Roma, 4 febbraio 2023 – In Italia il cancro è una malattia sempre più guaribile o cronica. Un paziente su quattro è riuscito a superare il tumore, non necessita più di trattamenti e presenta la stessa aspettativa di vita del resto popolazione. Al tempo stesso i malati oncologici cronici ammontano a 2 milioni e si tratta di uomini e donne che non sono nella fase acuta della malattia ma non possono essere considerati guariti. Per i primi si rende assolutamente necessaria l’approvazione a breve di una legge per il diritto all’oblio oncologico. Per i secondi invece una riorganizzazione della medicina territoriale in modo che l’assistenza sanitaria sia la più vicina possibile al domicilio del paziente. E’ questo il doppio messaggio che emerge dal convegno “Quando il cancro diventa una malattia cronica” organizzato oggi a Roma da Fondazione AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica). L’evento è svolto in occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro 2023 (World Cancer Day #CloseTheCareGap) promossa dall’UICC (Union for International Cancer Control). “In Italia i malati oncologici sono in costante crescita e ammontano ad oltre 3,7 milioni di uomini e donne – sottolinea il dott. Giordano Beretta, Presidente Fondazione AIOM -. Di questi circa un milione aspetta da tempo una legge che tuteli i loro diritti fondamentali ed eviti discriminazione nella vita di tutti i giorni. In molti Paesi europei esistono già delle norme specifiche per chi è riuscito a superare definitivamente il cancro. Queste persone all’estero riescono, senza troppi problemi, ad avere un prestito bancario o a stipulare un’assicurazione sulla vita. Da noi invece nonostante diversi appelli non esiste ancora nessuna garanzia legislativa e come Fondazione AIOM, da oltre un anno, promuoviamo “Io non sono il mio tumore”. E’ la prima campagna nazionale per il diritto all’oblio oncologico. Abbiamo avviato diverse iniziative tra cui una petizione on line. Finora sono state raccolte oltre 105mila firme per sollecitare le istituzioni politiche ad approvare al più presto una legge ad hoc”. “I pazienti cronici sono invece quelli che presentano tumori che progrediscono lentamente o che alternano fasi di remissione ad altre di ripresa della malattia – sottolinea il dott. Giovanni Pietro Ianniello, Consigliere Comitato Centrale FNOMCeO – Federazione Nazionale Ordini Medici Chirurghi e Odontoiatri -. Grazie alle terapie riescono a tenere sotto controllo la neoplasia con buoni risultati anche per lunghi periodi di tempo. Per esempio un carcinoma della mammella, che presenta delle metastasi ossee, può essere trattato con successo anche per più di 10 anni. Lo stesso vale per il cancro della prostata o altre neoplasie molto diffuse e non particolarmente insidiose. Sono tuttavia persone che non riusciranno mai a guarire completamente della malattia. Per questo necessitano di un’assistenza più prolungata rispetto al recente passato, quando le prospettive di vita erano inferiori così come i tassi di sopravvivenza”. “In Italia stenta a decollare un vero sistema di cure territoriali per i pazienti oncologici cronici – prosegue Pierfranco Conte, Presidente di Fondazione Periplo e Professore di Oncologia Medica all’Università di Padova -. Più in generale l’assistenza, spesso deficitaria, offerta dal territorio rientra nel più amplio problema della mancata attivazione operativa delle Reti Oncologiche Regionali. Anche il coinvolgimento del medico di medicina territoriale risulta molto limitato. Il nostro obiettivo deve essere limitare il più possibile gli accessi ospedalieri dei malati che potrebbero invece recarsi ai distretti sanitari dell’ASL per ricevere trattamenti orali continuativi e talora anche terapie parenterali. Questo rappresenterebbe un indubbio vantaggio per i pazienti non obbligati ad accedere ad ospedali talora lontani, per i reparti di oncologia medica spesso sovraccarichi di lavoro e anche per la ricerca clinica consentendo di acquisire informazioni rilevanti da pazienti spesso non inclusi in studi clinici complessi. E’ evidente però che questo deve avvenire senza compromettere la qualità dell’assistenza garantendo sul territorio competenze specialistiche oncologiche in diretta dipendenza con i reparti ospedalieri di oncologia”. “Nelle strutture ospedaliere vanno gestiti solo i casi acuti più gravi e le terapie più impegnative – aggiunge Beretta -. Bisogna però creare un sistema alternativo che funzioni realmente anche a livello burocratico in quanto ancora troppi pazienti devono andare in ospedale solo per ricevere una terapia orale che poi dovranno assumere a casa”.
