastro della governance sanitaria – afferma Maurizio Campagna, Componente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla condizione assistenziale dei malati oncologici -. Questo modello di collaborazione strutturata assicura uguaglianza nell’accesso alle cure, appropriatezza della spesa e l’effettiva umanizzazione dei percorsi assistenziali. Grazie alla traduzione del sapere esperienziale in contributo tecnico, il sistema evolve verso una partnership istituzionale capace di rispondere ai bisogni reali della collettività”.
“Il cancro non è solo una sfida clinica: ha un impatto sociale che coinvolge pazienti e caregiver – afferma Elisabetta Iannelli, Segretario FAVO -. Nonostante le tutele assicurate dal Servizio Sanitario Nazionale, la malattia genera tossicità finanziaria, che obbliga a scelte difficili. Risparmi familiari vengono spesso erosi per coprire i costi per la mobilità sanitaria forzata, per il ricorso alla sanità privata per visite, esami e accertamenti o per l’assistenza domiciliare non rimborsata. In questo contesto, il welfare aziendale può diventare una vera infrastruttura di sostegno, grazie a strumenti ancora poco conosciuti: rimborso dell’assistenza domiciliare, babysitting, consegna dei farmaci a domicilio, supporto psicologico, coperture sanitarie integrative anche estese ai familiari, rientro graduale al lavoro e accomodamenti ragionevoli. Misure che prevengono l’impoverimento, proteggono la continuità lavorativa e sostengono anche il caregiver, spesso schiacciato tra cura e reddito. Il welfare aziendale può rendere più sostenibile la vita quotidiana attorno alla cura e già esistono nel nostro Paese esempi virtuosi. Come FAVO, riteniamo necessario promuovere modelli di assistenza sui luoghi di lavoro realmente inclusivi. Serve però un impegno congiunto anche da parte di imprese, Istituzioni e terzo settore per promuovere un welfare realmente inclusivo, capace di trasformare i luoghi di lavoro in ambienti che sostengono la cura”.
“La Giornata nazionale del malato oncologico rappresenta un momento fondamentale per richiamare l’attenzione delle istituzioni, del Servizio sanitario nazionale e dell’intera comunità sul diritto dei pazienti oncologici a cure tempestive, innovative e accessibili in modo uniforme su tutto il territorio nazionale – afferma il Senatore Francesco Zaffini, Presidente della 10° Commissione permanente (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) del Senato della Repubblica -. Ringrazio FAVO per il lavoro costante di ascolto, rappresentanza e proposta a favore dei malati e delle loro famiglie. In questa legislatura abbiamo voluto dare un segnale concreto anche sul piano dei diritti sociali e lavorativi, con l’approvazione della Legge n. 106 del 2025, che rafforza le tutele per i lavoratori affetti da patologie oncologiche, invalidanti e croniche. È una norma importante perché riconosce che il percorso di cura non può tradursi in una penalizzazione professionale o reddituale, introducendo strumenti aggiuntivi come permessi retribuiti per visite, esami e terapie, oltre a maggiori garanzie per la conservazione del posto di lavoro”. “A questo impegno – continua il Senatore Zaffini – si affiancano le misure contenute nell’ultima Legge di Bilancio, che confermano l’attenzione del Governo e del Parlamento verso la sfida oncologica. Il potenziamento degli screening, l’estensione dei programmi di diagnosi precoce, il rafforzamento della Rete italiana screening polmonare, il sostegno ai test genomici e l’incremento delle risorse per l’assistenza ai bambini affetti da malattie oncologiche rappresentano interventi concreti per intercettare prima la malattia, rendere le cure più mirate e accompagnare meglio i pazienti più fragili. Oggi più che mai la lotta contro il cancro richiede una strategia integrata: prevenzione, screening, diagnosi precoce, presa in carico territoriale, ricerca, accesso equo alle terapie innovative e tutela della qualità della vita durante e dopo la malattia. Investire in questi ambiti significa non solo migliorare l’aspettativa e la qualità di vita dei pazienti, ma anche rafforzare la sostenibilità del nostro Servizio sanitario nazionale. La collaborazione con realtà come FAVO è essenziale per costruire politiche sanitarie realmente vicine ai bisogni delle persone”.
