27 luglio 2023 – La spesa per farmaci a carico dei cittadini è cresciuta di quasi 1,8 miliardi in 8 anni, passando da 6,6 miliardi del 2014 a 8,4 del 2022. E’ uno dei dati contenuti nell’ultimo report sull’Andamento della spesa farmaceutica redatto dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) che sottolinea come la spesa privata necessiti “di essere monitorata anche ai fini della valutazione dell’appropriatezza”. Secondo l’analisi AIFA, dopo un periodo di relativa stabilità della spesa privata tra il 2014 e il 2020, con costi oscillanti tra i 6,6 e i 7,1 miliardi, la spesa a carico dei cittadini si è impennata con la pandemia: nel 2021 si è arrivati a 7,7 miliardi con un aumento di quasi l’8% rispetto all’anno precedente e poi, nel 2022, a 8,4 miliardi con un aumento di quasi il 9%.
In crescita anche la spesa complessiva per farmaci a carico del servizio sanitario nazionale. Nel 2022 è arrivata a superare i 21,4 miliardi al netto del payback con una crescita del 6% in un anno. A contribuire maggiormente alla crescita è la spesa ospedaliera (i cosiddetti acquisti diretti): nel 2022 è cresciuta del 9,2% rispetto all’anno precedente raggiungendo i 13,2 miliardi. Il 2022 ha visto, dopo anni di calo, anche una crescita della spesa per farmaci a carico del servizio sanitario nazionale distribuiti sul territorio (spesa convenzionata): ha superato gli 8 miliardi con un aumento dell’1,44% rispetto all’anno precedente.
Il segreto della longevità è scritto in queste otto regole: essere fisicamente attivi, non fumare, gestire lo stress, avere una dieta sana, evitare le abbuffate, avere un buon sonno, avere relazioni sociali positive e non essere dipendenti da oppioidi. Adottare tutti questi comportamenti per un 40enne si lega ad una aspettativa di vita di 21-24 anni maggiore rispettivamente per lei e per lui.
E’ quanto sostiene uno studio presentato a Nutrition 2023, il meeting annuale della American Society for Nutrition Secondo lo studio, tra i maschi chi adotta tutte le otto abitudini all’età di 40 anni vivrà in media 24 anni in più rispetto a chi non adotta nessuna di queste abitudini. Per le donne, le otto buone abitudini si associano a 21 anni di vita in più. “Siamo rimasti davvero sorpresi da quanto si potrebbe guadagnare con l’adozione di uno, due, tre o tutti e otto i fattori dello stile di vita”, afferma Xuan-Mai T. Nguyen, del Carle Illinois College of Medicine. “I risultati della nostra ricerca suggeriscono che l’adozione di uno stile di vita sano è importante sia per la salute pubblica, sia per il benessere personale”. Per lo studio, gli scienziati hanno utilizzato i dati delle cartelle cliniche e dei questionari raccolti tra il 2011 e il 2019 da 719.147 persone iscritte al Veterans Affairs Million Veteran Program. L’analisi ha incluso dati di adulti di età compresa tra 40 e 99 anni e ha registrato 33.375 decessi durante il periodo di monitoraggio. Nel complesso, i risultati hanno mostrato che la scarsa attività fisica, l’uso di oppioidi e il fumo hanno avuto il maggiore impatto sulla durata della vita; questi fattori sono stati associati a un rischio di morte superiore di circa il 30-45% durante il periodo di studio. Lo stress, le abbuffate (binge drinking), la cattiva alimentazione e la scarsa igiene del sonno sono stati associati ciascuno a un aumento di circa il 20% del rischio di morte e la mancanza di relazioni sociali positive è stata associata a un aumento del rischio di morte del 5%. Secondo i ricercatori, un stile di vita contribuisce allo sviluppo di malattie croniche come il diabete di tipo 2 e le malattie cardiache che portano a disabilità prematura e morte. “La medicina dello stile di vita ha lo scopo di trattare le cause alla base delle malattie croniche piuttosto che i loro sintomi”, afferma Nguyen. “Fornisce una potenziale strada per alterare il corso dei costi sanitari sempre crescenti derivanti dalla prescrizione di farmaci e procedure chirurgiche”, conclude.
