15 giugno 2026 – Controllo del peso, attività fisica regolare, dieta ricca di cereali integrali, verdure, frutta e legumi ma povera di cibi altamente processati, carne rossa e lavorata, bibite e alcol. Sono gli stili di vita anti-tumore, adottare queste raccomandazioni – stilate dal Fondo Mondiale per la Ricerca sul Cancro/Istituto Americano per la Ricerca sul Cancro – si associa ad un minor rischio di tutti i tumori in generale, anche del cancro al seno. Lo rivela uno studio i cui risultati sono pubblicati sulla rivista Bmc Medicine. Lo studio è stato condotto da John Mathers della Newcastle University, a Newcastle upon Tyne, analizzando i dati della Biobanca del Regno Unito di 94.778 adulti britannici con un’età media di 56 anni.
I ricercatori hanno utilizzato dati auto-riferiti su dieta e attività fisica, oltre alle misurazioni dell’indice di massa corporea e della circonferenza vita, per valutare l’aderenza alle raccomandazioni su un punteggio massimo di 7 punti. Hanno utilizzato i dati dei registri tumori per calcolare l’incidenza dei nuovi casi di cancro sviluppati in un periodo medio di 8 anni. Il punteggio medio di aderenza alle raccomandazioni era di 3,8 punti con 7.296 partecipanti (8%) hanno sviluppato un tumore durante il periodo dello studio. Gli autori hanno scoperto che una maggiore aderenza alle raccomandazioni delle istituzioni mediche considerate si associa ad un minor rischio di tutti i tipi di cancro combinati, con ogni punto in più nell’aderenza alle raccomandazioni associato a un 7% di rischio in meno. Rispetto a quelli con aderenza di 3,5 punti o meno, coloro con stili di vita sani (4,5 punti o più) avevano un rischio inferiore del 16% di tutti i tipi di cancro combinati. Hanno anche scoperto che ogni punto in più di aderenza si associa a un rischio inferiore del 10% per il cancro al seno, del 10% per il cancro del colon-retto, del 18% per il cancro ai reni, del 16% per il cancro dell’esofago, del 22% per il cancro del fegato, del 24% per il cancro ovarico e del 30% per il cancro alla cistifellea.
12, giugno 2026 – “Dobbiamo impegnarci a ridurre il numero di persone che si ammalano. Ciò significa puntare sull’educazione ed essere proattivi contro i fattori di rischio noti. Il più rilevante è il fumo di sigaretta, che ha un rapporto di causa-effetto diretto non solo con i tumori del polmone – i primi per incidenza – ma anche con molte altre forme tumorali e patologie cardiovascolari. Per questo motivo, Fondazione AIOM, AIOM, Fondazione Veronesi e Fondazione Airc hanno deciso di metterci la faccia: abbiamo raccolto le firme necessarie per chiedere al Parlamento di promuovere una legge che aumenti il prezzo delle sigarette e di tutti i prodotti da fumo. Questa misura ha già prodotto risultati importanti e significativi in altri Paesi. Chiediamo e vogliamo che questo accada anche in Italia, perché il nostro obiettivo è ridurre progressivamente il numero di persone che si ammalano di cancro”.
Sono queste le parole di Francesco Perrone (Presidente Fondazione AIOM-Associazione italiana oncologia medica) durante un evento alla Camera dei Deputati nei giorni scorsi.
11 giugno 2026 – In oncologia “gli screening rappresentano uno strumento prezioso perché, per diverse patologie, hanno dimostrato di ridurre la mortalità. Il motivo è semplice: consentono di individuare il tumore in una fase più precoce e quindi più facilmente curabile. In Italia, sulla base delle evidenze scientifiche disponibili, il Servizio sanitario nazionale offre già programmi di screening per alcuni dei tumori più diffusi, come quelli della mammella, della cervice uterina e del colon-retto. Ora chiediamo che questa offerta possa essere estesa anche ad altre patologie, a partire dal tumore del polmone. È dimostrato che la Tac spirale nei forti fumatori riduce la mortalità per questa malattia, ma al momento non rientra ancora nei programmi di screening pubblici”. E’ quanto ha affermato Massimo Di Maio (Presidente Nazionale AIOM-Associazione Italiana Oncologia Medica) ieri durante un convegno alla Camera dei Deputati.