Al convegno di oggi a Roma partecipano anche Antonella Campana (Responsabile della formazione volontari di IncontraDonna), Ornella Campanella (Presidente dell’Associazione aBRCAdabra) e Monica Forchetta (Presidente APaIM – Associazione Pazienti Italia Melanoma). “Da tempo sosteniamo la necessità di una legge sul diritto all’oblio – affermano le tre rappresentati delle associazioni di pazienti che rientrano anche nel cda di Fondazione AIOM -. Come dimostrano i dati ufficiali di AIOM nonché le storie personali di molti di nostri associati, i tumori sono tutt’altro che invincibili. Non devono essere sottovalutati ma nemmeno più considerati come malattie incurabili. Spetta quindi alle nostre istituzioni, e in primis Parlamento e Governo, prendere atto della nuova realtà e legiferare a favore di tutte le donne e gli uomini che vogliono lasciarsi alle spalle l’esperienza cancro”. “I pazienti sia cronici che quelli completamente guariti devono poter tornare alle normali attività lavorative – conclude Elisabetta Iannelli, Segretario Generale F.A.V.O. Federazione Italiana Delle Associazioni di Volontariato In Oncologia -. Ciò deve avvenire rispettando i tempi e i bisogni di persone che comunque hanno necessità diverse rispetto agli altri lavoratori. Fondamentale è la riabilitazione non solo a livello fisico ma anche psicologico e sociale. Consente di reinserire, là dove possibile, più precocemente le persone nel sistema lavorativo e nella società civile, ed è di aiuto nel superare le gravi difficoltà anche economiche indirettamente causate dal tumore. Le associazioni dei pazienti chiedono che, in linea con le indicazioni della Commissione Europea, venga garantita la riabilitazione oncologica e che, pertanto, sia inserita nei LEA”.
Roma, 3 febbraio 2023 – In Europa il 32% delle morti per cancro negli uomini e il 16% nelle donne sono associati alle disuguaglianze socioeconomiche, in particolare a bassi livelli di istruzione e reddito. Le persone meno istruite e più povere adottano stili di vita scorretti, eseguono con scarsa frequenza gli screening, non accedono ai sistemi sanitari e troppo spesso arrivano alla diagnosi di tumore in fase già avanzata. Queste disparità sono meno evidenti nei Paesi che presentano sistemi sanitari universalistici come il nostro, in grado di garantire le cure a tutti. L’Italia, però, deve colmare il divario nell’adesione ai programmi di screening che ancora permane fra Nord e Sud. Serve un grande piano di sensibilizzazione per recuperare queste lacune. Inoltre, nel nostro Paese, più del 50% del tempo di ogni visita oncologica è assorbito da adempimenti burocratici. Per questo gli specialisti chiedono di assumere personale che possa occuparsi di questi aspetti. Solo così avranno più tempo a disposizione per visitare i pazienti. La richiesta viene dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) nel Convegno nazionale “Close the Care Gap” oggi al Senato, con gli interventi del Ministro della Salute, Prof. Orazio Schillaci, e del Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), Prof. Silvio Brusaferro. Il Convegno si svolge alla vigilia della Giornata Mondiale contro il Cancro (World Cancer Day), che si celebra il 4 febbraio. L’obiettivo dell’evento è proprio sensibilizzare i cittadini sulle differenze nell’accesso alle cure.