Nel 2025 sono state stimate in Italia circa 390.000 nuove diagnosi di tumore. “In numerose neoplasie i tassi di sopravvivenza e guarigione sono in aumento – spiega Massimo Di Maio, Presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. Le evidenze scientifiche ci dimostrano che, oltre ai benefici legati ai trattamenti ‘tradizionali’, come la chirurgia, la radioterapia, le terapie farmacologiche, in molti casi il paziente può avere un beneficio anche grazie all’esercizio fisico. Si parla oggi di ‘exercise oncology’, ovvero dell’opportunità di svolgere regolarmente attività fisica, ovviamente in maniera adattata alle condizioni cliniche e alle caratteristiche del singolo paziente. L’esercizio fisico rappresenta uno degli interventi non farmacologici più studiati e con maggiore potenziale impatto clinico. Numerosi studi hanno dimostrato che programmi di attività fisica adeguatamente strutturati sono in grado di migliorare parametri fisiologici, funzionali e psicologici nei pazienti oncologici, contribuendo a contrastare molti degli eventi avversi associati alla malattia e alle terapie. Tra i benefici più documentati vi sono il miglioramento della capacità cardiorespiratoria, l’aumento della forza muscolare, la riduzione della fatigue correlata al cancro e il miglioramento della qualità della vita, nonché benefici in termini di ansia e depressione”. Un importante passo avanti nella comprensione dell’impatto dell’esercizio fisico sugli esiti oncologici è rappresentato dallo studio CHALLENGE, pubblicato nel New England Journal of Medicine, che ha dimostrato che un programma di esercizio fisico strutturato, in pazienti con tumore del colon, è risultato associato a un miglioramento significativo della sopravvivenza libera da malattia e della sopravvivenza globale. “Lo studio CHALLENGE è considerato un potenziale punto di svolta nel campo dell’‘exercise oncology’ – continua Massimo Di Maio -. In Italia, però, l’effettivo inserimento dell’attività fisica nei percorsi di cura oncologici è ancora incompleto e disomogeneo. Solo in alcune Regioni, recentemente, sono state rese operative le cosiddette ‘palestre della salute’. A differenza di altri Paesi, come Regno Unito, Germania o Paesi Bassi, non esiste ancora un modello organizzativo condiviso a livello nazionale”.
FAVO, unica Rete Associativa in Oncologia, ha intensificato il proprio impegno nella prevenzione primaria attraverso progetti nazionali ed europei che coinvolgono le associazioni pediatriche. “L’ascolto di storie di bambini e adolescenti – afferma Paola Varese, Direttore scientifico FAVO – ha accresciuto la responsabilità di promuovere politiche attive contro i rischi precoci. Mentre su nutrizione e attività fisica l’attenzione istituzionale è già alta, è oggi urgente agire contro i cosiddetti ‘rischi nascosti e taciuti del fumo-non-fumo’, ossia sul mondo delle svapo. La diffusione del fumo tecnologico si è ormai triplicata tra i giovanissimi negli ultimi 5 anni. Nonostante venga dipinto come un sistema sicuro per superare la dipendenza, i dati 2024-2025 delineano un’urgenza sociale: il 28% degli studenti è già un consumatore ‘duale’ o ‘triale’, alternando sigarette, e-cig e tabacco riscaldato. Questa combinazione funge da drammatico moltiplicatore di danno: se il fumatore tradizionale ha un rischio di cancro al polmone 14 volte superiore rispetto a chi non fuma, per il fumatore ‘duale’ tale rischio balza a quasi 60 volte superiore, quadruplicando di fatto il pericolo rispetto al solo tabacco. Dietro aromi accattivanti si nasconde un cocktail tossico che comporta rischi immediati (con la sindrome EVALI, quadro infiammatorio che può evolvere verso l’insufficienza respiratoria acuta) o a lungo termine”.
Uno studio europeo ha infatti identificato nelle e-cig 107 sostanze cancerogene, 32 mutagene e 20 composti legati alla sterilità, oltre alla liberazione di metalli pesanti come nichel e cromo durante il riscaldamento. Le evidenze più recenti di marzo 2026, pubblicate nel “The Lancet Respiratory Medicine”, confermano che l’inalazione di questi aerosol danneggia il DNA e induce tumori polmonari negli animali di laboratorio, portando gli esperti a definire questi prodotti come “probabilmente cancerogeni”. “Oltre al rischio oncologico, la nicotina somministrata prima dei 25 anni interferisce gravemente con lo sviluppo cerebrale, danneggiando le aree responsabili dell’attenzione e del controllo degli impulsi. La sfida oggi è promuovere consapevolezza tra giovanissimi e genitori, smontando una strategia di marketing accattivante che promuove abitudini che inducono dipendenza profonda — sottolinea Paola Varese — esponendo le nuove generazioni a gravi rischi per la salute che possono mettere a repentaglio la loro stessa vita”.
“Un’ulteriore esigenza dei pazienti oncologici è sottoporsi ad alcune vaccinazioni per ridurre il rischio di complicanze gravi, accessi ospedalieri e mortalità – aggiunge Roberta Siliquini, Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche all’Università di Torino -. È quanto sostiene un’ampia letteratura scientifica a livello internazionale, ma i tassi di copertura non sono ancora ottimali in Italia. Solo per l’antinfluenzale siamo a meno del 50% in linea a quanto avviene in altri Paesi Europei. Per implementare l’adesione va migliorata l’offerta vaccinale attiva all’interno dei percorsi oncologici, per esempio prevedendo ambulatori vaccinali dedicati nei luoghi di cura”.
“I bisogni dei malati sono multidisciplinari e complessi – conclude De Lorenzo -. Il volontariato in oncologia si sta evolvendo e FAVO si è strutturata per diventare un modello avanzato di interlocuzione istituzionale. Rappresentiamo più di 200 associazioni federate, 25.000 volontari e 700.000 iscritti in tutta Italia. Raccogliere e far sentire la voce dei pazienti non è più soltanto un’istanza etica o un obiettivo di equità. Rappresenta una vera e propria questione di metodo, per migliorare a 360 gradi la cura dei pazienti”.