Secondo Di Maio, è necessario migliorare sia l’offerta da parte delle Regioni sia l’adesione dei cittadini. “Anche dove i programmi sono disponibili, la partecipazione resta inferiore a quanto auspicabile. È un peccato, perché aderire agli screening significa investire concretamente nella propria salute”. Sul tema della partecipazione, il presidente degli oncologi osserva che in Italia “gli screening rivolti alle donne sono più numerosi, grazie ai programmi per il tumore della mammella e della cervice uterina. Per il tumore del colon-retto, che riguarda uomini e donne, la partecipazione al test per la ricerca del sangue occulto nelle feci rimane purtroppo subottimale in entrambi i sessi. Dobbiamo rafforzare la cultura della prevenzione – ha rimarcato Di Maio – e far comprendere che questi test possono letteralmente salvare la vita”.
10 giugno 2026 – Una donna su tre con tumore della mammella presenta sintomi depressivi clinicamente rilevanti. L’ansia rappresenta la dimensione psicologica più diffusa: oltre il 30% manifesta livelli moderati o severi e quasi la metà riporta sintomi lievi. Il 52% segnala un aumento dello stress di coppia e il 67% problemi significativi di intimità sessuale, che permangono anche dopo la fine dei trattamenti. La malattia ha effetti rilevanti anche sulla dimensione professionale e sui progetti di vita. Circa il 10% delle donne interrompe completamente lavoro o formazione, oltre il 20% riduce le ore lavorate e circa il 6% modifica ruolo o occupazione. Le difficoltà sono più frequenti tra le lavoratrici dipendenti, con contratti a tempo determinato ed indeterminato, e nelle pazienti sottoposte a chemioterapia, trattamento associato al maggiore impatto negativo in ambito occupazionale, anche se, anche l’ormonoterapia determina, nel tempo, rilevanti problemi lavorativi. Oltre il 45% delle donne dichiara di aver dovuto modificare in modo abbastanza rilevante i propri progetti di vita e il 22% parla di cambiamenti molto o moltissimo impattanti. Tra le under 40, il 58,1% riferisce di aver rinunciato ad avere figli.
Sono alcuni dei principali risultati del II Rapporto ANDOS–C.R.E.A. Sanità “Effetti collaterali del cancro alla mammella: qualità di vita”, presentato oggi a Roma, realizzato per approfondire l’impatto del carcinoma mammario sul lavoro, sul benessere psicologico, sulle relazioni familiari e affettive e sulla qualità di vita percepita. Alla survey hanno partecipato 1.590 donne, di cui 1.051 hanno completato integralmente il questionario. La qualità di vita percepita risulta significativamente inferiore rispetto alla popolazione generale femminile, sia sul piano fisico che psicologico.
“Negli ultimi anni i progressi della ricerca e delle terapie hanno migliorato in modo significativo la sopravvivenza nel tumore della mammella, ma oggi sappiamo che non basta salvare la vita: dobbiamo restituirla – afferma Flori Degrassi, Presidente nazionale ANDOS –. Questo report conferma quanto la malattia continui a incidere sulla quotidianità delle donne, sulle relazioni, sul lavoro, sulla progettualità personale e sulla serenità psicologica, anche molti anni dopo la diagnosi. Il supporto psiconcologico e sociale non può più essere considerato un elemento accessorio, ma deve diventare parte integrante del percorso di cura, così come l’ascolto dei bisogni concreti delle donne”.
L’analisi evidenzia un carico psicologico particolarmente elevato: le paure più rilevanti sono quella di non guarire per un’eventuale recidiva, quella degli effetti collaterali dei trattamenti e quella inerente al futuro dei familiari, con oltre il 65-75% delle donne che attribuisce a questi aspetti un impatto importante. Inoltre, il 21,2% riporta livelli moderati di ansia e il 10,9% severi, mentre quasi la metà (47,9%) sintomi lievi, l’analisi per età dimostra quanto questo sia un problema per le donne più giovani e in trattamento, sia con chemioterapia o, in misura minore, con ormonoterapia. Affaticamento, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, isolamento percepito e perdita di autostima restano elementi diffusi e persistenti nel tempo.