“In tutto il Pianeta, ogni anno, si stimano 18 milioni di nuovi casi di tumore e sono quasi 10 milioni i decessi – afferma Saverio Cinieri, Presidente AIOM -. In uno studio pubblicato recentemente, è stato evidenziato che, in Europa, il rischio di morire di cancro aumenta progressivamente al diminuire del livello socioeconomico. Le neoplasie che più risentono del gradiente sociale sono quelle del polmone, stomaco e cervice uterina. Più si comprendono i processi biologici, i fattori di rischio e i determinanti della salute che favoriscono l’insorgere dei tumori, più efficaci diventano la prevenzione, la diagnosi e il trattamento. Vanno contrastati i principali fattori di rischio, tenendo conto di tutti i determinanti della salute, tra cui istruzione e status socioeconomico. Serve una visione a 360 gradi, che includa anche le condizioni di disagio dei cittadini, per non lasciare indietro nessuno”.
In Europa circa un terzo delle morti per tumore negli uomini è associato a disuguaglianze socioeconomiche (si arriva a quasi la metà nell’Europa dell’Est), per le donne questa proporzione è uno a sei (una su quattro nell’Europa dell’Est). “L’Italia, come altri Paesi mediterranei, sembra soffrire meno delle disuguaglianze sociali nei tumori – continua il Presidente Cinieri -. Ma vi sono aree su cui servono interventi urgenti, a partire dalla sensibilizzazione dei cittadini sui corretti stili di vita. Nel 2022, in Italia, sono state stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro. Il 40% dei casi può essere evitato agendo su fattori di rischio modificabili. In particolare il fumo di tabacco è il principale fattore di rischio, associato all’insorgenza di circa un tumore su tre e a ben 17 tipi di neoplasia, oltre a quella del polmone. Le differenze sociali nel fumo, che vedono più esposte le persone con minori risorse economiche o basso livello di istruzione, nel nostro Paese si mantengono nel tempo ampie e significative, a fronte di una riduzione che coinvolge di più gli individui meno svantaggiati”. Nel 2021 l’abitudine tabagica fra i cittadini che dichiarano di affrontare molte difficoltà economiche ad arrivare alla fine del mese è stata pari al 37% e analoga a quanto si osservava nel 2008, mentre fra chi non ha problemi finanziari la quota di fumatori è scesa dal 27% al 20% fra il 2008 e il 2021. Non solo. “Secondo stime del ‘World Cancer Research Fund’, il 20-25% dei casi di tumore è attribuibile a un bilancio energetico troppo ricco, legato al binomio eccesso ponderale e sedentarietà – sottolinea Francesco Perrone, Presidente eletto AIOM -. In Italia, il 31% dei cittadini è sedentario e il 10% è obeso, ma queste percentuali raggiungono, rispettivamente, il 45% e il 17% fra coloro che sono in difficoltà economiche o presentano un basso livello di istruzione. È necessario potenziare le azioni volte a diffondere l’adozione consapevole di uno stile di vita sano e attivo in tutte le età, integrando cambiamento individuale e trasformazione sociale, attraverso lo sviluppo di programmi di promozione della salute”. Servono più sforzi anche per implementare i programmi di screening. “Nel 2021 – continua il Prof. Perrone – si è osservato un ritorno ai dati pre-pandemici per quanto riguarda la copertura dei programmi di prevenzione secondaria. Ma non basta, perché restano ancora troppe differenze regionali. In particolare, nel 2021, al Nord i valori di copertura della mammografia hanno raggiunto il 63% rispetto al 23% al Sud. Per lo screening colorettale (ricerca del sangue occulto nelle feci) il dato è del 45% rispetto al 10%. Nello screening cervicale, al 41% delle Regioni settentrionali fa da contraltare il 22% di quelle meridionali. Il divario Nord-Sud era già evidente prima della pandemia, ma molte Regioni meridionali non sono ancora riuscite a recuperare i ritardi accumulati durante l’emergenza sanitaria. È necessario un impegno straordinario per migliorare i livelli di adesione in queste aree. Per quanto riguarda, ad esempio, la ricerca del sangue occulto nelle feci per l’individuazione del tumore del colon-retto si può prevedere il coinvolgimento dei farmacisti. Per colmare il divario territoriale, la nostra società scientifica lancerà nelle prossime settimane una grande campagna di sensibilizzazione rivolta alle Regioni del Sud”.
