Archivio degli autori Fabrizio Fiorelli

24 Febbraio 2023

Farmaci: in arrivo in UE brevetti più brevi e il bugiardino elettronico

“Garantire che l’Europa disponga della fornitura di farmaci a prezzi accessibili per soddisfare le proprie esigenze e sostenere l’industria farmaceutica affinché rimanga un innovatore e un leader mondiale”.

Questo, secondo un portavoce della Commissione europea, l’obiettivo della revisione della legislazione farmaceutica a cui sta lavorando Bruxelles e che potrebbe anche ridurre la durata dei brevetti. La Commissione Ue al momento prevede di presentare il pacchetto con le nuove proposte il 29 marzo prossimo. La Commissione europea sta mettendo a punto una serie di proposte normative per il settore farmaceutico che dovrebbero introdurre importanti novità come la riduzione della durata dei brevetti, con effetti calmieratori sui prezzi dei medicinali, e l’introduzione del bugiardino elettronico. Questioni molto delicate e controverse su cui è già scontro tra organizzazioni dei consumatori e delle imprese che hanno cominciato a confrontarsi sul pacchetto normativo. La legislazione che sarà proposta entro fine marzo ha lo scopo da un lato di rilanciare la competitività del settore farmaceutico Ue e dall’altro facilitare l’accesso ai farmaci da parte dei pazienti. Il pacchetto medicinali prevede, spiega un portavoce della Commissione europea, anche “una revisione della legislazione sui medicinali per bambini e le malattie rare e una proposta di raccomandazione del Consiglio sulla resistenza agli antibiotici”. Ma il pezzo forte sarà la legge quadro sui medicinali, che attende un aggiornamento da 20 anni. “Miglioreremo la sicurezza dell’approvvigionamento, adegueremo la legislazione ai nuovi sviluppi scientifici e tecnologici, ridurremo la burocrazia”, assicura il portavoce.

23 Febbraio 2023

Studio: coltivare buone amicizie protegge donne da malattie croniche

Le donne che intorno ai 40 e 50 anni hanno buone relazioni sociali hanno meno probabilità di soffrire di malattie croniche in età avanzata. Di contro, avere relazioni insoddisfacenti con amici o colleghi può essere un fattore di rischio per obesità, inattività fisica o assunzione di alcol. A indicarlo è una ricerca pubblicata su General Psychiatry (Gruppo Bmj), condotta presso l’Università del Queensland, in Australia. Esiste un legame noto tra cattive relazioni sociali e cattive condizioni di salute, ma fino ad ora la ricerca si era concentrata su singole malattie o fattori come la dimensione della sua rete sociale, ma non la qualità di quest’ultima. I ricercatori hanno utilizzato i dati di 7.694 partecipanti all’Australian Longitudinal Study on Women’s Health di età compresa tra 45 e 50 anni nel 1996. È stato chiesto ai partecipanti di indicare anche il loro livello di soddisfazione nelle relazioni con partner, familiari, amici e colleghi. I partecipanti sono stati monitorati periodicamente anche per le 11 condizioni: diabete, ipertensione, malattie cardiache, ictus, broncopneumopatia cronica ostruttiva, asma, osteoporosi, artrite, cancro, depressione e ansia. Il 58% delle donne che non presentavano patologie croniche all’inizio dello studio, le hanno sviluppate nel corso dei 20 anni di studio. Ma “abbiamo scoperto che le donne di mezza età con i livelli più bassi di soddisfazione relazionale avevano più del doppio delle probabilità di sviluppare più condizioni croniche rispetto a quelle che erano molto soddisfatte delle loro relazioni”, ha affermato l’autore principale, Xiaolin Xu.

22 Febbraio 2023

Tumore al seno: in Friuli-Venezia Giulia 1.300 diagnosi l’anno

Il Friuli-Venezia Giulia è ai primi posti in Italia per numero di nuovi casi di tumore della mammella. Ogni anno si registrano oltre 1.300 diagnosi con un tasso di 170 casi ogni 100.000 donne, superiore rispetto alla media nazionale. Tra i fattori che possono influenzare l’incidenza, la maggiore longevità rispetto ad altre Regioni italiane e la buona adesione agli esami di screening. Tuttavia, preoccupano alcuni stili di vita meno sani, tra cui l’eccessivo consumo di alcol. È quanto emerso oggi alla vigilia di Focus sul Carcinoma Mammario, il convegno scientifico che da 20 anni riunisce in Friuli i più importanti esperti nazionali ed internazionali sulla neoplasia. Sono oltre 500 i partecipanti all’evento dedicato alla forma di cancro più diffusa nel nostro Paese (55.700 nuove diagnosi nel 2022). “A partire dal 2000, abbiamo osservato un graduale incremento della sopravvivenza e, oggi, oltre 22mila donne vivono in Regione con una diagnosi di tumore mammario – afferma Fabio Puglisi, professore ordinario di Oncologia Medica dell’Università di Udine, Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica presso l’IRCCS CRO di Aviano e Responsabile Scientifico del Convegno -. È un dato in linea con quello nazionale, e la prognosi delle donne che si ammalano è in costante miglioramento grazie all’introduzione di farmaci innovativi e all’incremento delle diagnosi precoci. In particolare, in Regione il programma di screening mammografico si rivela efficiente come dimostrato dalla capacità di recuperare in breve tempo gli esami non effettuati a causa del Covid-19. La malattia ha comunque un forte impatto sul nostro sistema sanitario regionale e dobbiamo agire per agevolare i percorsi di cura e per migliorare la prevenzione primaria”. “L’alcol è uno dei più rilevanti fattori di rischio del tumore del seno anche se vi è una tendenza a sottovalutarlo – aggiunge Saverio Cinieri, Presidente dell’Associazione Italiana Oncologia Medica (AIOM) -. Non va assolutamente criminalizzato il consumo di bevande, come vino e birra, però numerose pubblicazioni scientifiche hanno evidenziato il collegamento con la neoplasia mammaria. Vi sono poi altri fattori di rischio conclamati come quelli riproduttivi-ormonali tra cui il menarca precoce, una menopausa tardiva, la nulliparità o l’età più avanzata alla prima gravidanza. Infine, non va dimenticata la sedentarietà, una ‘malattia’ che colpisce il 31% degli adulti italiani e il 18% della popolazione del Friuli-Venezia Giulia”.