“L’indagine mostra con chiarezza che la qualità della vita delle donne con tumore della mammella è influenzata non solo dalla patologia, ma anche dalle conseguenze psicologiche, relazionali, familiari e sociali dell’esperienza oncologica – spiega Barbara Polistena, Direttore Scientifico di C.R.E.A. Sanità –. I dati dimostrano come il disagio emotivo non si esaurisca nella fase iniziale della malattia, ma possa protrarsi nel tempo, incidendo sulla quotidianità, sulle relazioni affettive, sulla genitorialità, sul lavoro e sulla capacità di progettare il futuro. La survey evidenzia un impatto multidimensionale persistente che richiede un approccio di presa in carico realmente integrato e multidisciplinare, capace di considerare la persona nella sua globalità e di accompagnarla anche oltre la fase più acuta delle cure”.
“Questi risultati mostrano come il carcinoma mammario produca effetti che vanno ben oltre la dimensione clinica, generando conseguenze organizzative, sociali ed economiche che incidono sui percorsi di vita – sottolinea Federico Spandonaro, Presidente del Comitato Scientifico di C.R.E.A. Sanità –. Per il sistema sanitario questo significa investire in modelli di presa in carico più strutturati, continuità assistenziale, supporto psicologico e strumenti di accompagnamento sociale e lavorativo, affinché la sopravvivenza si traduca anche in una migliore qualità della vita e in minori disuguaglianze nell’accesso alle opportunità di cura e reinserimento”.
“La ricerca oncologica ci ha insegnato a misurare sempre meglio l’efficacia delle cure, ma oggi dobbiamo fare un passo ulteriore e capire come le donne vivono realmente la malattia – afferma Massimo Di Maio, Presidente AIOM –. I Patient-Reported Outcomes (PRO), cioè i disagi riferiti direttamente dalle pazienti, senza il filtro dell’oncologo, ci aiutano a valutare aspetti fondamentali come qualità di vita, benessere psicologico, sintomi, relazioni e impatto sulla quotidianità, rendendo le cure sempre più personalizzate e realmente centrate sulla persona. Questo report mostra chiaramente che il tumore della mammella continua ad avere un peso rilevante sulla componente fisica, emotiva e relazionale della vita delle donne. È una neoplasia importante che colpisce ogni anno oltre 53mila persone”.
“Da questa indagine emerge un quadro di grande complessità che i Comitati ANDOS conoscono bene attraverso l’esperienza quotidiana accanto alle donne, ma che abbiamo il dovere di studiare e comprendere sempre meglio – conclude Flori Degrassi –. L’obiettivo non è solo individuare risposte e strumenti di intervento più efficaci per accompagnare le pazienti nel percorso di cura, ma anche rafforzare la nostra attività di advocacy verso le Istituzioni e la comunità scientifica, affinché i bisogni delle donne trovino ascolto e si traducano in azioni concrete”.
Roma, 9 giugno 2026 – “La prevenzione deve essere personalizzata, così come oggi si parla sempre più di cura personalizzata, seguendo i fattori di rischio e la storia familiare per costruire percorsi più appropriati e mirati”. Lo ha detto oggi Adriana Bonifacino, fondatrice di Fondazione Incontradonna, a Roma durante un convegno.
“Siamo già sicuri di aver ottenuto risultati importanti sul fronte dello screening mammografico e del fondo per i test molecolari, ma la legge da sola non basta: servono ancora decreti attuativi e un investimento maggiore sulla genetica e sulla prevenzione personalizzata”, ha aggiunto Bonifacino, sottolineando come “il vero traguardo sia guardare oltre e continuare a lavorare insieme alle associazioni e ai territori per una sanità più equa e realmente operativa”.