Un’altra forte criticità, che rischia di compromettere la qualità delle cure, riguarda gli adempimenti burocratici che assorbono più della metà del tempo di ogni visita oncologica. “Una ricerca svolta in 35 strutture ospedaliere, per un totale di 1469 pazienti visitati, ha mostrato che, durante un appuntamento, per 11 minuti dedicati alla visita della persona, ulteriori 16 vengono spesi per la compilazione di moduli, prenotazione di appuntamenti, visite, esami, letti e poltrone per ricoveri o day hospital, prescrizioni, invio di e-mail – spiega Rossana Berardi, membro del Direttivo Nazionale AIOM -. Un dato che probabilmente è addirittura sottostimato, perché molti centri dedicano giorni fissi a queste attività”. “La scarsità dei clinici è diventata una vera emergenza, causata da molti fattori: la pandemia, il numero chiuso delle Facoltà di Medicina mantenuto per troppi anni, l’alto numero di pensionamenti e il blocco del turnover – continua la Prof.ssa Berardi –. Le Regioni potrebbero affrontare questa situazione e liberare i clinici dalle attività burocratiche. Come AIOM proponiamo un modello di affiancamento di nuovo personale agli oncologi. Figure amministrative e paramediche, biologi o data manager in grado di supportare il personale sanitario durante le visite, per accorciarne la durata e aumentarne il numero. Meno tempo dedicato a compilare moduli significa più ore a disposizione per le visite dei pazienti. Si tratta di una soluzione concreta, con effetti immediati e misurabili sull’emergenza, che comporterebbe una valorizzazione del lavoro del clinico e una ricaduta positiva su tutto il sistema”.
“Il numero chiuso nelle Facoltà di Medicina è stato la regola per anni e oggi ne paghiamo il prezzo – conclude il Presidente Cinieri -. Ci vorranno anni perché i nuovi iscritti possano iniziare a lavorare e a coprire il vuoto che si è creato. Mancano medici di famiglia, professionisti nei Pronto Soccorso e nei reparti ospedalieri, specialisti negli studi. Nei prossimi anni, molti clinici oggi attivi andranno in pensione. È necessario attivarsi con proposte concrete di politica sanitaria. Sollevare i medici dalle attività amministrative permetterebbe di tamponare la situazione prima che si aggravi ulteriormente. Chiediamo maggior attenzione per affrontare la pandemia di cancro, più spazi fisici e più professionisti in staff, comprese figure di aiuto come gli psiconcologi, data manager e case manager”.
Roma, 27 gennaio 2023 – “Siamo soddisfatti per l’approvazione del nuovo Piano Oncologico Nazionale da parte della Conferenza Stato-Regioni. Si tratta di un tassello importante nell’impegno contro i tumori. Nel 2022, in Italia, sono state stimate 390.700 nuove diagnosi. In due anni, l’incremento è stato di 14.100 casi. L’oncologia è un cardine del Servizio Sanitario Nazionale, ma deve essere sostenuta con misure strutturali, come quelle delineate nel Piano. Ora servono risorse adeguate. È infatti ancora in corso la proposta normativa per il finanziamento del Piano con un fondo pari a 20 milioni di euro per gli anni 2023 e 2024. Questa cifra contenuta nel decreto milleproroghe è una base di partenza da incrementare”. Lo afferma Saverio Cinieri, Presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM). “I punti chiave di questo documento programmatico sono prevenzione, percorsi di cura chiari ed omogenei, attenzione al malato e a chi lo assiste a 360 gradi – afferma Saverio Cinieri -. Senza dimenticare la digitalizzazione per snellire la burocrazia, l’assistenza sempre più domiciliare e integrata con l’ospedale, i servizi territoriali e i percorsi riabilitativi e mirati non solo al recupero fisico ma anche al reinserimento nei luoghi di lavoro. Hanno un ruolo importante anche la formazione degli operatori sanitari e le campagne informative per i cittadini, il supporto nutrizionale e psicologico, l’ampliamento delle fasce di età per gli screening, le cure palliative a domicilio e il potenziamento delle coperture vaccinali”. “La nostra Società scientifica ha sempre evidenziato l’importanza della prevenzione, la prima arma nel contrasto dei tumori, visto che il 40% dei casi può essere evitato agendo su fattori di rischio prevenibili – continua il Presidente Cinieri -. L’altra importante questione, finora irrisolta, riguarda il potenziamento del territorio e la necessità di investire nell’assistenza oncologica domiciliare. Avvicinare le cure alle persone ne facilita anche l’accessibilità, impatta sull’aspettativa di vita e favorisce risparmi per i pazienti, troppo spesso impoveriti dopo la diagnosi di tumore. In Italia meno del 70% delle Oncologie può contare sull’assistenza domiciliare. Ci auguriamo che l’adozione del nuovo Piano rappresenti uno stimolo per migliorare i livelli di cura dei nostri pazienti”.