 

Il Focus sul Carcinoma Mammario è giunto alla sua ventesima edizione e questo rappresenta l’occasione per ripercorre gli avanzamenti scientifici degli ultimi due decenni. “Nei primi anni 2000 la sopravvivenza a cinque anni era poco più del 76% mentre ora siamo arrivati quasi al 90% – sottolinea Michelino De Laurentiis, Direttore del Dipartimento di Senologia e Toraco-Polmonare dell’Istituto Tumori Pascale di Napoli -. Il merito di questo straordinario successo è da ricercare nella nostra maggiore capacità di definire e individuare i vari sottotipi di carcinoma mammario. Da questo passa la forte crescita del nostro arsenale terapeutico anche per le forme più gravi della malattia”. “Oggi si parla di medicina di precisione ma, nel caso della patologia mammaria, è interessante analizzare il concetto di chirurgia di precisione – prosegue Samuele Massarut, Direttore dell’Oncologia Chirurgica Senologica del CRO di Aviano -. Gli interventi sono sempre più personalizzati in base alle caratteristiche delle pazienti e della malattia. In molti casi, può essere evitata la linfadenectomia ascellare, a livello mammario si è sempre più conservativi, la chirurgia ricostruttiva consente di raggiungere ottimi risultati e, laddove il contesto clinico lo consente, può essere proposto il trattamento radiante intraoperatorio”. “Una delle sfide più difficili che tutti i giorni dobbiamo affrontare sono i tumori mammari in fase metastatica – spiega Lucia Del Mastro, Professore Ordinario e Direttore della Clinica di Oncologia Medica dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino, Università di Genova -. Sono circa 14mila i nuovi casi che registriamo ogni anno in tutta Italia e per queste donne è fondamentale definire un percorso di cura il più possibile personalizzato e che rientri sempre in una gestione multidisciplinare della neoplasia. Le decisioni terapeutiche non devono essere prese solo dall’oncologo ma di concerto con figure professionali delle varie discipline”. “In questi ultimi 20 anni il ruolo dell’anatomo-patologo è cresciuto esponenzialmente ed ha assunto una rilevanza fondamentale – conclude il prof. Giuseppe Viale, Direttore del Dipartimento di Anatomia Patologica e Medicina di Laboratorio, Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano -. La ricerca internazionale, anche grazie a importanti contributi italiani, è riuscita a identificare dei biomarcatori specifici per le varie forme di neoplasia mammaria. Questi rappresentano dei bersagli per le nuove terapie che hanno dimostrato di essere efficaci sia nella malattia avanzata che in quella precoce. Si contano almeno sette diversi biomarcatori per altrettanti trattamenti”.

21 Febbraio 2023

L’indagine: negli ospedali il 92% mammografi e il 96% Tac hanno più di 10 anni

21 febbraio 2023 – Negli ospedali italiani pubblici e privati gli apparecchi di diagnostica per immagini come Tac, mammografi e risonanze magnetiche sono sempre più vecchi. In totale sono quasi 37mila quelli non più in linea con l’attuale livello di innovazione. A scattare la fotografia è la ricerca dell’Osservatorio Parco Installato (Opi) di Confindustria dispositivi medici in collaborazione con Sirm (Società Italiana di Radiologia Medica e Interventistica) e Aiic (Associazione Italiana Ingegneri Clinici). Secondo l’analisi, tra quelle più vecchie di 10 anni ci sono il 92% dei mammografi convenzionali, il 96% delle Tac (meno di 16 slice), il 91% dei sistemi radiografici fissi convenzionali, l’80,8% delle unità mobili radiografiche convenzionali, il 30,5% delle risonanze magnetiche chiuse (1-1,5 tesla). Per Aniello Aliberti, Presidente Elettromedicali e Servizi Integrati di Confindustria Dispositivi Medici, hanno influito fattori come “la limitatezza degli investimenti e dei finanziamenti dedicati alla sanità, l’assenza di attenzione all’innovazione nelle politiche pubbliche di acquisto, il permanere di livelli e logiche di rimborso delle prestazioni non incentivanti l’ammodernamento tecnologico. Ci auguriamo – dice – che questo studio possa essere un utile riferimento per individuare le tecnologie su cui è prioritario intervenire con gli investimenti previsti dal Pnrr”.