Con un terzo degli organici in ferie cala del 63,2% l’attività degli ambulatori, chiusi nel 5,3% dei casi. Compromessa la qualità dell’assistenza nel 58% dei reparti: l’estate negli ospedali dell’Emilia-Romagna è nella ricerca dalla Federazione dei medici internisti ospedalieri (Fadoi), che ha analizzato 19 Unità operative di medicina interna degli ospedali emiliani. Secondo l’indagine, la quasi totalità dei medici dell’Emilia- Romagna usufruiscono dei 15 giorni di vacanze nel periodo estivo, come garantito dal contratto nazionale di lavoro. Questo comporta una riduzione degli organici in reparto che varia tra il 21 e il 30% nel 42,11% dei casi, tra il 30 e il 50% nel 16% dei reparti e del 21% tra l’11 e il 20%. Per chi resta il volume di lavoro aumenta nel 37% dei casi e ciò incide “abbastanza” sull’assistenza offerta ai cittadini nel 47,3% dei nosocomi, “molto” in un altro 10,6%, “poco” nel 42,1% dei reparti e mai “per nulla”. A risentirne nello specifico sono poi le attività ambulatoriali, che diminuiscono le loro attività nel 63,2% dei casi e chiudono del tutto nel 5,3% degli ospedali. Un altro 10,5% garantisce invece l’invarianza nel numero e nei tempi delle attività negli ambulatori, che sono rimodulate nei tempi ma invariate nel numero di prestazioni nel 21% di casi. Se pur riducendo le attività d’estate gli ospedali non chiudono per ferie lo si deve ai sacrifici sostenuti dai medici per coprire la carenza di personale già di per se cronica. Ecco così che il 52,3% tra giugno e settembre vede qua e là saltare i riposi settimanali che pure dovrebbero essere sempre garantiti. Nello stesso arco temporale il 52,6% è obbligato coprire i turni notturni con attività aggiuntive, mentre il 21% è chiamato a garantire anche i turni in pronto soccorso.
21 luglio 2023 – Le coperture vaccinali segnano una ripresa dopo il crollo causato dalla pandemia di Covid-19. Nel 2022 sono stati vaccinati 4 milioni i bambini in più, nel mondo, rispetto all’anno precedente. Restano però 20,5 milioni quelli che hanno saltato almeno una dose, un numero alto ma in forte calo rispetto ai 24,4 milioni del 2021. Lo indicano i dati pubblicati dall’Oms e dall’Unicef, che indicano come, dei 73 Paesi che hanno registrato cali sostanziali durante la pandemia, 15 hanno recuperato i livelli pre Covid, 24 sono sulla via del recupero e 34 vedono un ristagno o una diminuzione.
Dei 20,5 milioni di bambini che, nel 2022, hanno saltato una o più dosi di vaccino contro difterite, tetano e pertosse (usato come indicatore globale per la copertura vaccinale), 14,3 milioni sono i cosiddetti bambini a zero dosi. Il dato rappresenta un miglioramento rispetto ai 18 milioni di bambini a zero dosi del 2021, ma rimane peggiore dei livelli pre Covid (nel 2019 erano stati quasi 13 milioni). “Questi dati – dichiara Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms – sono incoraggianti e sono un riconoscimento a coloro che hanno lavorato per ripristinare i servizi di vaccinazione salvavita dopo due anni di calo sostenuto”.
I Paesi con una copertura costante negli anni precedenti la pandemia hanno recuperato meglio: ad esempio, l’Asia meridionale ha dimostrato una ripresa più rapida rispetto all’America Latina e i Caraibi. La vaccinazione contro il morbillo non ha registrato la stessa ripresa di altri vaccini. La copertura della prima dose è aumentata all’83% nel 2022 dall’81% del 2021, ma è rimasta inferiore all’86% raggiunto nel 2019. Di conseguenza, nel 2022, quasi 22 milioni di bambini hanno saltato la vaccinazione nel loro primo anno di vita, 2,7 milioni in più rispetto al 2019. “Finché un maggior numero di Paesi non colmerà le lacune nella copertura di routine – dichiara il direttore generale dell’Unicef Catherine Russell – i bambini di tutto il mondo continueranno a rischiare di morire a causa di malattie che possiamo prevenire. I virus come il morbillo non conoscono confini”. Per la prima volta, la copertura vaccinale contro l’Hpv o papilloma virus umano, ha superato i livelli pre-pandemici. I programmi di vaccinazione hanno raggiunto lo stesso numero di ragazze nel 2022 rispetto al 2019: il 67% nei Paesi ad alto reddito e il 55% nei Paesi a basso e medio reddito, anche se ben al di sotto dell’obiettivo del 90%.