Milano, 26 gennaio 2023 – Aprire un dialogo con le Istituzioni affinché ci sia in tutte le Breast Unit un percorso di cura omogeneo dedicato, per il tumore al seno metastatico. È questo l’obiettivo de Il Punto, l’indagine che per la prima volta porta in primo piano la necessità di avere le stesse offerte di servizi in ogni Centro di Senologia multidisciplinare italiano. Il report, promosso da Europa Donna Italia (movimento che tutela i diritti alla prevenzione e alla cura del tumore al seno) è stato presentato oggi a Milano nel corso di una conferenza stampa. Il Punto è stato realizzato sotto la guida di un board scientifico composto da oncologi di fama internazionale. Si calcola che siano 45mila le pazienti che vivono in Italia con questa neoplasia metastatica e i nuovi casi annui oltre 3.500 (come ha dimostrato uno studio pubblicato di recente su Breast Cancer: target and therapies).
“Una richiesta chiara ed evidente, che coincide perfettamente con le richieste delle pazienti con tumore al seno metastatico” – spiega Rosanna D’Antona, Presidente Europa Donna Italia – “ovvero la creazione di un percorso di cura dedicato a questo particolare stadio di tumore alla mammella, che possa dare le stesse opportunità a tutte le donne del nostro Paese in uguale modalità. Un diritto fondamentale che vogliamo pienamente sostenere, sollevato già ad ottobre, grazie alla campagna UNA VOCE PER TUTTE, che continuerà ad essere centrale nella nostra missione”.
Sono stati interpellati tutti coloro che sono coinvolti nei percorsi dedicati: medici, istituzioni, analisti, società scientifiche e responsabili della programmazione sanitaria italiana. Il lavoro è stato svolto in quattro regioni, esemplificative del Nord, Centro e Sud: Veneto, Emilia-Romagna, Lazio e Puglia. Nelle quattro Regioni sono state raccolte anche le voci delle pazienti, che tracciano con le loro dichiarazioni la linea di un percorso dedicato rispettoso della malattia. Le richieste hanno un filo logico: la necessità di un percorso più organizzato, con meno attese, con maggiore disponibilità di altri servizi, al fine di avere una migliore qualità di vita e più tempo a disposizione per sé stesse e per la propria famiglia. Esigenze, queste, che emergono anche dal sondaggio SWG, che è stato condotto su un campione di donne con tumore metastatico, provenienti da Lombardia, Toscana e Sicilia. L’indagine svolta da SWG ha approfondito le esperienze delle pazienti con tumore al seno metastatico in cura presso le Breast Unit di tre regioni: Lombardia, Toscana e Sicilia. In totale, sono state coinvolte 19 donne, in tre web focus, uno per Regione, della durata di circa due ore e mezza ciascuno. Attorno al tavolo virtuale le donne hanno affrontato diversi temi: diagnosi e percorso, le esperienze vissute nell’ambito della Breast Unit, i bisogni per agevolare tutti gli ambiti della loro vita e infine, richieste e raccomandazioni per un percorso corrispondente ai loro bisogni. È emersa, inoltre, la necessità di introdurre altre figure specialistiche, oltre a quelle tradizionalmente presenti nelle Breast Unit, necessarie per rispondere al ventaglio ampio di esigenze, come lo psico-oncologo, l’osteopata, l’agopuntore, il fisioterapista, il ginecologo e il sessuologo, il nutrizionista e il dietista specializzato.