“Il Pnrr – aggiunge Antonio Orlacchio della Sirm – ha previsto l’ammodernamento del parco tecnologico con la sostituzione di 3.133 apparecchiature installate da oltre cinque anni. Le risorse del piano non appaiono, però, completamente sufficienti a sopperire alle criticità emerse dallo studio. E investire nelle sole apparecchiature non è sufficiente, c’è bisogno di un adeguato reclutamento e valorizzazione economica dei radiologi, del personale tecnico e infermieristico per assicurare efficace e completo funzionamento delle apparecchiature”. “L’obiettivo è arrivare ad una condivisione tra aziende produttrici e distributrici, utilizzatori ed esperti di tecnologia, di criteri che individuino quale complessità tecnologica sia davvero necessaria per produrre una determinata prestazione e quante prestazioni rendano appropriata la disponibilità di una grande apparecchiatura”, conclude Giovanni Guizzetti di Aiic.

20 Febbraio 2023

Tumori: ogni anno in Italia oltre 8000 pazienti candidati a biopsia liquida

Roma, 20 febbraio 2023 – Si stima che siano oltre 8000 ogni anno, in Italia, i pazienti con tumore del polmone candidati a essere sottoposti a biopsia liquida per individuare la terapia più efficace. Ma il numero di persone colpite da neoplasia in cui un semplice prelievo del sangue potrà determinare la scelta della cura migliore, in un futuro non lontano, è destinato ad aumentare in modo esponenziale. Il test ematico permette il monitoraggio continuo dell’evoluzione della neoplasia in tempo reale, come in un video. Invece la biopsia tradizionale, cioè su tessuto tumorale, è in grado di scattare solo una fotografia istantanea della neoplasia, al momento della diagnosi. E, anche se non rappresenta ancora la pratica clinica, la sfida è diagnosticare precocemente il cancro con un prelievo di sangue. La ricerca apre prospettive davvero rivoluzionarie nell’impiego della biopsia liquida, riassunte in un libro (“Liquid Biopsy. New Challenges in the Era of Immunotherapy and Precision Oncology”, di Antonio Russo, Ettore Capoluongo, Antonio Galvano, Antonio Giordano. Ed. Elsevier) a firma dei più importanti esperti a livello internazionale, presentato oggi in una conferenza stampa alla Camera dei Deputati.

“Vent’anni fa, nel 2003, le pubblicazioni che contenevano il termine ‘biopsia liquida’ in oncologia erano meno di 50, oggi sono più di 10.000, trasformandola in un vero e proprio ‘hot topic’ – spiega Antonio Russo, Presidente COMU (Collegio Oncologi Medici Universitari), Professore Ordinario di Oncologia Medica, DICHIRONS – Università degli Studi di Palermo, e Tesoriere AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. Il manuale ‘Liquid Biopsy’ è la dimostrazione dell’eccellenza raggiunta in questo campo in tutto il mondo dai ricercatori italiani e del ruolo centrale della Sicilia, in particolare dell’Università di Palermo”. “Ad oggi – continua il Prof. Russo – le applicazioni della biopsia liquida validate in pratica clinica riguardano il tumore del polmone non a piccole cellule in stadio avanzato, per la valutazione dello stato mutazionale del gene EGFR. In questi casi, la procedura è raccomandata come possibile alternativa all’analisi su tessuto tumorale in due scenari clinici. Innanzitutto, nei pazienti con nuova diagnosi e prima di iniziare qualsiasi tipo di trattamento, in cui la quantità o qualità del tessuto disponibile non sia sufficiente per effettuare le analisi molecolari previste o nei quali l’analisi molecolare su tessuto sia risultata inadeguata, oppure quando sia impossibile ottenere il tessuto bioptico per le scadenti condizioni cliniche del paziente. Va ricordato che, anche se utilizzabile per la diagnosi istologica, in circa il 30% dei casi il materiale tissutale non è adeguato per la caratterizzazione molecolare. Nel secondo scenario, la biopsia liquida fornisce un importantissimo contributo durante il monitoraggio dei pazienti con mutazione del gene EGFR, in progressione dopo il trattamento di prima linea con terapie mirate, cioè con inibitori di EGFR di prima e seconda generazione. In questi casi, il prelievo di sangue è molto utile per la ricerca di una specifica mutazione di resistenza e indirizzare al cambio della cura, cioè al trattamento con l’inibitore di EGFR di terza generazione. Quest’ultimo, alla luce dei robusti dati di sopravvivenza globale, è ormai diventato una solida opzione in prima linea e, considerata l’elevata attività inibitoria, ha reso secondario l’impiego della biopsia liquida per la ricerca della mutazione di resistenza”.