5 giugno 2026 – “In Europa ci sono alcuni Paesi un po’ più virtuosi nell’utilizzo dei test genomici. Tra questi, ad esempio, la Germania, dove, grazie alle linee guida implementate localmente, c’è un’aderenza massimale alla prescrizione dei test. Penso che dovremmo trovare delle soluzioni operative, nel nostro Paese, che devono essere incorporate nell’ambito della Breast unit, in maniera tale che siano rispettate quelle che sono le indicazioni dell’Istituto superiore di sanità e il Consiglio superiore di sanità: prescrivere sempre, dove c’è indicazione, il test genomico per ottimizzare il trattamento in queste donne e per evitare sovratrattamenti e sottotrattamenti”. Lo ha detto Giuseppe Curigliano, professore ordinario di Oncologia medica al Dipo- dipartimento di Oncologia ed emato-oncologia dell’Università Statale di Milano e presidente eletto Esmo-Società europea di oncologia medica, in occasione dell’Annual Meeting dell’American Society of Clinical Oncology Congresso (Asco) che si è svolto in questi giorni a Chicago (Usa).
“I test genomici rappresentano veramente una grande opportunità per le donne con tumore mammario endocrinoresponsive Her2 negativo in stadio precoce – spiega Curigliano – Purtroppo l’accesso ai test genomici in Italia non è ottimale. Nonostante ci sia un fondo dedicato, non si riesce ancora a saturare completamente, in alcune regioni, il loro utilizzo. Questo purtroppo è un grosso problema, perché rischiamo un sovratrattamento in molte donne in cui non c’è nessuna indicazione alla chemioterapia, e a volte, ahimè, anche un sottotrattamento, perché il test permette di capire bene chi ha indicazione alla chemio e chi no”.
4 Giugno 2026 – L’applicazione dell’intelligenza artificiale può ridurre del 25% i costi per lo sviluppo di un farmaco. Inoltre, diminuisce del 40% i tempi complessivi per la realizzazione di una nuova terapia. Dal momento dall’avvio della ricerca di base fino all’approvazione del trattamento, dopo gli indispensabili studi clinici, possono trascorrere anche 10 anni. I costi medi dell’intera operazione ammontano a oltre 2 miliardi di euro. È quanto hanno evidenziato, durante un evento on line, gli esperti di FoSSC, il Forum che raggruppa 75 Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri ed Universitari Italiani. La teleconferenza, dal titolo L’impatto dei Nuovi Farmaci e dell’Innovazione Terapeutica sulla salute dei cittadini, è stata organizzata nei giorni scorsi. Vi hanno partecipato clinici, ricercatori e rappresentanti delle istituzioni sanitarie nazionali. “Si calcola che solo il 12% dei farmaci messi a punto dalla ricerca clinica arriva effettivamente all’approvazione da parte degli enti regolatori – ha sottolineato Francesco Cognetti, Coordinatore FoSSC -. L’applicazione dell’intelligenza artificiale sta iniziando a dimostrare tutte le sue grandi potenzialità anche nel complicato settore delle sperimentazioni cliniche. Può, infatti, consentire risparmi importanti in termini di tempo e di risorse umane-economiche dedicate, soprattutto in questo difficile momento storico. I Paesi Occidentali stanno iniziando a subire, anche nella ricerca, la forte concorrenza di nazioni come la Cina. Abbastanza evidente è il caso degli studi clinici contro il cancro avviati negli USA che negli ultimi 10 anni sono diminuiti del 34%. In Europa invece si sono ridotti addirittura del 50% con un calo di pazienti arruolati di circa 60.000 mila in meno in 5 anni. Il Paese Asiatico è diventato il primo al Mondo per numero di trial clinici oncologici. Bisogna perciò investire in questo settore strategico anche per restare competitivi a livello internazionale”.