20 luglio 2023 – Come invecchiare di 10 anni a livello cognitivo. Sembra essere questo l’impatto di una convivenza di diversi mesi con sintomi del Long Covid come l’ormai famosa ‘brain fog’, la nebbia cognitiva. Le persone che sperimentavano questa condizione in maniera persistente hanno infatti mostrato prestazioni ridotte in attività indicative di diversi processi mentali, fino a due anni dopo l’infezione con il virus Sars-CoV-2. Un team di ricercatori del King’s College London ha esplorato questo aspetto in un nuovo studio. Gli autori hanno esaminato se l’infezione da Covid influisse sulle prestazioni mentali, in due cicli di test cognitivi online che si sono svolti nel 2021 e nel 2022. I risultati sono stati pubblicati su ‘eClinicalMedicine’.
I dati sono stati raccolti per oltre 3mila partecipanti allo studio ‘Covid Symptom Study Biobank’, attraverso 12 attività che hanno testato memoria, attenzione, ragionamento, velocità di elaborazione e controllo motorio. I partecipanti i cui punteggi dei test sono stati maggiormente colpiti da Covid “erano quelli che avevano manifestato sintomi correlati al virus per 12 settimane o più. In queste persone, l’effetto sull’accuratezza del test era di dimensioni paragonabili all’effetto di un aumento dell’età di 10 anni”, hanno rilevato gli esperti. Non c’è stato, inoltre, un miglioramento significativo in questi punteggi dei test tra i due cicli, svolti a 9 mesi di distanza. Alla seconda tranche di test, il tempo medio trascorso dall’infezione iniziale da Covid dei partecipanti era di quasi due anni. Scavando più a fondo nell’analisi, i ricercatori hanno separato i partecipanti in base al fatto che si sentissero completamente guariti dopo l’infezione, oppure no. Le persone che si sono sentite completamente guarite, evidenziano gli scienziati, si sono comportate in modo simile a quelle che non avevano affatto contratto il virus. “Al contrario, i partecipanti che non si sentivano completamente guariti dopo l’infezione avevano in media punteggi di accuratezza delle attività inferiori”, dicono gli autori. “I nostri risultati suggeriscono che, per le persone che convivevano con sintomi a lungo termine dopo aver contratto il Covid, gli effetti sui processi mentali come la capacità di ricordare parole e forme sono ancora rilevabili in media a quasi due anni dalla loro infezione iniziale – riepiloga l’autore principale, Nathan Cheetham, Senior Postdoctoral Data Scientist al King’s College di Londra – Tuttavia è stata una buona notizia aver osservato che Covid non aveva avuto effetto sulle prestazioni ottenute ai test dalle persone che si sentivano completamente guarite, anche se avevano avuto sintomi per diversi mesi e potevano essere considerate affette da long Covid. Lo studio mostra la necessità di monitorare le persone la cui funzione cerebrale è maggiormente colpita da Covid, per vedere come i loro sintomi cognitivi continuano a svilupparsi e per fornire un supporto al loro recupero”.
19, luglio 2023 – L’80% dei malati di cancro è costretto a trovare da solo soluzioni o utilizzare strutture fai da te, grazie a volontari e a figure non sempre specializzate. Con gravi danni nella capacità di combattere la neoplasia e forti riflessi sulla qualità di vita sia dei pazienti che delle loro famiglie. È quanto emerge dalla presentazione in Senato del XXIV Congresso Mondiale di Psiconcologia che si terrà alla fiera di Milano dal 31 agosto al 3 settembre.