“La biopsia liquida presenta indubbi vantaggi rispetto all’approccio tradizionale costituito dall’analisi del tessuto tumorale – afferma Antonio Giordano, Direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine della Temple University di Philadelphia (USA) e Professore di Anatomia e Istologia Patologica all’Università di Siena -. È minimamente invasiva, a basso costo, ha tempi di refertazione molto rapidi ed è pressoché priva di complicanze, perché può essere effettuata con un semplice prelievo di sangue. Inoltre, è caratterizzata da un alto livello di accettazione da parte dei pazienti e può essere ripetuta senza problemi, eseguendo campionamenti in serie per evidenziare in tempo reale l’insorgenza di resistenze alla terapia e, se necessario, modificare la cura. Invece, sono pochi i pazienti che decidono di sottoporsi a un secondo esame su tessuto, anche perché spesso le condizioni cliniche generali non lo permettono. Inoltre, il materiale prelevato mediante la biopsia sul tessuto, soprattutto con l’agoaspirato, non sempre è rappresentativo di tutta la neoplasia. Non è così per la biopsia liquida che, valutando il DNA tumorale rilasciato in circolo, supera il problema dell’eterogeneità dei tessuti tumorali”.

L’analisi del DNA tumorale circolante, ctDNA (circulating tumor DNA), che rappresenta una frazione del DNA libero circolante (cell free DNA, cfDNA), isolato dal sangue periferico (soprattutto dal plasma), rappresenta, oggi, il principale approccio di biopsia liquida impiegato nella pratica clinica. “Le possibilità di successo sono legate alla quantità di ctDNA presente nel sangue periferico, che può condizionare la sensibilità del test – sottolinea Ettore Capoluongo, Professore Ordinario di Biochimica clinica e Biologia Molecolare Clinica e Direttore SOC di Patologia clinica e Genomica, Ospedale Cannizzaro di Catania -. Uno dei limiti è rappresentato dal fatto che la quantità di ctDNA nel contesto del cfDNA è spesso limitata, in funzione sia del volume che delle localizzazioni di malattia, e questo può determinare risultati ‘falsi negativi’ sul campione di biopsia liquida. La concentrazione di ctDNA nel plasma, infatti, è correlata alla dimensione e allo stadio del tumore: le neoplasie in fase avanzata rilasciano una quantità maggiore di ctDNA rispetto a quelle iniziali. È possibile che, in futuro, altri derivati ottenuti dal sangue, quali le cellule tumorali circolanti, l’RNA tumorale circolante ed i microRNA, le piastrine, gli esosomi, così come altri fluidi biologici quali le urine, la saliva, il liquido ascitico e pleurico vengano utilizzati nella pratica clinica per ottenere ulteriori informazioni rispetto a quelle ricavate dall’analisi del solo ctDNA estratto dal plasma”. È importante che si arrivi a standardizzare il più possibile la quantificazione di queste tracce molecolari del tumore: per questo l’approccio diagnostico mediante l’uso della biopsia liquida rappresenta uno scenario ideale di collaborazione tra clinica e laboratorio.

“La biopsia liquida deve essere analizzata solo nei laboratori che superano i controlli di qualità e rappresenta un esempio importante di medicina traslazionale, per la capacità di trasferire in tempi rapidi le scoperte di laboratorio in applicazioni cliniche – spiega Marcello Ciaccio, Professore Ordinario di Biochimica clinica, Preside della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Palermo, Past President e Presidente eletto SIBioC (Società Italiana di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica) –.  La Next Generation Sequencing (NGS) è la tecnologia di laboratorio più efficace: permette di identificare contemporaneamente tutti i diversi tipi di alterazioni genetiche in più geni in una singola analisi di biopsia liquida. Analisi dei costi hanno evidenziato come la NGS sia più conveniente rispetto ad un approccio a singolo gene. Questo vantaggio diventa ancora più evidente quando si raggiunge un numero critico di pazienti analizzati, così da poter sfruttare in pieno le potenzialità delle metodiche di NGS, che permettono la profilazione contemporanea di più persone, ottimizzando così costi e tempi. Il prossimo passo sarà rendere l’uso delle metodiche di NGS non solo convenienti, ma anche di facile accesso. Per raggiungere questo obiettivo è necessario costruire una vera e propria Rete”.

“La biopsia liquida sancisce in modo definitivo l’importanza della multidisciplinarietà – afferma Saverio Cinieri, Presidente Nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) -. La scelta del materiale da sottoporre all’analisi molecolare è compito dei Molecular Tumor Board, gruppi interdisciplinari in cui sono integrate molteplici competenze per governare i processi clinici e decisionali di appropriatezza. È però necessario distinguere la pratica clinica quotidiana dalla ricerca. Ad oggi, la biopsia liquida ha un ruolo importante come fattore predittivo di risposta alla terapia nel tumore del polmone, ma non è ancora possibile effettuare una diagnosi di cancro sulla base di un prelievo di sangue, anche se gli sforzi della ricerca stanno andando proprio in questa direzione. Allo scorso Congresso della Società Europea di Oncologia Medica è stato presentato uno studio basato su un nuovo approccio, cioè sulle firme di metilazione del DNA libero circolante. Sono state coinvolte oltre 6 mila persone, over 50, apparentemente sane e senza pregressa diagnosi di cancro. Il test ha identificato alterazioni del profilo di metilazione, comuni a più di 50 tipi di neoplasie diverse, nell’1,4% dei partecipanti e, tra questi ultimi, la diagnosi oncologica è stata confermata in circa il 40% dei casi. Però, in oltre il 60%, ai risultati positivi al test non è seguita una diagnosi di malattia oncologica”. “La sensibilità della biopsia liquida, in un contesto di diagnosi precoce, risulta pertanto ancora condizionata da un elevato tasso di falsi positivi, le cui cause sono oggetto di studio – continua il Presidente AIOM -. Le applicazioni cliniche emergenti di questa procedura riguardano soprattutto i tumori del colon-retto, mammella e melanoma nella forma avanzata. Vi sono infatti informazioni solide e riproducibili per quanto riguarda la caratterizzazione dei geni RAS e BRAF per il colon-retto, PIK3CA per il seno, BRAF e NRAS nel melanoma. È verosimile che l’analisi su plasma per questo tipo di alterazioni sarà a breve raccomandata in pratica clinica”.