Al momento in Italia sono attivi quasi 1.100 studi clinici multinazionali: 450 in meno della Spagna e 250 meno di Francia e Germania. In oncologia in particolare il nostro Paese si colloca solo al 3° posto. “Abbiamo anche numeri inferiori di arruolamenti di pazienti – ha proseguito Cognetti -. All’Italia vengono assegnati arruolamenti inferiori e si trova con una media di 16,22 pazienti per studio contro i 38,11 della Spagna. Sono tutte opportunità perse soprattutto per problemi di carattere burocratico ed organizzativo”. “La farmaceutica innovativa, basata su farmaci di precisione, è un asset strategico per un grande Paese moderno – ha sostenuto Sergio Abrignani, Professore di Immunologia dell’Università Statale di Milano -. L’Italia negli ultimi 30 anni non è riuscita ad essere un generatore di farmaci innovativi. Oggi si devono creare le condizioni perché la buona ricerca fatta in Italia porti allo sviluppo e alla produzione di farmaci innovativi nel nostro paese. Ci sono almeno due fattori chiave che dovremmo implementare. Per prima cosa è necessaria una struttura di Trasferimento Tecnologico efficace e che faccia da moltiplicatore degli attuali marginali investimenti di Venture capital che vengono fatti nel settore biomedico. Inoltre, si dovrebbe creare un polo nazionale pubblico-privato per la produzione di farmaci biologici, cosa che oggi in Italia è possibile solo marginalmente”.
“Altro aspetto molto critico riguarda la durata complessiva delle procedure autorizzative di accesso di AIFA e poi a livello regionale. Su 84 nuovi farmaci, il cui decreto di rimborso è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale da luglio 2024 a maggio 2026, sono trascorsi in media 482 giorni (16,05 mesi) dal momento della domanda di rimborso da parte dell’azienda (che avviene in media due mesi dopo l’ok dell’EMA). A questi tempi vanno poi aggiunti quelli di inserimento nei prontuari regionali e quelli per la preparazione e l’aggiudicazione delle gare ospedaliere. Quindi arriviamo alla fine ad un totale di quasi 2 anni prima che un nuovo farmaco sia effettivamente disponibile ai pazienti italiani” ha concluso Cognetti.
1 giugno 2026 – Il virus Ebola, pur in presenza di un rischio di contagio definito ‘basso’ per i paesi occidentali, preoccupa gli oncologi a livello internazionale, che vedono nei virus emergenti una minaccia generale in un mondo globalizzato, tanto più per una popolazione fragile come quella dei pazienti oncologici. Lo sottolinea Massimo di Maio, presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), a Chicago per partecipare al congresso della Società americana di oncologia (ASCO), il maggior appuntamento mondiale del settore.
“In generale siamo preoccupati per i rischi sanitari che, data la globalizzazione attuale, possono diffondersi in maniera molto veloce da una parte all’altra del mondo. In particolare, poi, l’allerta aumenta per i pazienti oncologici che, in quanto soggetti fragili, risentono maggiormente della esposizione ad agenti patogeni”, afferma. La comunità scientifica, sottolinea Di Maio, “è preoccupata per i problemi sanitari crescenti nelle zone del focolaio di Ebola in Africa, dove guerre e difficoltà sociali rendono difficili le cure per la popolazione ed in particolare per i malati oncologici”.
Un problema di cui si sta discutendo in questi giorni anche al congresso Asco, che alla cura del cancro in tempo di crisi e di spostamenti di massa ha dedicato varie sessioni dei lavori. E’ bene, commenta Di Maio, che “ci siano segnali di attenzione globale: in un momento della storia del mondo in cui c’è tanto egoismo da parte delle singole nazioni, ed in cui l’interesse dei singoli paesi prevale sulla solidarietà internazionale, è importante che almeno la comunità scientifica mantenga questo interesse globale”. Ormai la preoccupazione “non può essere più indirizzata solo ad un singolo paese, perchè con la globalizzazione ad un virus bastano 24 ore per raggiungere qualunque parte del globo. E’ giusto quindi che le autorità sanitarie siano attente e previdenti, pur – conclude – senza fare allarmismi”.