“In questo contesto il ruolo delle Associazioni è centrale – spiega Loredana Pau, vicepresidente di EDI – in quanto si fanno portavoce attive delle esigenze delle pazienti e possono contribuire a sostenere il dialogo con le Istituzioni. Nella redazione de IL PUNTO, fondamentale è stata la partecipazione delle pazienti, che si mostrano sempre più attive nel sollevare le proprie istanze, mettendole a servizio dell’intera comunità.”
Il board scientifico che ha supervisionato “Il Punto” ha visto la partecipazione di: Giuseppe Curigliano, Direttore Divisione Sviluppo di Nuovi Farmaci per terapie innovative, Istituto Europeo di Oncologia Milano; Michelino De Laurentiis, Direttore del Dipartimento di oncologia Senologica e Toraco -Polmonare, Istituto Nazionale Tumori – IRCCS Fondazione Pascale di Napoli; Lucia Del Mastro, Direttore Clinica di Oncologia Medica Ospedale Policlinico San Martino IRCCS – Università di Genova; Lucia Mangone, Specialista in Oncologia e Responsabile Registro Tumori AUSL IRCCS di Reggio Emilia; Daniela Terribile, Chirurgo Senologo Oncologo Policlinico A. Gemelli di Roma.
A loro anche il compito di tracciare una linea relativa al futuro nell’ambito delle terapie e non solo. “Nella definizione di un PDTA dedicato al tumore al seno metastatico – spiega Lucia Mangone – bisognerebbe personalizzare il percorso anche sulla base di stime regionali. Questo loro utilizzo locale permetterebbe una migliore gestione delle pazienti con un tsm sia per quanto riguarda la spesa farmaceutica da preventivare, sia per quanto riguarda altre esigenze specifiche quali il supporto psicologico e la fisioterapia.”
Il Punto ha ricevuto il patrocinio di Fondazione AIOM e Senonetwork Italia e sarà oggetto di un’azione di advocacy per portare le richieste di un PDTA dedicato alle pazienti con tumore al seno metastatico omogeneo a livello nazionale.
È stato realizzato grazie al contributo non condizionante di Gilead, Pfizer e Seagen.
La versione integrale de “IL PUNTO” è disponibile al seguente link https://europadonna.it/ilpunto
25 gennaio 2023 – Gli anziani che assumono fino a 10 farmaci al giorno hanno un rischio triplo di eventi avversi, soprattutto le donne. Lo rivela uno studio sul British Journal of General Practice coordinato da Emma Wallace, della University College Cork. Complessivamente, una persona anziana su quattro sperimenta reazioni avverse ai farmaci prescritti dal proprio medico di famiglia, suggerisce la ricerca. Secondo lo studio, tra i farmaci più comunemente associati alle reazioni avverse vi sono quelli utilizzati per il trattamento dell’ipertensione e di altre patologie cardiache, forti antidolorifici come il tramadolo e antibiotici come l’amoxicillina.
Un rapporto del Servizio Sanitario Inglese ha rilevato che il 10% delle prescrizioni mediche dispensate attraverso l’assistenza primaria in Inghilterra sono inappropriate o inutili. Lo studio ha monitorato 592 pazienti di età pari o superiore a 70 anni in 15 ambulatori generali per un periodo di sei anni. Uno su quattro ha sperimentato almeno una reazione avversa. Le reazioni avverse più comuni sono secchezza delle fauci, gonfiore delle caviglie, mal di testa e nausea. Secondo i ricercatori, i pazienti a cui erano stati prescritti 10 o più farmaci avevano un rischio tre volte maggiore di sperimentare una reazione avversa. Secondo lo studio, le donne avevano almeno il 50% di probabilità in più di avere una reazione avversa rispetto agli uomini. Nel complesso, la maggior parte delle reazioni avverse identificate è stata lieve e si è risolta, hanno detto i ricercatori. Tuttavia, circa l’11% era di gravità moderata e otto pazienti hanno dovuto essere ricoverati in ospedale a causa delle reazioni. “Le reazioni avverse da farmaci possono essere difficili da identificare negli anziani, poiché spesso si presentano come sintomi non specifici”, scrivono i ricercatori. “I medici di base sono nella posizione ideale per rilevare l’insorgenza di reazioni avverse da farmaci prescritti nell’assistenza primaria e in altri contesti di cura. La de-prescrizione di farmaci inefficaci e di quelli non più clinicamente indicati è un approccio per ridurre il rischio di reazioni avverse nei pazienti anziani”, concludono gli esperti.