“L’applicazione della biopsia liquida anche all’immunoterapia costituisce un ambito molto attivo di ricerca, che ha la potenzialità di fornire nel prossimo futuro biomarcatori ‘dinamici’ e ripetibili, nell’ottica della personalizzazione del trattamento – evidenzia Antonio Galvano, Professore associato di Oncologia Medica all’Università di Palermo -. Soltanto una parte dei pazienti oggi mostra una risposta significativa o benefici a lungo termine con i farmaci immunoterapici. Fattori biologici e immunitari individuali influiscono sull’eterogeneità nella risposta. Per questo assume un ruolo importante l’identificazione di biomarcatori predittivi di risposta o di resistenza al trattamento, per esempio, con gli inibitori di checkpoint immunitari. Sono in corso numerosi studi con l’obiettivo di valutare il potenziale utilizzo di cfDNA, ctDNA e di forme solubili di checkpoint immunitari quali biomarcatori predittivi di risposta. Negli ultimi anni il nostro gruppo di ricerca ha pubblicato su importanti riviste scientifiche internazionali studi condotti principalmente sui tumori del polmone, pancreas e melanoma. È importante proseguire in questa direzione”.

“Uno dei ruoli delle Associazioni di pazienti è quello di affiancare la comunità scientifica riguardo i progressi della ricerca, adottando una modalità rigorosa, ma divulgativa e di facile comprensione – continua Adriana Bonifacino, Presidente della Fondazione IncontraDonna -. È essenziale che i pazienti siano sempre più coinvolti nelle sperimentazioni, incluse quelle sulla biopsia liquida. La qualità di vita sta diventando un elemento centrale nella valutazione dell’innovatività delle cure e la biopsia liquida si colloca in questo contesto. Poter monitorare in tempo reale l’evoluzione del tumore con un semplice prelievo di sangue rappresenta anche un elemento di rassicurazione da un punto di vista psicologico per il paziente, oltre a evitare l’invasività delle procedure tradizionali su tessuto tumorale”.

“Il volume ‘Liquid Biopsy’ si caratterizza per la particolare attenzione rivolta agli aspetti didattici e include le cosiddette ‘expert opinion’, redatte da esperti di fama internazionale – conclude il Prof. Russo -.  Il nostro gruppo di ricercatori dell’Università di Palermo conduce sperimentazioni sulla biopsia liquida dall’inizio degli anni 2000 ed è all’avanguardia in questo settore, oggi con ulteriori studi sugli esosomi e sulla determinazione degli immunocheckpoint circolanti. I dati entusiasmanti che provengono dagli studi possono portare anche alla modifica dei parametri utilizzati per classificare gli stadi del tumore. Al sistema TNM, dove T descrive le dimensioni della malattia, N lo stato dei linfonodi ed M l’eventuale presenza di metastasi, dovrebbe essere aggiunta la B, come blood (sangue), che fornisce informazioni sul DNA tumorale circolante.”

 

 

17 Febbraio 2023

Tumori: “Insegnare a comunicare correttamente è un dovere clinico”

Formare medici, psicologi, pazienti, infermieri, manager delle aziende del farmaco a comunicare il cancro, la medicina e la salute con un corso di perfezionamento universitario che ha coinvolto clinici, docenti, giornalisti, il primo del genere mai realizzato in Italia. Lo hanno promosso l’Università Politecnica delle Marche e la Clinica Oncologica Ospedali Riuniti di Ancona e si conclude oggi nel capoluogo marchigiano. E l’Università Politecnica delle Marche organizzerà, a partire da aprile 2023, la seconda edizione del corso. “Perché la corretta comunicazione, come indicano i dati, non è un’opzione ma un dovere – afferma Rossana Berardi, Ordinario di Oncologia Medica all’Università Politecnica delle Marche e Direttore della Clinica Oncologica Ospedali Riuniti di Ancona -. Quasi il 90% dei pazienti oncologici utilizza internet alla ricerca di ulteriori informazioni sul cancro e il 49% dei millennial si rivolge alla rete lo stesso giorno in cui riceve la diagnosi di tumore. Il 78% dei pazienti ritiene che internet aumenti la capacità di assumere decisioni consapevoli e per il 71% rappresenta un aiuto anche nell’affrontare ansia e paura. Una metanalisi su più di 6000 pazienti ha infatti dimostrato che i social network costituiscono strumenti utili per controllare il disagio psichico che colpisce la maggioranza delle persone affette da cancro e per migliorarne la qualità di vita. Ma almeno il 30% delle notizie sui tumori pubblicate nei social network è falso e può causare pericolose conseguenze e indurre a posticipare o, addirittura, a non seguire terapie salvavita, a ricorrere a pericolosi metodi ‘fai da te’ o all’utilizzo di strumenti alternativi privi di validità scientifica”.