Chicago, 29 maggio 2026 – In Italia la qualità di vita dei pazienti colpiti da tumore è “misurata” solo nel 34% delle Oncologie. Meno del 70% (67,9%) delle strutture può contare sull’assistenza domiciliare e solo nel 40% sono presenti coordinatori di ricerca clinica strutturati. L’Oncologia nel nostro Paese vede anche progressi importanti rispetto al passato. I servizi di supporto psiconcologico sono presenti in quasi il 90% dei centri (88,5%), anche se solo il 60% è dotato di uno psicologo “dedicato” ai pazienti oncologici. Il 93% ha l’anatomia patologica, l’88% una nutrizione clinica di riferimento e il 72% un laboratorio di biologia molecolare diagnostica. La qualità degli studi è garantita, nel 64% dei casi, da procedure operative standard (SOP, Standard Operating Procedure), cioè checklist che consentono di produrre risultati di alto livello. Però è necessario ridurre gli ostacoli e i tempi di avvio delle sperimentazioni. Oggi possono servire 4 mesi (e in alcuni casi anche di più) per la firma del contratto che consente di iniziare uno studio. I dati emergono dall’“Annuario dell’Oncologia Italiana 2026”, realizzato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e dalla Federation of Italian Cooperative Oncology Groups (FICOG) e presentato nella conferenza stampa ufficiale di AIOM al Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), in corso a Chicago.
“Qualità dell’assistenza e ricerca sono strettamente legate e lo dimostrano i risultati di questa pubblicazione, che evidenzia molte luci e alcune ombre della nostra Oncologia – spiega Massimo Di Maio, Presidente Nazionale AIOM -. Oggi pochi ospedali adottano i PRO, i ‘Patient-Reported Outcome’, misure di monitoraggio sistematico dei sintomi da parte dei pazienti. I PRO sono strumenti importantissimi nella valutazione dei trattamenti anticancro e della qualità di vita, ma sono necessari risorse e personale da dedicare a questa attività. Serve più attenzione anche a temi che influenzano la qualità della vita, perché connessi alla progettualità dopo il cancro, come la possibilità di avere un figlio al termine delle cure, ma solo il 22% delle strutture è dotato di un centro per la preservazione della fertilità”.
Nel 2025, in Italia, sono state stimate 390.000 nuove diagnosi di cancro, negli USA oltre due milioni nel 2026. “Negli Stati Uniti, il 70% dei pazienti è vivo a 5 anni – continua il Presidente Di Maio -. In Italia ci stiamo avvicinando, perché il 65% nelle donne e il 59% negli uomini raggiungono questo traguardo e almeno un paziente su quattro è tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale e può ritenersi guarito. Nel nostro Paese nel 2026, rispetto al periodo 2020-2021, è stimata una diminuzione dei tassi di mortalità oncologica del 17,3% negli uomini e dell’8,2% nelle donne. Terapie innovative, come i farmaci a bersaglio molecolare e l’immunoterapia, permettono, in una percentuale significativa di casi, di cronicizzare la malattia in fase avanzata o di ottenere la guarigione, con consistenti risparmi in altre voci di spesa, sanitaria e sociale. Ma è possibile continuare a garantire la qualità delle cure e la sostenibilità del sistema solo con politiche di sostegno all’assistenza e alla ricerca, che permette di sviluppare terapie innovative”.
I tumori su cui si concentra il maggior numero di sperimentazioni sono quelli mammari, gastrointestinali, toracici, urologici e ginecologici. Dal censimento emerge come il tempo medio richiesto per la firma del contratto sia, in quasi il 60% dei casi, di 4-8 settimane, ma in circa il 40% è compreso fra 2 e 4 mesi. “Il Regolamento Europeo del 2014 sulla ricerca clinica – afferma Rossana Berardi, Presidente Eletto AIOM – nasceva con l’obiettivo di armonizzare e rendere più efficienti le procedure autorizzative degli studi clinici nei Paesi membri, definendo tempistiche condivise e riducendo gli oneri burocratici, spesso caratterizzati da richieste documentali eterogenee e ridondanti. Tuttavia, in Italia, nonostante l’entrata in vigore del Regolamento Europeo, l’iter di approvazione delle sperimentazioni cliniche continua a presentare criticità significative, soprattutto sul piano amministrativo. In molti casi, infatti, l’attivazione dei centri richiede ancora tempi molto lunghi, con ritardi che possono protrarsi per diversi mesi. Queste difficoltà rischiano di compromettere la competitività e l’attrattività del nostro Paese nei confronti dei promotori profit, oltre a limitare o ritardare l’accesso dei pazienti italiani a studi clinici innovativi e a nuove opportunità terapeutiche. Per questo motivo è fondamentale promuovere un concreto processo di semplificazione amministrativa e organizzativa, capace di garantire procedure più rapide, uniformi ed efficienti”.