24 gennaio 2023 – Memoria, capacità di pianificazione e organizzazione e tanti altri aspetti e funzioni mentali si possono ”allenare” facendo attività fisica di intensità almeno moderata: infatti uno studio su quasi 9 mila persone mostra che chi, durante la mezza età, svolge attività fisica di intensità almeno moderata o meglio ancora se vigorosa sfoggia migliori performance cognitive. Togliere solo pochi minuti al giorno di questa attività si associa a un peggioramento significativo delle abilità cognitive.
Lo rivela uno studio pubblicato sul Journal of Epidemiology & Community Health e condotto presso la University College di Londra. Gli esperti hanno considerato un campione di 8581 individui di 46-47 anni i partecipanti hanno eseguito vari test cognitivi per la memoria verbale e la funzione esecutiva (pianificazione, organizzazione). I partecipanti hanno indossato per diversi giorni un sensore di attività da polso. I partecipanti hanno registrato una media di 51 minuti di attività fisica da moderata a intensa, 5 ore e 42 minuti di attività fisica di intensità leggera, 9 ore e 16 minuti di comportamenti sedentari e 8 ore e 11 minuti di sonno nell’arco delle 24 ore. Il tempo trascorso in attività fisica moderata-intensa rispetto ad altri tipi di comportamento si associa positivamente alle prestazioni cognitive. Infine i ricercatori hanno ridistribuito teoricamente il tempo da una attività all’altra tra tutte quelle considerate, minuto per minuto, per stimare l’impatto che ciò avrebbe potuto avere sui punteggi delle prestazioni cognitive globali. Così hanno visto che le prestazioni cognitive aumentano al crescere del tempo in cui l’attività fisica da moderata a intensa viene teoricamente sostituita ad altre attività. Al contrario le abilità mentali peggiorano dell’1-2% solo sostituendo 8 minuti di attività più vigorosa con attività sedentarie. Allo stesso modo, la sostituzione delle attività vigorose con 6 minuti di attività fisica leggera o 7 minuti di sonno è stata collegata a cali dell’1-2% delle abilità mentali. Più minuti di attività fisica da moderata a intensa si tolgono e peggio è per la mente. Poiché siamo vigorosamente attivi solo per una minima parte del giorno, rubare anche pochi minuti a questa attività ha un impatto notevole sul cervello.
23 gennaio 2023- “Dobbiamo affrontare il tema all’interno della prevenzione, uno dei cavalli di battaglia su cui metterò l’attenzione del mio dicastero”. E’ quanto ha affermato, nei giorni scorsi a margine di un’intervista on line, dal Ministro della Salute Orazio Schillaci in merito alla lotta al fumo. Una stretta, ribadisce, “in linea con il piano europeo contro il cancro che ha come finalità quella di creare una generazione libera dal tabacco nella quale meno del 5% delle popolazioni consumi tabacco entro il 2040”. “Credo – aggiunge Schillaci – che la tutela della salute pubblica non può che passare per una maggiore attenzione al fenomeno del tabagismo e più in generale alla prevenzione degli stili di vita”. “Noi, insieme al Giappone, siamo una delle popolazioni più longeve al mondo e questo significa però che i nostri anziani spesso sono affetti da una serie di patologie croniche” con una conseguente spesa importante per il servizio sanitario nazionale. Quindi oltre a puntare a riorganizzare il Ssn e cercare di incrementare il Fondo, occorre anche “ridurre l’incidenza delle malattie e quindi una prevenzione contro il tabagismo e i danni da fumo è in questa direzione e credo sarà molto utile e importante soprattutto per il futuro”.