Oggi all’Università Politecnica delle Marche (Auditorium Montessori, Polo Murri Facoltà di Medicina), alla conclusione della prima edizione, sono consegnati gli attestati ai 18 professionisti che hanno superato il corso, in un convegno nazionale che prevede gli interventi di Rossana Berardi, Marcello D’Errico (Prof. Ordinario dell’Ateneo e componente del Comitato ordinatore del corso di perfezionamento), Andrea Santarelli (Vicepreside della Facoltà di Medicina, Università Politecnica delle Marche), Daniela Minerva, Luigi Ripamonti, Mauro Boldrini, e la discussione delle tesi.

La cerimonia ospita anche la prima edizione del premio nazionale “Comunicare il cancro, la medicina e la salute”. Per il 2023 sono premiati Max Allegri (Allenatore Juventus), Sandra Balboni (Presidente Loto OdV), Rossana Berardi, Mauro Boldrini (Direttore Comunicazione AIOM), Raffaella Cesaroni (SKY TV), Daniela Minerva (la Repubblica), Luigi Ripamonti (Corriere della Sera), Ilaria Piuzzi (AstraZeneca), Donatella Romani (Medicina e Informazione). La motivazione, per tutti i premiati, è di essersi particolarmente distinti nella comunicazione della medicina e della salute, con specifico riferimento alla lotta ai tumori.

“Il nostro obiettivo è fornire strumenti a 360 gradi agli operatori sanitari e a tutti coloro che hanno maturato interesse per la comunicazione ma che hanno ancora scarsa consapevolezza dell’uso professionale delle piattaforme digitali – spiega il prof. Marcello D’Errico -. Forti del successo della prima edizione, abbiamo deciso di dar vita alla seconda. Prevediamo di rendere il corso idoneo anche ai regolamenti destinati a chi lavora nella pubblica amministrazione, ad esempio agli uffici stampa”. Il corso di perfezionamento è parte di un progetto più ampio, ‘comunicareilcancro’, che prevede un portale dedicato (www.comunicareilcancro.it) e profili sui principali social.

“Comunicare il cancro e, più in generale, la medicina e la salute in modo corretto – spiega Mauro Silvestrini, Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Politecnica delle Marche – rappresenta un’arma da sfruttare anche in termini di sanità pubblica ed è un formidabile strumento di educazione per l’intera popolazione. Ma, per farlo, bisogna conoscere i meccanismi della comunicazione. L’Università ha il compito di formare i professionisti sanitari e la comunicazione della salute deve rientrare nel percorso di studio degli operatori. I media, in particolare i social network, offrono un’opportunità importante per porre i pazienti al centro del sistema salute: consentono infatti di recuperare la fiducia dei cittadini, di interagire e utilizzare strumenti, come lo storytelling, per generare un dialogo”.

Nel 2022, in Italia, sono state stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro. In due anni, l’incremento è stato di 14.100 casi. “L’oncologia rappresenta l’area medica che ha registrato i più grandi progressi e la prognosi delle malattie tumorali è molto cambiata, per questo sia i media che i cittadini non devono più associare al cancro il concetto di incurabilità – sottolinea Mauro Boldrini -. Troppo spesso internet e, in particolare, i social network sono regno di cattiva informazione per quanto riguarda i tumori e, più in generale, la salute. Chi fa comunicazione e informazione deve porre attenzione alle fake news, controllare le fonti e verificare sempre l’attendibilità dei dati. Dall’altro lato, è necessario che anche i cittadini adottino un atteggiamento più consapevole su questi temi”.

 

15 Febbraio 2023

Tumore del seno: le donne over-65 potrebbero evitare la radioterapia

15 febbraio 2023 – Le donne con più di 65 anni con cancro al seno in stadio iniziale, dopo l’operazione per l’asportazione del tumore, potrebbero evitare la radioterapia senza che ciò comporti un aumento del rischio di metastasi o di morire per la malattia. È quanto suggerisce una sperimentazione coordinata dalla University of Edinburgh e pubblicata sul New England Journal of Medicine.