“Da medico e da rappresentante delle Istituzioni, ritengo fondamentale porre al centro delle priorità la ricerca, snodo fondamentale per assicurare le migliori opportunità di cura ai cittadini – spiega il Ministro della Salute, Prof. Orazio Schillaci, nella prefazione del libro -. Circa il 35% delle sperimentazioni condotte in Italia riguarda l’oncologia, l’area in cui si concentra il maggior numero degli studi clinici, un ambito che richiede competenze sempre di più specifiche e multidisciplinari, nonché nuovi modelli e approcci, sia nella ricerca che nella pratica clinica. E possiamo affermare, in tal senso, che l’Italia è all’avanguardia in Europa. Desidero inoltre ricordare che da tempo nel nostro Paese sono attivi i Gruppi cooperativi, che sono impegnati nella ricerca e hanno prodotto lavori che hanno cambiato la pratica clinica a livello internazionale in diversi tipi di tumori. Vincere il cancro è un obiettivo cruciale che perseguiamo attraverso il pieno sostegno alla ricerca e investimenti nella prevenzione e nell’innovazione tecnologica”.
“In Italia, il 31% delle strutture presenta più di 20 studi clinici attivi, il 12% oltre 60 – sottolinea Rossana Berardi -. Il 75% ha la possibilità di gestire campioni biologici per studi traslazionali, che permettono di trasferire rapidamente i risultati delle ricerche al letto del paziente. Il 24% è inserito nei centri AIFA accreditati per la Fase I, in cui rientrano i trial più complessi perché prevedono requisiti stringenti, procedure operative dedicate e una certificazione da parte dell’ente regolatorio. Restano però forti criticità nella disponibilità di personale e di una solida infrastruttura. Il 70% dei centri è privo di un bioinformatico e il 50% non può contare sul supporto statistico. E sono troppo pochi i coordinatori di ricerca clinica strutturati. Nella maggior parte dei casi, queste figure, essenziali per condurre le sperimentazioni, operano da precari con contratti libero professionali o borse di studio”.
“Sono significativi i passi avanti realizzati nella definizione dei percorsi diagnostico-terapeutici e assistenziali, i PDTA, essenziali per garantire un’assistenza multidisciplinare: sono stati deliberati dalla quasi totalità delle strutture, per un totale di oltre 1.250 documenti – continua Massimo Di Maio -. Naturalmente bisogna garantire che i percorsi definiti in quei documenti siano realizzabili quotidianamente nella pratica in maniera equa e tempestiva. Ancora troppo pochi centri, meno del 70%, prevedono un percorso di assistenza domiciliare oncologica. Una forbice che si allarga spostandosi lungo la Penisola: al Nord le cure domiciliari sono infatti attivate dal 80% delle strutture rispetto al 42% del Sud. Il 42% delle strutture ha un ambulatorio per le urgenze oncologiche, anche qui con un gradiente dal 56% del Nord al 21% del Sud. Inoltre, andrebbero implementati, con risorse adeguate, i gruppi di cure simultanee, presenti nel 75% delle oncologie. Anche in questo caso si passa dall’87% al Nord al 52% nel Meridione”.
“Questo volume rappresenta l’evoluzione naturale di due esperienze consolidate: il ‘Libro Bianco AIOM’ e l’‘Annuario FICOG/AIOM dei Centri di Ricerca Oncologica in Italia’ – conclude il Presidente Di Maio -. L’integrazione di queste due fonti consente oggi di disporre di uno strumento unico, capace di coniugare l’analisi dell’organizzazione assistenziale con quella dell’attività di ricerca”.