20 gennaio 2023 – Dal 9 al 15 gennaio 2023 sono stati segnalati quasi 2,8 milioni di nuovi casi di Covid-19 nel mondo e oltre 13.000 decessi. Negli ultimi 28 giorni sono 13 milioni i casi e quasi 53.000 i decessi, con -7% e +20% rispetto alle 4 precedenti settimane. Mente da inizio pandemia al 15 gennaio 2023, sono stati oltre 662 milioni i casi di Covd-29 e oltre 6,7 milioni i decessi.
Lo rende noto l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) nel bollettino settimanale, precisando come le tendenze debbano essere “interpretate considerando la riduzione dei test e i ritardi segnalazione in molti paesi durante le festività natalizie” A livello regionale, il numero di nuovi casi settimanali segnalati è aumentato solo nella regione dell’Oms del Mediterraneo orientale (+6%) mentre è diminuito o è rimasto stabile in Africa (-40%), Europa (-35%), Sud-Est Asiatico (-17%) Americhe (-12%) e nella Regione del Pacifico Occidentale (simile alla settimana precedente). I decessi settimanali sono aumentati nel Pacifico occidentale (+43%), Americhe (+10%) e Mediterraneo Orientale (+9%); mentre è diminuito nella regione europea (-40%) e del sud-est asiatico (-13%) ed è rimasto stabile nella regione africana. A livello nazionale, il numero più alto di nuovi casi settimanali è stato segnalato dal Giappone (1.025.321 nuovi casi; -4%), Stati Uniti (415.864; -10%), Repubblica di Corea (286.291; -29%). Il numero più alto di nuovi decessi settimanali è stato segnalato dagli Stati Uniti d’America (3.922 nuovi decessi; +46%), Giappone (2.849; +33%), Cina (802 ; +3%).
19 gennaio 2023 – I vaccini anti Covid non hanno provocato un aumento del rischio di eventi avversi come infarti, ictus, arresti cardiaci, miocarditi, pericarditi e trombosi venose profonde. E’ quanto ha rilevato uno studio pubblicato sulla rivista Vaccines, coordinato da Lamberto Manzoli dell’Università di Bologna. La ricerca ha seguito per diciotto mesi l’intera popolazione della provincia di Pescara, raccogliendo i dati sanitari. Nessuna patologia è risultata più frequente tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati. Lo studio La ricerca ha raccolto i dati sanitari dei residenti nella provincia abruzzese e ha analizzato la frequenza di alcune malattie gravi cardiovascolari e polmonari, tenendo in considerazione numerosi fattori come l’età, il sesso e il rischio clinico dei partecipanti.
“I risultati che abbiamo ottenuto – dice il prof. Manzoli – mostrano in modo netto che tra i vaccinati non c’è stato un aumento di rischio di malattie gravi. Vi sono stati casi isolati negativi, ma il profilo di sicurezza dei vaccini utilizzati durante la pandemia è stato confermato: sarà ora importante continuare il follow-up su un periodo più lungo”. L’analisi ha anche confermato che le persone vaccinate che hanno contratto il Covid sono più protette contro il Coronavirus rispetto a chi è guarito senza essersi vaccinato. Una maggiore incidenza delle patologie considerate è invece emersa tra chi non ha contratto il Covid e ha solo una o due dosi di vaccino, rispetto a chi ne ha tre o più. “Questo dato controintuitivo – spiega Manzoli – è dovuto a un bias epidemiologico causato dalle restrizioni attuate durante l’emergenza: l’83,2% delle persone vaccinate che non ha contratto il Covid ha ricevuto almeno tre dosi di vaccino: chi ha ricevuto solo una o due dosi non ha completato il ciclo vaccinale, o perché è deceduta o perché è stata scoraggiata dall’insorgenza della malattia”.