“Eppure il nostro Paese è all’avanguardia in questo settore – spiega la professoressa Gabriella Pravettoni, presidente del Congresso e direttore della Divisione di Psiconcologia dell’Istituto Europeo di Oncologia – e nel garantire ai malati il giusto supporto in una fase molto delicata, come sottolineano ormai centinaia di studi clinici pubblicati sulle principali riviste scientifiche internazionali”. “Lo psiconcologo è ormai riconosciuto come fondamentale nei team multidisciplinari nelle divisioni di oncologia – sottolinea Pravettoni – il suo ruolo è quello di potenziare le risorse personali nella gestione della malattia e del proprio percorso di cura agendo su più livelli: famiglia, medico, società”. “Grazie alle diagnosi precoci e soprattutto alle nuove terapie siamo riusciti a controllare a lungo buona parte delle neoplasie – spiega il professor Paolo Marchetti, direttore scientifico Idi di Roma e Ordinario di Oncologia all’Università La Sapienza – l’88% delle donne colpite da un tumore del seno è vivo a 5 anni, così come il 65% di chi ha ricevuto una diagnosi del carcinoma del colon e il 90% di un carcinoma della prostata, mentre per oltre un milione di persone possiamo parlare di guarigione definitiva. Le terapie sono sempre più personalizzate ed efficaci ma vanno gestite e spiegate al paziente e ai caregivers. È importante misurare anche gli effetti collaterali dovuti alla lunga durata dei nuovi trattamenti, spesso anche di modesta entità per la classificazione usata dal medico, ma che possono invece avere influenze molto pesanti nella vita quotidiana di chi li deve sopportare. La psiconcologia in questo processo è ormai essenziale e parte integrante del team multidisciplinare che affronta la neoplasia”. “Purtroppo, ancora troppo spesso il diritto al supporto psicologico viene negato ai malati e ai caregiver oncologici – sottolinea Elisabetta Iannelli, Segretario Generale Favo (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) -. Riceviamo di continuo lamentale per l’assenza di questa figura nei luoghi di cura mentre numerose sono le associazioni di pazienti che garantiscono lo psiconcologo con fondi propri. Ma è ora di cambiare, anche se purtroppo le premesse non sembrano buone con un Piano Oncologico Nazionale che dedica davvero poco spazio e nessuna indicazione in termini di programmazione del servizio e di stanziamento di risorse per rispondere a questo imprescindibile bisogno di salute”. “Confidiamo -conclude Iannelli – che questo Governo dimostri maggiore attenzione e concretezza, rispetto al precedente esecutivo, nell’assicurare l’assistenza psicologica a milioni di malati oncologici. Aver portato in Italia il Congresso Mondiale è un importante riconoscimento a tutti gli operatori ed ora gli occhi del mondo sono puntati sul nostro Paese”.
19 luglio 2023 – L’attività fisica comporta numerosi benefici alla salute e al nostro benessere. Questa regola vale per tutti ciò nonostante esistono delle differenze di genere nella tendenza alla sedentarietà. Qual è il rapporto tra le italiane e lo sport? Ecco quello che emerge dagli ultimi dati. Il 36% dei maschi, residenti nel nostro Paese, non ha mai praticato attività fisica mentre tra le femmine il dato sale al 53%. Ecco perché le donne (e non solo loro) devono sempre fare un po’ di sport:
• adolescenza: oltre a giovare al benessere ha anche un grande valore educativo. Le sportive sono più sane ma anche più protette da comportamenti a rischio (fumo, abuso di alcol, uso di droga o sesso non protetto)
• maternità: esistono esercizi specifici per prepararsi alla fine della gravidanza che vengono insegnati durante i corsi pre-parto
• menopausa: durante questa fase è più che mai necessario mantenersi in forma. Il movimento fisico è inoltre prezioso per l’umore e per scaricare le tensioni
• terza età: un po’ di moto aiuta a prevenire le malattie tipiche dell’anzianità (non solo cancro ma anche ipertensione, diabete e scompenso cardiaco)
La parola d’ordine deve essere costanza! Lo sport per determinare vantaggi all’organismo e prevenire alcune gravi malattie (come cancro, patologie reumatiche, disturbi respiratori e cardio-vascolari) deve essere pratica metodo e frequenza costante.
18 luglio 2023 – Scienziati australiani hanno individuato un tipo di leucociti specializzati che proteggono da infezioni e malattie. Una scoperta che apre la strada a nuove immunoterapie per il cancro e anche a nuovi vaccini contro malattie infettive come streptococco A, tubercolosi e Covid.