Per i tumori al seno di piccole dimensioni e che non si siano diffusi oltre la mammella, il trattamento prevede di solito un intervento chirurgico, poi la radioterapia e, infine, se si tratta di tumori positivi ai recettori ormonali, l’assunzione della terapia endocrina. “I pazienti di età pari o superiore a 65 anni rappresentano almeno il 50% dei pazienti con questa condizione. Nonostante la radioterapia aggiunga un onere aggiuntivo ai pazienti più anziani con effetti collaterali legati a problemi cardiaci e secondi tumori, sono stati condotti pochissimi studi clinici in questa fascia di età”, spiegano i ricercatori in una nota. La sperimentazione ha coinvolto oltre 1.300 donne con più di 65 anni affette da questa forma di tumore, la metà delle quali non si è sottoposta a radioterapia dopo l’intervento. Dopo circa nove anni, le donne che non avevano fatto la radioterapia avevano un rischio più alto di una ripresa locale della malattia (avveniva nel 9,5% delle pazienti, rispetto allo 0,9% di quelle che si erano sottoposte a radio). Ciò, tuttavia, non aveva ripercussioni nel rischio di metastasi a distanza, che si verificavano nell’1,6% di chi non aveva effettuato la radio e nel 3% di chi lo aveva fatto. Sovrapponibile era anche la sopravvivenza a 10 anni (in entrambi i gruppi prossima all’81%). “Il nostro studio fornisce solide prove che la radioterapia può essere tranquillamente omessa nelle donne di età pari o superiore a 65 anni che hanno tumori di grado 1 o 2, con alti recettori per gli estrogeni e trattate con terapia conservativa del seno, a condizione che ricevano cinque anni di terapia endocrina adiuvante”, concludono i ricercatori.

7 Febbraio 2023

Long Covid: lo stile di vita sano protegge dall’insorgenza

7 febbraio 2023 – Uno stile di vita sano difende dal rischio di long covid e le più protette risultano le donne. E’ quanto emerso da uno studio dell’Harvard T.H. Chan School of Public Health di Boston. Sono state convolte 2.000 partecipanti ed è pubblicato recentemente sulla rivista Jama Internal Medicine. “Con le continue ondate pandemiche, il long Covid ha creato un grave problema di salute pubblica. Le nostre scoperte suggeriscono la possibilità che l’adottare comportamenti più salutari possa ridurre il rischio di sviluppare sintomi persistenti post Covid” ha dichiarato Andrea Roberts, coordinatore dello studio. Si stima che solo in USA fino a 23 milioni di persone soffrano di long COVID, definito come la presenza di sintomi legati al SARS-CoV-2 per quattro o più settimane dopo l’infezione acuta.

I ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 32.000 infermiere del Nurses’ Health Study II, che hanno riferito il proprio stile di vita nel 2015 e nel 2017 e hanno riportato una storia di infezione da SARS-CoV-2 da aprile 2020 a novembre 2021. Durante questo periodo, più di 1.900 partecipanti hanno contratto il virus. Tra queste, il 44% ha sviluppato il long COVID. Rispetto alle donne che non conducevano uno stile di vita sano (non presentavano nessuno dei fattori associati a una vita sana, come la corretta alimentazione e l’attività fisica), quelle con cinque o sei indicatori di uno stile di vita sano avevano un rischio di long COVID inferiore del 49%. Tra i fattori più importanti per difendersi dal long covid, sono risultati cruciali il mantenimento di un peso corporeo sano e un sonno adeguato (da sette a nove ore al giorno). I risultati hanno anche mostrato che, anche tra le donne che hanno sviluppato long COVID, quelle con uno stile di vita più sano prima dell’infezione avevano un rischio ridotto del 30% di avere sintomi che interferivano con la loro vita quotidiana. Non a caso diversi studi hanno confermato che uno stile di vita insalubre si associa a un aumento del rischio di infiammazione cronica e disfunzione immunitaria, entrambi collegate a un aumento del rischio di long COVID.

6 Febbraio 2023

Al via il progetto “Comunicazione interna ed esterna nelle aziende sanitarie”. Obiettivo migliorare l’informazione medica e valorizzare la nostra sanità

 6 febbraio 2023 – Favorire una migliore comunicazione scientifica nelle aziende sanitarie, negli ospedali, nelle cliniche universitarie e negli IRCCS per migliorare la sanità pubblica. L’obiettivo è far comprendere che comunicare in modo corretto è un dovere assistenziale e non un’opzione o una scelta. Per farlo è necessario promuovere e migliorare le attività degli uffici stampa delle strutture sanitarie italiane formando in modo più adeguato sia i professionisti della comunicazione che i professionisti della salute. Così sarà possibile valorizzare maggiormente l’attività scientifica svolta e raggiungere in modo più efficacie milioni di pazienti, caregiver e cittadini. È quanto si propone il nuovo progetto “Comunicazione interna ed esterna nelle aziende sanitarie: dall’ufficio stampa alla comunicazione digitale” promosso dal Direttore Generale della Fondazione PTV Policlinico Tor Vergata Giuseppe Quintavalle in collaborazione con la prof.ssa Rossana Berardi, ordinario di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche e con il Dott. Mauro Boldrini Direttore della Comunicazione dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica. A partire da febbraio 2023 si articolerà in cinque diverse fasi e vedrà al lavoro professionisti della salute e della comunicazione, referenti delle istituzioni e rappresentanti delle associazioni dei pazienti. Sarà promossa una survey nelle aziende sanitarie italiane per analizzare lo stato attuale relativo alla comunicazione (portavoce, uffici stampa, siti web e social media). I risultati, elaborati e discussi da un apposito working group, saranno poi presentati in una sede istituzionale. Da questi si arriverà ad una progettualità per promuovere la corretta ed efficace informazione attraverso attività formative per i professionisti sanitari. Verranno anche scritte delle apposite raccomandazioni per le aziende sanitarie e identificati dei criteri di qualità per consentire una valutazione della comunicazione nell’ambito delle aziende sanitarie e permettere alle stesse di promuovere percorsi migliorativi.

“Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito ad una “aziendalizzazione” degli ospedali – sottolinea il dott. Giuseppe Quintavalle, Direttore Generale Fondazione PTV Policlinico Tor Vergata -. Ciò ha reso necessaria una comunicazione sia con l’ambiente interno che con quello esterno per valorizzare le attività e le peculiarità delle aziende sanitarie stesse. Si riscontrano però delle criticità nel favorire l’istituzione o l’implementazione di uffici stampa qualificati e che possano soddisfare esigenze crescenti. Sempre negli ultimi due decenni la velocità dell’informazione è aumentata esponenzialmente e adesso grazie al web e ai social è possibile raggiungere milioni di utenti in pochi mesi. Una prova di questa inevitabile tendenza è emersa agli occhi di tutti noi durante la pandemia da Covid-19. Per tutti questi motivi abbiamo deciso di avviare un progetto che vuole essere aiutare il nostro sistema sanitario nazionale a migliorare su un aspetto ormai non più secondario. Un valore aggiunto al progetto è avere nel qualificato panel di esperti, importanti giornalisti scientifici e i massimi referenti delle professioni sanitarie, quali l’Ordine dei Medici di Roma con il suo Presidente Antonio Magi, l’OPI di Roma con il suo presidente Maurizio Zega e i medici di medicina generale rappresentati dal Vice Presidente Vicario FIMMG Pier Luigi Bartoletti”. Inoltre, è fondamentale raccordare l’Ospedale con la rete territoriale e con i medici di famiglia, che devono avere la possibilità di dialogare con i professionisti del Policlinico utilizzando le enormi potenzialità tecnologiche a disposizione. Questo al fine di creare dei percorsi che partano dalla casa dei cittadini, trovino le adeguate risposte nelle strutture ospedaliere e possano tornare alla propria casa seguiti dal proprio medico di fiducia. Questo significa che grazie alla comunicazione si può incidere su tempi di attesa, tempi di diagnosi e terapia e gradimento del servizio.

“L’Università di Tor Vergata sposa questo progetto formativo che prevede anche l’integrazione della comunicazione digitale quale strumento divulgativo emergente ed efficace – sottolinea il prof. Nathan Levialdi Ghiron, Rettore dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata – Utilizzare tutti gli strumenti, anche quelli più tecnologici ed innovativi, potrà consentire una più efficace azione a beneficio dei pazienti e della popolazione”. “La medicina e soprattutto l’oncologia sono le aree in cui purtroppo le fake news sono maggiormente presenti – afferma la prof.ssa Rossana Berardi, ordinario di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche e Direttrice della Clinica Oncologica dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche e ideatrice del progetto -. Tutti i giorni vi è il rischio di dare spazio a posizioni antiscientifiche e a comunicatori poco preparati spesso autodefinitisi influencers senza alcuna preparazione. Spesso trovano spazio anche per l’assenza o la scarsa presenza, soprattutto sui social media, di comunicatori istituzionali e rappresentanti delle aziende ospedaliere operanti nel nostro Paese”. “Per questo anche gli oncologi e gli altri specialisti medici devono essere attivi su tutti i media – conclude il dott. Mauro Boldrini, Direttore Comunicazione dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica -. A nostro avviso è fondamentale fornire una formazione specifica e abbiamo già condotto un’esperienza importante con “Comunicare il cancro, la medicina e la salute”. Si tratta di un corso di perfezionamento universitario, attivato dell’Università Politecnica delle Marche, e rivolto a medici e professionisti sanitari o chiunque abbia un’attitudine in questo ambito, nonché ai professionisti che lavorano nel mondo della comunicazione”.

Il panel di esperti e istituzioni che seguirà il progetto è costituito da:

  • Irma D’Aria – giornalista La Repubblica
  • Michele Musso – Presidente WHIN
  • Vera Martinella – giornalista Corriere della Sera
  • Maria Rita Montebelli – Responsabile Comunicazione Scientifica di Fondazione Policlinico Gemelli e Giornalista Scientifica Freelance
  • Donatella Romani – giornalista Medicina e Informazione
  • Francesca Cerati – Vice caposervizio e responsabile della sezione salute del Sole24 ore
  • Nicoletta Carbone – Giornalista Salute Radio24
  • Manuela Correra – ANSA
  • Alberto De Stefano – Presidente Associazione Volontari Policlinico Tor Vergata
  • Antonio Magi – Presidente OMCEO Roma
  • Pier Luigi Bartoletti – Vice Presidente Vicario FIMMG e Segretario Romano della Fimmg.
  • Maurizio Zega – Presidente OPI Roma
  • Elio Rosati – Segretario Regionale Cittadinanzattiva Lazio
  • Maria Rosa Loria – Ufficio Stampa Policlinico Tor Vergata
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