Lo studio del Monash Children’s Research Institute di Melbourne, pubblicato su Science Immunology, dimostra per la prima volta che le cellule dette ‘gamma delta T’ si formano in un processo di tre fasi nel timo, un piccolo organo vicino al cuore. Le cellule immuni entrano così nell’organismo per combattere gravi infezioni. Gli scienziati hanno ritenuto che tali cellule derivassero principalmente dal fegato durante lo sviluppo di un nascituro nell’utero – una teoria ora smentita. “Conoscere come queste cellule si sviluppano ci permette di moltiplicarne il numero, con il vantaggio di combattere le infezioni per mezzo di vaccini e di immunoterapie antitumorali, scrive il responsabile dello studio, l’immunologo cellulare Daniel Pellicci. Tali cellule svolgono un ruolo nel cancro identificando le cellule infettate o cancerose nell’organismo ed eliminandole, aggiunge. Nuovi vaccini agirebbero attivando le cellule gamma delta T e allo stesso tempo combattendo la particolare componente chiave della specifica malattia infettiva.
14, luglio 2023 – “Un gruppo di lavoro dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro Iarc, composto da 25 esperti, si è riunito a Lione per fare una valutazione, ha rivisto tutti i dati disponibili e ha classificato l’aspartame come possibile cancerogeno per l’uomo, cioè nel gruppo 2B”. E’ l’annuncio che arriva dall’Organizzazione mondiale della sanità. A spiegare il verdetto della Iarc è stata Mary Schubauer-Berigan, capo ad interim del programma monografie dell’agenzia dell’Oms, che ha puntualizzato come la decisione si basi su “limitate evidenze nell’uomo per un tipo di cancro al fegato, il carcinoma epatocellulare, derivanti da 3 studi condotti negli Stati Uniti e in 10 Paesi europei”.
Parallelamente un altro comitato di esperti, il Joint Fao/Who Expert Committee on Food Additives (Jecfa), si è occupato di una valutazione del rischio e ha deciso di confermare “un livello di assunzione giornaliera accettabile fino a 40 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo”, ha comunicato Francesco Branca, direttore del Dipartimento Nutrition and Food Safety dell’Oms. Il motivo è che “gli studi di genotossicità in vitro e in vivo davano risultati contrastanti” e “non si possono escludere fattori confondenti”, ha evidenziato. Un aspetto toccato anche dall’esperta Iarc, che ha precisato come tutti e 3 gli studi presi in considerazione abbiano “esaminato il consumo di bevande zuccherate artificialmente (Asb)”, ritenuto dal gruppo di lavoro un “buon indice dell’esposizione all’aspartame”, considerato che questo era il principale dolcificante utilizzato nelle bevande. Un riassunto dei risultati in questione viene pubblicato online su ‘Lancet oncology’.
Ma come devono comportarsi ora le persone rispetto al consumo di questi prodotti? “Se si consuma l’aspartame per evitare il consumo di zucchero, e gli effetti dell’assunzione elevata di zucchero ad esempio sul peso corporeo, l’Oms ha già raccomandato nelle linee guida rilasciate un paio di settimane fa di moderare sia il consumo di zuccheri liberi sia il consumo di edulcoranti. Quindi, se i consumatori si trovano di fronte alla decisione se prendere una bevanda con dolcificanti o una con zucchero, penso che dovrebbe essere presa in considerazione una terza opzione, ovvero bere acqua. E limitare il consumo dei prodotti dolcificanti”, ha suggerito Branca.
Questo, ha proseguito l’esperto Oms, “è particolarmente importante per i bambini piccoli, che verrebbero esposti abbastanza presto a un aggiustamento del gusto e quindi sostanzialmente instradati a continuare a consumare prodotti zuccherati. Esistono alternative che non contengono zuccheri liberi o dolcificanti e dovrebbero essere preferite dai consumatori”. Branca ha tenuto a precisare il significato della conclusione raggiunta dalla valutazione del rischio: “Non indica che il consumo di edulcoranti comporta automaticamente un impatto sulla salute. Avere la definizione di un apporto giornaliero accettabile significa che è accettabile consumare una certa quantità di aspartame senza avere apprezzabili effetti sulla salute. Questa quantità è piuttosto ampia”.